venerdì 2 marzo 2012

La Valsusa per noi.

Siamo stati in Valle di Susa la prima volta il 2 e il 3 Luglio in seguito allo sgombero violentissimo della Libera Repubblica della Maddalena.
A Chiomonte siamo arrivati in treno da Torino,il che di per sé potrebbe sembrare paradossale.
Siamo stati piú volte in valle per manifestare il nostro dissenso insieme ad altre migliaia di persone alla costruzione del TAV Torino-Lyon e a ció che esso rappresenta; la costruzione di un tunnel di 52 chilometri attraverso montagne contenenti uranio e amianto che potrebbero contaminare le falde acquifere, l'esproprio di terreni privati, la cementificazione di un territorio e lo spreco di denaro pubblico.
A Chiomonte siam stati accolti come figli e, pur informandoci da anni a proposito del tema, crediamo che nessuno possa capire la realtá valsusina senza metterci piede, senza incrociare gli sguardi degli abitanti e senza parlare con loro.
Per prima cosa ci mostrarono le condizioni della stazione ferroviaria del paese quasi completamente abbandonata a se stessa; biglietterie automatiche inesistenti, sala d'attesa con finestre e porte rotte, scorrimano delle scale distrutti.
Una stazione fantasma ed emblematica.
Ció che il treno rappresenta per i politici interessati alla costruzione (la maggior parte) é il progresso, l'innarestabile tensione alla modernitá 'senza la quale rimarremmo fuori dall'Europa (cit.)'.
La Valsusa da 22 anni sta lottando non contro uno stupido treno bensí contro il miraggio fasullo e fuorviante che questo incarna in una maschera di metallo e ingranaggi.
Sia chiaro che i valligiani che ho conosciuto non sono barbari primitivi che credono di discendere dai Celti e che vogliono bruciare Roma,no..
I valligiani e i No Tav provenienti da tutta Italia e da mezza Europa é gente sveglia e soprattutto informata, determinata a mettersi in gioco per la difesa di un territorio e di ció che questo rappresenta; un futuro sano per i suoi figli, la resistenza ad uno dei maggiori affari speculativi che l'Italia ricordi da mani pulite.
Dal 27 Giugno il Museo archeologico della Maddalena e l'area contenente tombe risalenti al Neolitico é zona occupata da centinaia di poliziotti e militari.
Gli alpini e i loro Lince sono stati richiamati dall'Afghanistan per presidiare la valle.
La scena che abbiamo sotto gli occhi é il passaggio dei blindati su tombe risalenti a quasi 10.000 anni fa avvenuto il 3 Luglio, scene di assoluta vergogna e ignoranza.
Le immagini impresse sono i fitti lanci (ad altezza d'uomo) di lacrimogeni cs (vietati dalla Convenzione di Ginevra nei contesti bellici perché contenenti cianuro) su una popolazione civile compatta, una popolazione che é uscita dai suoi confini geografici e istituzionali diventando una Comunitá immaginaria in costruzione che rivendica il diritto ed il dovere di disporre della propria terra nella maniera piú sostenibile per il futuro delle proprie genti e di tutti quanti.
In Valsusa esiste un'autostrada che la attraversa nel bel mezzo con un viadotto, una centrale idroelettrica che ha dimezzato la portata dei fiumi Clarea e Dora, affluenti del Po..
In Valle l'alta velocitá giá esiste; i treni dell'alta velocitá partono tutti i giorni da Torino e semivuoti arrivano a Lione.
A causa dei pochi utenti le ferrovie hanno diminuito il numero di treni tav diretti oltralpe.
La classe politica narra l'importanza del Tav Torino-Lyon; un'opera che costerá ai contribuenti 22 miliardi di euro e che sará terminata tra 15 anni se tutto andrá 'bene'.
E per fortuna che stiamo vivendo una delle crisi peggiori da quella di Wall Street pre Roosevelt..
Il Portogallo ha giá bloccato il progetto, dalla Spagna abbiamo poche notizie sui lavori ma per il Belpaese l'opera é una questione di sopravvivenza.
Parte (minima) dei finanziamenti arriverá dall'Unione Europea (ai quali parlamentari é stato proibito l'accesso al cantiere); la maggior parte dei finanziamenti arriverá da dai contribuenti italiani.
Miliardi di euro saranno prestati da differenti banche (tra le quali Banca Intesa San Paolo) al Governo del ministro Passera (azionista Banca Intesa San Paolo) ad altissimi interessi.
Chi ripagherá il debito alle banche saranno i cittadini attraverso le imposte.Come in Grecia tutto torna..
Anziché costruire il Tav (ogni centimetro costerá 1300 euro, lo stipendio di un operaio specializzato) la politica potrebbe riammodernare le ferrovie, potrebbe salvare ospedali in bancarotta, investire sull'istruzione e sulle Universitá, sulla sicurezza sul lavoro ma l'opera va fatta assolutamente,ci viene detto a ripetizione.
Ce lo ripetono da destra a sinistra, dalla Cancellieri a Maroni, da Bersani a Cota, da Fassino a Cesa e Berlusconi.
Perché siamo Notav, pur non essendo amanti delle etichette?
Perché in Valle oggi c'é L'Aquila con i suoi abitanti beffati, c'é Peppino Impastato, che dava delle pecorelle ai mafiosi,che grida contro il malaffare, ci sono anche Falcone e Borsellino che da dove sono ora annusano gli interessi bipartisan sugli appalti.
In Valle ci sono ambientalisti, ex leghisti pentiti, professori universitari, contadini e operai, studenti, gente comune.
In Valle c'é un'Italia che si sta risvegliando, a cui non interessa spendere 22 milliardi per arrivare a Lione con 40 minuti di anticipi anche perché a lione forse non ci andrá mai e se ci andrá ci andrá in aereo dati i prezzi piú convenienti.
Chi é mal informato dirá che il Tav sará necessario per diminuire il traffico su gomma ma studi internazionali dicono che il traffico di merci tra Italia e Francia e tra Est e Ovest d'Europa é in netto e costante calo.
L'attuale linea ferroviaria é sottoutilizzata al 40% ad essere ottimisti.
Ora che il movimento Notav sta allargandosi in tutta Italia e in Europa, grazie alla circolazione di informazioni e al risveglio di molte coscienze, ecco che giornali e telegiornali occupati dai vari partiti parlano di infiltrazioni di 'antagonisti' e cerca di dividere il movimento tra buoni e cattivi.
La risposta della valle alle accuse é stata chiara venendo da una comunitá (nel senso di Baumann)compatta che resiste ad un attacco militare, alla disinformazione mainstream, alle mistificazioni e alle violenze:
Non etichette o maschere..tra di noi ci sono volti e persone determinate a difendersi da soprusi e umiliazioni.
La politica fa appelli al dialogo militarizzando (dal 1 Gennaio 2012) terreni privati, vigneti, recintando con filo spinato israeliano proibito (lo stesso che c'é a Gaza e sul muro in Cisgiordania) i campi e i vigneti dei contadini e l'area archeologica.
La veritá é che, smascherata la malapolitica con la forza della ragione e dei dati, a quest'ultima non resta che utilizzare il manganello e la propaganda contro una comunitá allargata, eterogenea e resistente.
Il movimento risponde a livello nazionale e internazionale; da Palermo a Bologna, da Trieste a Genova fino ad arrivare a Lione, Stoccarda, nei Paesi Baschi e a Barcellona.
Non si sta lottando per difendere un piccolo giardino se non l'idea che un altro mondo oltre che possibile e necessario; un mondo sostenibile, partecipato e condiviso, informato.
Per un futuro dove al centro non ci sia l'ideologia di un progresso lineare e accumulativo,gli interessi di poche lobbies e l'eterna competizione tra individui bensí i beni comuni e la loro tutela, la collaborazione.
La Valle non ha paura; la valle fa paura perché non é un non-luogo alla Marc Augé ma un laboratorio sociale dove tutti contano ugualmente, dove le scelte sono condivise e il territorio salvaguardato.
Per questo é un po' dappertutto ed é vittima delle peggiori violenze da anni a questa parte e nonostante tutto non si é fermata e non si fermerá.
La violenza puó poco contro le idee.
La Valle per me rappresenta un'Italia che s'é desta, un'Italia che durante i suoi presidi, cortei, campeggi o feste fa la raccolta differenziata, fa assemblee popolari nelle quali le decisioni se non all'unanimitá vengono prese a larghissima maggioranza e dove chiunque ha diritto di intervenire e di agire, le stesse minoranze.
Un'Italia che anziché asfaltare e abbattere alberi li semina.
Un'Italia che chiede finanziamenti per la sclerosi multipla e la tutela dei lavoratori licenziati in nome della dislocazione liberista, quali quelli della Fiat di Torino o i licenziati dei treni notte.
Un'Italia dove la velocitá sia la stessa per tutti, nella quale nessuno rimanga indietro o sia abbandonato (L'Aquila insegna..)
Un'Italia che chiede di essere ascoltata attraverso l'appello a Monti di 360 docenti universitari e specialisti,rimasti inascoltati.
L'Italia di giudici quali il dott.Imposimato (inascoltato pure lui), di non violenti quali Luca Abbá disposto a rischiare la propria vita pur di dar voce ad una comunitá ignorata e umiliata.
La Valsusa non é una questione di ordine pubblico ma é la voce dei popoli di tutto il mondo che lottano per la loro dignitá, siano i paesi della primavera araba, i mapuche della Patagonia o i nativi dell'Amazzonia.
La Natura per tutti noi é la madre e non la serva; é colei dalla quale veniamo e alla quale torneremo, non una risorsa da spremere fino al midollo in nome di un fittizio progresso, per pochi.
Come Notav ci sentiamo accomunati non per l'essere cittadini, antagonisti, ribelli o chichessia ma come fratelli.
E, piuttosto che vendere o vedere violentata nostra madre, siamo pronti a mettere di traverso i nostri corpi dinanzi a ruspe, blindati, idranti, gas illegali, manganelli, fogli di via o qualsiasi altra cosa.
Per questo siamo diventati un problema d'ordine pubblico , un ostacolo ad un'idea barbara di progresso e modernitá che un treno ben incarna.
Fu cosí anche per la Union Pacific Railroad con i Cheyenne delle pianure durante il 1800, ma questa é un'altra storia che terminò in genocidio e saccheggio.
Speriamo che la storia non si ripeta e siamo determinati a far sì che ciò non avvenga.
Sarà dùra..

martedì 28 febbraio 2012

domenica 16 ottobre 2011

Roma, 15 Ottobre 2011.



In queste ore, a caldo, si sta parlando molto di ciò è successo ieri a Roma.
Si sprecano giudizi e valutazioni semplici, superficiali e approssimative senza analizzare le modalità di arrivo, di composizione e di organizzazione del corteo di ieri.
Il 15 Ottobre è stata la giornata degli indignados in tutto il mondo.
Il movimento è composto da anime differenti che si ritrovano in pochi ma precisi punti e principi: La delegittimazione della classe politica al governo e all'opposizione (anche Sel); l'idea e il sentore di non essere rappresentati da nessuno (nemmeno dalla Cgil); la convinzione che ciò che sta togliendo la speranza e la fiducia nel futuro a due intere generazioni trovi le sue radici nel capitalismo e nelle lobbies finanziarie, nelle grandi opere, nelle politiche di austerity, nei tagli allo stato sociale, nelle privatizzazioni ordinate da un sistema economico e finanziario centralizzato e nelle mani di poche istituzioni inaccessibili e anonime quali il Fondo Monetario Internazionale, le banche centrali e le democrazie rappresentative (quelle del porcellum, dei Berlusconi, dei Tremonti e Bersani, dei Draghi e dei D'Alema).
Il 15 Ottobre doveva essere una giornata di indignazione e di rabbia.
E, non nelle modalità sperate e migliori, lo è stata.
Eravamo a Roma.
Siamo partiti dalla Stazione Termini che il corteo era già iniziato e la gente doveva ancora arrivare da molte parti d'Italia.
Eravamo nella zona dello spezzone precario vicino ai collettivi dei NO PONTE, dei NO TAV e degli aquilani.
La moltitudine di gente era evidente ma non calcolabile e moltissime persone, tra cui gli studenti, ancora dovevano partire da Piazza delle Repubblica.
Era un insieme meticcio di tante anime indignate e soprattutto arrabbiate.
Molti di noi, visti i precedenti (la Valsusa, Terzigno e Chiaiano tra i tanti) erano dotati di mascherine antigas da tre euro o poco più; qualcuno aveva foulard e occhialetti per proteggersi dall'eventualità di un lancio di lacrimogeni CS vietati dalla Convenzione di Ginevra ma in dotazione alla celere nostrana.
C'era determinazione e rabbia ma non c'erano caschi neri, non c'erano spranghe di ferro e martelli.
Eravamo determinati e variegati.
Nella preparazione del corteo non si era raggiunta l'idea di un'azione e di una modalità comune e condivisa.
L'obiettivo, a livello mondiale, era circondare i centri del potere ma tutte le aree erano zone rosse, off limits.
C'era nell'aria la necessità di fare qualcosa di simbolico e credo e sono convinto che probabilmente a fine corteo qualcosa si sarebbe deciso, qualcosa di intelligente e ugualmente radicale e concreto.
Non c'è stata la possibilità.
La prima scintilla è stata innescata in Via Cavour.
Dietro di noi, all'altezza dello spezzone dei Cobas, sentiamo esplodere qualche bomba carta e vediamo una macchina prendere fuoco, una fiamma altissima e del fumo nero intenso dividono di fatto in due il corteo che lì si blocca.
Continuiamo il percorso ed arriviamo al Colosseo; qui ai fori imperiali vediamo il primo blocco della polizia. Camionette messe di traverso come usano fare nelle grandi manifestazioni da poco più di un anno a questa parte.
Nessuno tenta di forzare il blocco ma tra la folla si vedono alcuni individui tutti vestiti di nero, tanti da sembrare una sorta di commando per la loro uniformità.
Non erano autonomi o antagonisti, non erano disobbedienti o anarchici e nemmeno 'semplici' cani sciolti.
Erano una cinquantina di persone, poi aumentate a poco meno di un paio di centinaia.
Si infilano nel corteo compatti e avanzano.
Tutti a volto completamente coperto, l'uno estremamente uguale all'altro. L'età media sembra bassa.
Stanno alle nostre spalle e chiudono la prima parte del corteo diviso.
In via Labicana il gruppetto comincia ad accanirsi contro una caserma abbandonata della Guardia di Finanza, contro una filiale della Banca del Lazio ed un distaccamento del Comune.
Bombe carta e torce da stadio bruciano anche un paio di macchine di fronte alla caserma.
Il corteo non partecipa all'assalto e avanza verso via Emanuele Filiberto.
Pochi metri e alle nostre spalle la massa comincia a correre velocemente.
Si sentono esplosioni di bombe carta e c'è un fronteggiamento tra la celere e il gruppetto di 'neri' in fondo al corteo.
Collettivi e antagonisti col furgone di San Precario avanzano per la via in direzione di Piazza San Giovanni, destinazione (teoricamente conclusiva) del corteo.
In coda si vedono i fumi dei lacrimogeni il cui odore acre e l'effetto lacrimante comincia a sentirsi anche tra la gente pacifica che sta arrivando in Piazza S.Giovanni.
Arriviamo in quest'ultima insieme a tantissima altra gente; c'è chi si siede ai piedi della statua,chi prepara gli stand, chi ragiona a come continuare e chi si siede per terra a mangiare un panino.
Tempo brevissimo e dalla via sbuca un camion idrante che bagna la folla con acqua urticante. Le camionette della finanza sfrecciano facendo caroselli mirando alla gente inerme e lanciando lacrimogeni.
C'è il fuggi fuggi generale e riprende vita lo spettro di Genova 2001.
La maggior parte del corteo scappa per le vie laterali o al di là degli archi della piazza dove il traffico romano di macchine e motorini è intenso.

E qui le cose cambiano e alcuni distinguo sono doverosi.
La gente che in seguito ha difeso la piazza, molti di loro e noi come movimento, non appartiene affatto al gruppetto che ha sfogato le proprie frustrazioni contro qualche filiale di banca o qualche macchina parcheggiata.
Certe modalità sono vecchie, superate e inutili.
Bruciare e fare danni per qualche millione di euro a qualche multinazionale o filiale di banca non può che far ridere di gusto l'1% per cento della popolazione che ha creato alla res publica un debito di quasi 1900 miliardi di euro.
Distruggere con queste modalità non ha senso; la vera distruzione di questo modello economico-politico-sociale è e sarà bloccare l'economia, riprendersi le piazze e da lì ripartire.
Ieri 150/200 persone hanno dato il La al solito teatrino delle manifestazioni oceaniche. Qualche scontro e butta il mostro in prima pagina ma soprattutto DIVIDI ET IMPERA.
Oggi le notizie tendono a dividere tra buoni e cattivi.
Non bisogna cadere in questa trappola.
In un movimento autorganizzatosi come forse solo a Genova è avvenuto, autoconvocatosi attraverso internet e per mezzo di reti antagoniste, controinformative e social network è naturale che facciano parte differenti realtà e pratiche d'azione.
E' normale, non giusto, che (in un'epoca come quella contemporanea dove due generazioni si sentono perse e senza futuro vivendo in un presente pregno di precarietà costante)
dei giovani senza capi, degli imbastarditi e senza futuro, spesso giovani e giovanissimi, non trovino sbocchi se non nel nichilismo distruttivo che di anarchico ha ben poco.
Forse non è normale ma è conseguenziale ad un'esistenza marginale e a sua volta anormale che qualche vittima (vittima anche della sua superficialità) dia fuoco ad una camera d'albergo che per una notte costa quanto il salario mensile di un operaio di Pomigliano ora in cassa integrazione.
Queste vittime colpevoli non si vedono rappresentate da nessuna realtà di movimento e agiscono di testa loro in piccoli gruppetti affiancati molto probabilmente da agenti provocatori e infiltrati e perchè no da qualche neofascistello di Casapound o di Militia al soldo dell'interesse della casta,dei governanti e dei giornalisti politicanti di turno.
E' ovvio che ciò che è successo ieri fa solamente il gioco di chi non voleva che il corteo avanzasse compatto. Di chi può solo avere timore di un'autorganizzazione enorme e precaria come quella di ieri, precaria come le nostre vite.
La polizia ha caricato in Piazza San Giovanni, simbolo che poteva essere occupato ad oltranza e che poteva diventare laboratorio popolare come il Teatro Valle occupato o i campeggi estivi e resistenti della Val di Susa.
Piazza che poteva essere oggi un auditorium popolare come Piazza Tahrir in Egitto o la Puerta del Sol a Madrid.
Piazza che poteva fare veramente paura ai burattinai della crisi che non vogliamo e non intendiamo pagare.
Credo che molti in quella piazza abbiano all'attacco della polizia e della finanza perchè attaccati, al contrario dei duecento 'caschi neri' che in precedenza hanno avuto modo di agire indisturbati.
Non è nel DNA dell'antagonismo prendersi a mazzate tra manifestanti come non lo deve essere sentirsi colpevoli di una resistenza di piazza in seguito ad una 'gestione dell'ordine pubblico' vergognosa dove il leit motiv è stato il solito metodo Cossiga; lascia fare, colpisci nel mucchio e attendi la reazione.
Dietro quei caschi neri c'era una minestra bastarda di facinorosi per necessità e per moda, di fascistelli travisati (Casa Pound e Piazza Navona docet) insieme a sbirri infiltrati.
Era prevedibile.


Restiamo umani e restiamo uniti perchè solo uniti e con differenti e imprevedibili metodi d'azione possiamo cambiare le cose; la strada è lunga e il cambiamento e necessario.
Se non sarà così si rischia di vedere in un futuro prossimo scene come quelle di ieri, ma amplificate enormemente.
Occorre unità nella diversità dell'antagonismo; occorrono intelligenza e confronto. Concretezza, radicalità e responsabilità.
Altrimenti siamo destinati a perdere.
E non parliamo di violenza o non violenza per dividere tra buoni e cattivi perchè la violenza è relativa e differenziata.
Bruciare la filiale di una banca (per quanto sciocco, prevedibile e inutile che sia) è quasi dolce confronto alla violenza distruttrice dell'esistenza attuata dagli artefici dell' austerity; dalla violenza esistente nella falsità dei mass media e delle condanne bipartisan.
Bruciare un hotel di lusso o una caserma della finanza in disuso è niente confronto alla violenza del licenziamento collettivo e all'omicidio dei nostri futuri.
Picchiare gente attaccandola organizzati in commandos perchè la pensa in maniera differente è invece violento quanto le cariche degli sbirri e quanto questo sistama marcio che sta mettendo la moltitudine con le spalle al muro.
E con le spalle al muro il senso di sopravvivenza può spingere ad atteggiamenti istintivi e irrazionali.
Vero politici, banchieri, mafiosi e affaristi?
Ragioniamo e agiamo radicalmente uscendo dal loro teatrino.

martedì 26 luglio 2011

Dalla Valle che rEsiste.



Siamo stati in Val di Susa tra il 2 e il 3 Luglio e ci siamo tornati in questi giorni passando da Genova per la commemorazione del decennale dell'assassinio di Carlo Giuliani.
Abbiamo conosciuto persone fantastiche, degne, genuine,sanamente orgogliose e determinate e nei loro occhi abbiamo rivisto le stesse espressioni e la stessa rabbia e forza dei compagni di Bagua e Andoas massacrati e imprigionati perchè colpevoli di volere difendere il loro territorio, la madre terra e l'Amazzonia, dai soprusi delle multinazionali dei minerali e del petrolio.
Abbiamo rivisto nelle donne della Valle i volti di Cecilia, la ribelle.
Siamo arrivati a Chiomonte la sera del 2 Luglio e abbiamo dormito al presidio nei pressi della centrale elettrica de la Maddalena.
Ci hanno accolto come figli e siamo stati subito avvolti da un affetto e da un'energia unica.
La Valle ci ha accolto come una fiera madre.
Faceva freddo la notte di Sabato 2 Luglio e il gelido vento alpino ci ha negato il sonno.
Abbiamo trascorso la notte riparandoci come potevamo, con i giacconi e le coperte regalateci da due signore del posto.
A duecento metri da noi via dell'Avanà era presidiata da un numero mai visto di forze dell'ordine, da sbarramenti e barricate della polizia.
L'arrivo in valle fa tornare la mente ai territori occupati della Cisgiordania in Palestina.
Check point circondano il cantiere che cantiere non è. I lavoratori dell'Ital.co.ge e della Martina, le imprese che hanno vinto gli appalti, le uniche cose che hanno costruito sono state le recinzioni per difendere il niente, alte recinzioni di metallo, cemento e filo spinato.
Più di duemila tra carabinieri, poliziotti e finanzieri occupano militarmente le vigne dei contadini, il museo archeologico e l'area della necropoli con le sue tombe risalenti al tardo Neolitico (10000 a.C).
Per le montagne ci sono i cacciatori di Sardegna e dell'Aspromonte, corpi speciali dei carabinieri, fino a ieri a caccia di latitanti mafiosi camorristi ed ora al loro servizio per fermare l'orda barbara che non vuole il progresso.
All'interno del cantiere che non c'è hanno montato persino un radar per intercettare eventuali terroristi in procinto di sabotare le reti del fortino.
Durante la notte, in attesa della mattinata e della manifestazione di assedio, attivisti d'ogni età preparano bottigliette di acqua e Maalox e bende per proteggersi dai gas lacrimogeni.
Il lunedì precedente infatti la Libera Repubblica della Maddalena era stata sgomberata dalle ruspe dell'Italcoge e da un contingente di 2000 militari.
Le barricate costruite con balle di fieno e il cancello di protezione sono stati sradicati da una grande ruspa con un enorme braccio metallico a tenaglia.
Il migliaio di persone che l'alba del 27 Giugno era al presidio de La Maddalena (regolarmente affittato dal Comune) è stato costretto a fuggire per i sentieri dopo essere stato sgomberato da centinaia di lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo; parliamo di gas Cs, possono essere sparati con fucili o possono essere lanciati a mano come granate.
Sono considerate armi di terza categoria dalla Convenzione di Ginevra, armi chimiche perchè contententi cianuro e di conseguenza vietate in ogni contesto bellico. Ma utilizzate contro i civili.
Ne hanno lanciati un migliaio durante lo sgombero e più di duemila il giorno dell'assedio.
Bossoli da 250 grammi sparati ad altezza d'uomo da fucili se colpiscono in testa fanno male; i gas dei cs possono avere effetti mortali, carcerogeni e addirittura mutogeni, l'acqua urticante sparata dagli idranti della polizia fa venire sfoghi pesanti sulla pelle.
Ecco allora che la gente si organizza per una resistenza di lungo termine e indossa caschi e maschere antigas, guanti da cantiere e occhiali da sub o da saldatore.
E' una questione di autodifesa, di sopravvivenza e di resistenza passiva.
Se questo significa essere Black Block il 3 Luglio eravamo 60000/ 70000 black block di ogni età e provenienza. E saremo sempre di più.
Il 3 Luglio alle 9 del mattino siamo già alla centrale elettrica a 150 metri dalle barricate militari.
Elicotteri sorvolano la zona.
Dalla statale arriva a metà mattinata la testa del corteo degli amministratori della valle; è una coda interminabile di persone di ogni età.
Passano i sindaci contrari alla Tav; dietro di loro famiglie e bambini, anarchici della FAI, ragazzi dei centri sociali, i cattolici della Valle, vecchi partigiani dell'Anpi, gente aderente al Movimento 5 stelle, contadini e operai di Mirafiori e della Innse, sindacalisti della Fiom, gente del WWF e di Legambiente, anziani alpini e ambientalisti.
E' un corteo enorme, determinato, arrabbiato ma allegro ed estremamente eterogeneo e unito.
Siamo talmente tanti che qualche migliaio di persone prende la strada per Ramats e si inoltra per i sentieri per arrivare al fortino dal bosco.
Altre migliaia di persone partono da Giaglione per arrivare ad assediare il cantiere all'area archeologica.
Per lo più è gente della Valle.
I sentieri sono impervi e sono da conoscere.
Dalla centrale elettrica vediamo una pioggia di lacrimogeni piovere nei boschi.
Gli animi si scaldano, arrivano notizie di feriti anche gravi; un anziano di 70 anni è stato colpito all'arteria femorale da un lacrimogeno sparato 'basso', un altro ragazzo è stato colpito alla testa.
L'elicottero continua sorvolare basso la zona.
Dal lato di Giaglione vengono sparati dei fuochi d'artificio. E' il segnale che la baita di Clarea e la zona del vecchio presidio sgomberato il lunedì passato è stato ripreso.
Alla centrale la gente si accalca al cancello, al primo sbarramento di via dell'Avanà (quello che proibisce ai contadini della zona di arrivare alle loro vigne).
Appena ci avviciniamo parte una sparatoria fittissima di lacrimogeni.
L'odore è acre. I gas non fanno lacrimare troppo come quelli soliti ma prendono allo stomaco e lasciano senza fiato, fanno vomitare la bile talmente tanto che sembra di morire. Si indossano i guanti e si rispediscono i candelotti al mittente. Volano anche pietre. A fine giornata i giornali parleranno di centinaia di poliziotti e carabinieri feriti, il 99% arriverà agli ospedali in codice verde e giallo. La maggioranza di loro risulta intossicata dai gas cs, i loro.
Il ponte della Dora è pieno di gente così come la statale che porta a Ramats e quella che porta a Chiomonte.
Donne, anziani, giovani e meno giovani, bambini battono pietre e bastoni contro i guardrails determinando quello che sarà il ritmo per tutta la giornata; un'assordante rito tribale, primitivo che fa sentire i ragazzi e le ragazze in prima fila non soli ma appoggiati da migliaia di persone. Un rito antico udibile a chilometri di distanza.
E' un rito spontaneo ed emozionante, da pelle d'oca.
E' il grido di una valle che non vuole essere violentata da un progetto vecchio di 22 anni che ci vogliono spacciare per progresso.
Si legano delle funi alle cancellate e si tira tutti insieme come un esercito di formiche operaie all'attacco di una fortezza.
E intanto i lacrimogeni Cs e quelli a grappolo vengono sparati dappertutto, verso il presidio dove ci sono famiglie e anziani; verso le tende dei medici volontari del pronto soccorso; verso la statale e per i boschi.
Non si vede nulla, si soffoca.
Ma cade la prima barricata, nessun muro è eterno e indistruttibile.
E' un'azione simbolica.
Se vogliono bucare una montagna per 52 km devono sapere che non lo faranno mai tranquillamente.
I lavori dovrebbero durare fino al 2035 per un costo complessivo di 17 miliardi (a prestito, le banche ringraziano) di euro di cui 600 milioni finanziati (forse) dall'Unione Europea e da spartire tra Francia e Italia.
La valle è lunga circa una settantina di chilometri; molti abitanti hanno pozzi in giardino, basta scavare qualche metro per trovare sorgenti d'acqua.
Il monte de la Maddalena chi si vorrebbe traforare è colmo di amianto e uranio; scavando un tunnel per 52 km sarà impossibile non distruggere le falde acquifere.
Per quasi 5 ore le azioni di sabotaggio sono contrastate da una repressione simile solo a quella del G8 di dieci anni fa. I feriti vengono portati in braccio e soccorsi dai medici volontari
Ma la gente resiste e non ha paura.
E' emozionante e a tratti commovente vedere il mutuo soccorso tra anime diverse ma così unite.
E' incredibilmente umano vedere uomini e donne di ogni età darsi il cambio tra le prime fila.

Chi non può più stare davanti, per età o per condizioni, continua a battere sui guardrails con i bastoni, porta acqua e maalox agli intossicati, distribuisce garze e limoni, urla e si indegna.
Lotta.
Non c'è paura, nonostante tutto, e non si arretra se non nel tardo pomeriggio dopo che le forze dell'ordine lanciano centinaia di lacrimogeni sul ponte della Dora e sulla statale, in mezzo a donne e bambini. L'aria e irrespirabile, i camosci scappano per i boschi.
Verso sera si raggiunge un accordo, una tregua. Si ferma l'assedio in cambio di un salvacondotto per i resistenti nei boschi e alla centrale.
Non è una sconfitta ma una grande prova di determinazione e di coraggio. Si tratta di resistere per esistere. Resistere all'arroganza, alle grandi opere mafiose bipartisan (gli appalti per la galleria che dovrebbe passare sotto Sant' Antonio e Ramats sono stati spartiti dalla Rocksoil della moglie di Lunardi, ex ministro dei trasporti, e dalla cooperativa CMC di Ravenna il cui presidente qualche anno fa era Bersani e che già ha vinto gli appalti per l'ampliamento dell'aereoporto militare di Vicenza Dal Molin); resistere al malgoverno e al malaffare dell'alta finanza.
La risposta della Valle è una risposta nazionale.
Si agisce localmente pensando globalmente.
Sarà dura fermare il movimento No Tav; non lo si potrà fermare nè con le minacce, nè con la repressione bipartisan, nè con gli arresti e nemmeno con le torture e le intimidazioni personali(vero Ghiggia,pdl? vero disonorevole Esposito,pd?).
Durante la repressione del 3 Luglio le forze dell'ordine in difesa del 'progresso' hanno intossicato le persone e i terreni, hanno usato armi illegali, hanno torturato e hanno distrutto e profanato coi cingolati le tombe dell'area archeologica della Maddalena e nonostante tutto giornali e televisioni (finanziati dai partiti) parlano di fantomatici black block, di eversivi e violenti con il preciso obiettivo di disinformare e di dividere le anime del movimento.
Il governo ha mandato gli alpini del terzo battaglione Susa con i mezzi lince e i blindati.
Centocinquanta alpini indegni di indossare la penna appena tornati dall'Afghanistan.
Truppe di occupazione.
Al campeggio di Chiomonte si leggeva chiaro uno striscione: nemmeno tremila carrarmati potranno sgomberare le nostre idee.
Non solo sarà dura ma sarà impossibile.
L'abbiamo visto a Genova aprendo il corteo che ricorda a distanza di dieci anni che un altro mondo non solo è possibile ma è necessario.
Dopo dieci anni siamo ancora qui, più uniti di ieri.
Ce lo ha ricordato Heidi Giuliani domenica scorsa al campeggio ricordando non solo Carlo ma anche gli anarchici Sole e Baleno, morti nelle carceri 15 anni fa.
La Val di Susa è legata a Bagua, alle lotte per la Madre Terra, alle lotte cilene e Mapuche contro il progetto idroelettrico Hydraysen, alle resistenze del delta del Niger e alla vicenda dei territori occupati della West Bank, alla lotta dei pastori sardi..
Siamo uomini e donne, alpini in congedo, anarchici e libertari, contadini e vecchi partigiani, Donne degne, ragazzi dei centri sociali, ambientalisti e altermondialisti, cattolici, laici ed agnostici, bambini più uomini di alcuni mezzuomini e streghe della valle, operai, precari e disoccupati, cittadini.
Siamo vivi e uniti siamo il futuro.
Non solo i ribelli della montagna.
A sarà dura ma resteremo umani e lotteremo,
a prestissimo amata Val di Susa.

sabato 30 aprile 2011

Resteremo umani.


Caro Vittorio,
ci mancherà la tua determinazione,
ci mancheranno i tuoi racconti sinceri e passionali delle vite dei giovani e dei pescatori di Gaza.
Ci mancheranno le tue testimonianze che hanno illuminato il black out delle nostre coscienze.
Domenica scorsa eravamo tanti a Bulciago, c'erano i tuoi fratelli di Gaza e amici provenienti da mezzo mondo.
E per fortuna non c'erano le istituzioni Vik perchè non meritavano di esserci.
La palestra era colma ben prima che iniziasse la cerimonia e fuori la gente che non riusciva ad entrare stava seduta sui prati immersa nei suoi pensieri e nei vuoti che tu sei riuscito a riempire con prove d'umanità che ci han fatto sentire meno soli in questi anni.
C'era il sole Vik e le bandiere palestinesi sventolavano insieme a quelle della Freedom Flottilla e a quella della pace (quella vera).
Non so quanti eravamo ma c'era la più bella Italia a darti l'arrivederci e si sentiva un'energia fortissima, di quelle che ti fanno vibrare dentro e ti fanno brillare gli occhi.
Un'energia che in Amazzonia ho sentito in quelle giornate di Giugno di due anni fa quando la piazza di Iquitos in Perù era colma di indigeni Awajun, Quechua, Quichwa che dopo decenni e secoli di soprusi si sono sollevati pacificamente per rivendicare i loro diritti ancestrali e quelli della Pachamama saccheggiata dalle multinazionali petrolifere e dalle politiche neoliberiste del governo peruviano.
Eravamo stretti gli uni agli altri e gli occhi della gente presente non riuscivano a contenere le lacrime di rabbia e commozione.
Non sei un eroe Vik; sei la coerenza, la costanza e la determinazione che a troppi di noi è mancata.
Sei riuscito a farci sentire sotto quelle bombe, ci hai fatto indignare e piangere; a volte ci hai fatto vergognare di noi stessi e della nostra passività e nel fare tutto ciò sei restato umano.
E di fronte ai continui soprusi, alle continue menzogne che fanno apparire questo mondo e soprattutto questo paese quanto mai orwelliano, restare umani è la cosa più difficile da fare.
Con la tua sensibilità sei riuscito a rompere l'assedio Vik, a creare una catena di empatia che nessun muro ha mai potuto e potrà mai contenere.
Per questo ti hanno ucciso colpendoci tutti.
L'empatia, la solidarietà e la sensibilità sono le caratteristiche di ogni vero rivoluzionario, la più grande minaccia per ogni regime che ha le sue basi sull'odio e l'ignoranza. Siano l'Italia o Israele.
Sono certo che dal seme del tuo sacrificio nasceranno foreste di resistenza e di fratellanza che poco a poco oscureranno le praterie d'asfalto che hanno affossato le nostre coscienze e la nostra cultura.
Vivi Vik.
La tua scelta di vita e la tua apparente fine lega la striscia di Gaza a El Salvador del cardinal Romero, al Brasile e alle popolazioni indigene amazzoniche di Chico Mendes, al Perù delle vittime di Bagua, alla Nigeria di Ken Saro Wiwa, ai resistenti dell'Honduras, a tutte le lotte indigene del mondo..

Intanto Al Fatah e Hamas stanno calendarizzando una difficile riconciliazione (ed è anche merito tuo) e il valico di Rafah è stato riaperto.


Vivi Vik, Internazionalista.
Cercheremo di restare umani.

venerdì 15 aprile 2011

Vota SI per dire NO!



Domenica 12 e lunedì 13 giugno gli italiani saranno chiamati, sotto voce , a votare.
Al contrario di altri precedenti in questa occasione i cittadini non saranno invitati al voto tramite bombardameti mediatici, questa "anomalia" è di facile spiegazione:
Il referendum passa solo se viene raggiunto il quorum, i politici che ci governano (uno in particolare) non hanno nessun interesse nello spingere le masse al voto!
I quattro quesiti che verrano proposti riguardano:
- La privatizzazione dell'acqua con i primi due (si vota SI se non si è d'accordo, si vota NO se si è favoreli);
- La produzione di energia nucleare (si vota SI se non si è d'accordo, si vota NO se si è favoreli);
- Eliminazione del legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri (si vota SI se non si è d'accordo, si vota NO se si è favoreli).
Perchè il referendum passi è necessario che almeno 25 milioni di persone vadano a votare SI, quindi domenica 12 e lunedì 13 vai a votare SI e convinci i tuoi conoscenti a fare lo stesso.

venerdì 4 febbraio 2011

Gli ultimi guardiani dell'Amazzonia.

Pubblichiamo di seguito il video girato da alcuni reporter della BBC grazie all'accompagnamento e alla disponibilità dell'antropologo brasiliano Josè Carlos Meirelles che da ventanni segue e monitora la condizione delle popolazioni native dell'Amazzonia sempre più a rischio a causa del disboscamento, del neoliberismo e degli interessi economici delle grandi multinazionali.
L'isolamento di queste popolazioni è ossigeno e speranza per l'umanità.


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mercoledì 29 dicembre 2010

La lotta silenziosa dei Mapuche.


Vaccamagra torna a parlare del popolo Mapuche, pubblicando l'appello rivolto da Jorge Huenchullan (portavoce dei prigionieri politici Mapuche) al blog di Beppe Grillo e a tutti gli Italiani.
Lo Stato cileno sta espropriando le terre dei Mapuche e applicando leggi contro il terrorismo a chiunque si opponga in maniera non violenta, anche agli adolescenti, con condanne fino a 50 anni. Chi difende la propria terra in questo mondo globalizzato, schiavo degli interessi economici e dominato dalle multinazionali è un TERRORISTA.
Guardate e riflettete.

giovedì 23 dicembre 2010

Ergastolo a Jorge Rafael Videla.


In data 22 dicembre 2010, con l'accusa di torture aggravate da persecuzione politica la Corte di Cordoba ha condannato Jorge Rafael Videla all'ergastolo (da scontare in un penitenziario civile) e all'interdizione perpetua dei pubblici uffici.
L'ottantacinquenne ex dittatore argentino nel 1976 fece sequestrare,torturare e fucilare 31 detenuti politici del carcere di Cordoba.
Già nel 1985 Videla fu condannato all'ergastolo insieme agli ex generali che si erano succeduti nelle Giunte militari che hanno governato l'Argentina fino al 1983, ma poi beneficiò dell'indulto e venne scarcierato dopo soli cinque anni.
Prima della lettura del verdetto l'imputato ha preso la parola dichiarando di aver agito nell'ambito di una guerra giusta in opposizione ai sovversivi marxisti che, per ordine dell'Unione Sovietica, e di Cuba, la sua succursale latinoamericana, volevano sottoporre il Paese al loro sistema ideologico.
Con Videla è stato condannato all'ergastolo anche l'ex generale Luciano Benjamin Menendez, sebbene per lui è stata chiesta una visita medica per sapere se può essere trasferito in un carcere civile.

La dittatura Videla fu responsabile della scomparsa di circa 30.000 persone, desaparecidos, 3.000 delle quali vennero fatte precipitare nell'oceano Atlantico o nel Río de la Plata utilizzando i famigerati vuelos de la muerte (voli della morte).

lunedì 1 novembre 2010

Dignità e resistenza su una gru a 25 metri d'altezza.


(foto di Nicola Zambelli)

Sabato 30 Ottobre a Brescia si è svolta una manifestazione alla quale hanno partecipato molti migranti e pochi italiani.
Motivo della protesta è stato ed è la mancata risposta/assegnazione dei permessi di soggiorno a tantissimi stranieri che hanno fatto domanda per la sanatoria Maroni del 2009 per colf e badanti.
Nella legge Bossi-Fini l'articolo 14 indica la mancata ottemperanza all'ordine di espulsione come reato del codice che prevede l'arresto obbligatorio.
L'obiettivo della sanatoria era la regolarizzazione dei migranti senza permesso che da anni lavorano in nero sottopagati nelle innumerevoli aziende e imprese di Brescia e provincia e nel resto del paese.
Molte organizzazioni l'anno passato chiesero se i condannati per mancata obbedienza al decreto di espulsione potessero fare domanda.
Tra queste la Confartigianato di Rimini il 23 Settembre del 2009 pose il quesito al Viminale che rispose positivamente.
Ecco quindi che moltissimi immigrati irregolari fecero così domanda per regolarizzare la loro posizione versando i contributi e pagando l'Inps.
Nell'ultimo anno hanno speso fino a più di 3000 euro.
Negli ultimi mesi molti migranti hanno visto respingere la loro domanda e ora vedono pendere su di loro un nuovo ordine di espulsione.
A quanto pare il Viminale ha cambiato idea dopo aver intascato centinaia di migliaia di euro; viene riferito ai migranti che essendo clandestini ed avendo un foglio di via non possono essere sanati.
Tutto questo viene detto loro dopo un anno di pagamenti e di speranze contraddicendo alcune direttive come quelle espresse dal Governo alla Confartigianato di Rimini il 23/09/2009.
Siamo di fronte ad una vera e propria truffa di Stato e ad una trappola preparata e servita con cinismo dal ministro Maroni.
Da fine Settembre a Brescia i migranti sono in lotta e non hanno intenzione di subire queste ingiustizie senza far niente. Anche perchè non hanno più nulla da perdere.
Viene quindi montato un presidio permanente davanti alla Prefettura di Brescia in via Lupi di Toscana con tende e sedie.
Il 29 Settembre alle sei del mattino poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa sgomberano il presidio portandosi via tutto, persino maglioni e coperte.
Successivamente migranti e solidali bresciani bloccano alcune vie della città e lanciano una manifestazione di risposta per Sabato 2 Ottobre in Piazza della Loggia.
Al corteo partecipano circa 5000 persone, alcune delle quali verso sera si insediano nuovamente davanti alla prefettura ri-montando il presidio permanente.
Dopo 28 giorni gli immigrati, l'associazione Diritti per tutti e collettivi di bresciani antirazzisti lanciano una nuova dimostrazione per avere delle risposte; l'appuntamento è per il 30 Ottobre in Piazza della Loggia.
La Giunta comunale (Paroli-Rolfi) nega l'autorizzazione e contatta addirittura i consoli intimidendo i migranti di possibili arresti ed espulsioni.
Gli organizzatori dopo un'assemblea al presidio valutano la situazione e rilanciano l'appuntamento per le 15 di Sabato 30 in Piazza Rovetta.
Sabato al Carmine (quartiere interculturale di Brescia) le persone presenti sono alcune centinaia.
La presenza di carabinieri e poliziotti in assetto antisommossa è massiccia tant'è che per arrivare in Piazza Rovetta i partecipanti sono costretti a passare alla spicciolata per i vicoli del quartiere a poche centinaia di metri dalle vie patinate dello shopping.
Alle 15.30 parte un piccolo corteo per le vie del Carmine che viene bloccato dalla celere di Padova (rinomata per la sua umanità e tolleranza) all'altezza della Chiesa di Via San Faustino.
Intanto arrivano notizie che raccontano dell'arrivo di una ruspa e di poliziotti anche in via Lupi di Toscana: Stanno sgomberando il presidio permanente e distruggendo tutto.
La tensione tra i dimostranti sale; sembra che la giunta stia facendo tutto il possibile per scaldare gli animi.
Alcuni migranti arrivano a manciate in Piazza Cesare Battisti e qui entrano nel cantiere della Metropolitana.
Salgono in nove persone sulla gru di 25 metri ed una volta in cima appendono un enorme striscione sul quale c’è scritto Sanatoria.
Il corteo, bloccato, vuole arrivare dalla chiesa di San Faustino al cantiere (distanza: 150 metri) per portare la propria solidarietà ai 9.
La polizia non lo permette e in pochi secondi volano manganellate e spintoni; vengono feriti due ragazzi egiziani, un sindacalista della Cgil e Sauro Digiovanbattista di Sinistra Critica. Quest'ultimo viene arrestato e successivamente rilasciato su pressione dei manifestanti.
Martedì 2 Novembre avrà un processo per direttissima al Palagiustizia di Brescia.
Molti partecipanti al corteo riescono, nonostante la violenza di Polizia e Carabinieri, a raggiungere il cantiere in Piazza Cesare Battisti passando dai vicoli.
Viene bloccato il traffico.
I migranti sulla gru dicono al megafono di non voler scendere finchè non verrà avviata una trattativa che preveda la concessione di uno spazio per il presidio permanente, la fine della repressione e soprattutto un incontro con il prefetto di Brescia e con il Viminale.
In serata arrivano i Vigili del Fuoco che portano ai resistenti sulla gru tele cerate, alimenti, acqua e vestiti.
Fuori dal cantiere rimangono molte persone a portare la loro solidarietà.
Il parroco della Chiesa di San Faustino, Don Nolli, concede una stanzona ai migranti rimasti così che possano darsi il cambio e riposare a turno restando vicini ai fratelli in cima alla gru.
Oggi, Lunedì 1 Novembre, dopo 48 ore di forte vento i migranti rimasti sulla gru sono cinque; affermano di essere motivati e disposti a lottare fino alla morte pur di rivendicare i loro diritti e la loro esistenza.
Quattro ragazzi sono scesi in questi giorni a causa delle intemperie; la cabina di guida è molto piccola e non permette a tutti i resistenti di starci.
Il vento gelido e l'acqua hanno stremato coloro che dormivano all'aperto in bilico e a strapiombo a 25 metri d'altezza.
Un giovane che soffre di narcolessia è dovuto scendere ed è stato ricoverato al Civile di Brescia assime a due compagni.
Sono ragazzi che vivono in Italia da molti anni, stufi di essere trattati come bestie.
Stanchi di essere invisibili agli occhi di una giunta e di un governo razzisti e beceri.
Stanchi di essere sfruttati e ignorati da quella massa di persone che lo scorso Sabato andava per negozi nelle centralissime vie della città, ignorando cosa accadesse a pochi metri da loro.
Dal Carmine continuano ad arrivare testimonianze di solidarietà; anche oggi, nonostante l'ostruzionismo della polizia, cibo,vestiti e coperte sono stati portati in cima alla gru dai pompieri.

La solidarietà attiva degli italiani mai quanto oggi è importante che arrivi ai migranti.
Far sentir loro che c'è un’altra Brescia e un'altra Italia oltre a quella del razzismo, dell'apatia, della mediocrità e dell'ignoranza, è fondamentale.
Passate da Piazza Cesare Battisti e date un’occhiata al cielo; siate umani.
Fatevi contagiare dalla loro dignità.
Per Sabato 6 Novembre è stata lanciata una nuova manifestazione; il concentramento è per le 15 in Piazza della Loggia.
Chi volesse portare la propria solidarietà è invitato a recarsi al Palagiustizia domattina alle 9.
In alternativa può offrire qualche minuto della sua giornata fermandosi in Piazza Cesare Battisti e parlando direttamente con i migranti in lotta o può rinunciare ad un Sabato pomeriggio di mondanità presentandosi in Piazza della Loggia Sabato 6 Novembre.


http://ctvmail.org/tubo/video/1HMKD81S22AH/30102010-manifestazione-migranti-a-brescia




Racconti di uno (brano) di Erri De Luca

Da giorni prima di vederlo il mare era un odore
Un sudore salato, ognuno immaginava di che forma .

Sarà una mezza luna coricata, sarà come il tappeto di preghiera,
sarà come i capelli di mia madre.

Beviamo sulla spiaggia il tè dei berberi,
cuciniamo le uova rubate a uccelli bianchi.

Pescatori ci offrono pesci luminosi,
succhiamo la polpa da scheletri di spine trasparenti.
L’anziano accanto al fuoco tratta con i mercanti
Il prezzo per salire sul mare di nessuno.
(…)

Notte di pazienza, il mare viaggia verso di noi,
all’alba l’orizzonte affonda nella tasca delle onde.

Nel mucchio nostro con le donne in mezzo
Un bambino muore in braccio alla madre.

Sia la migliore sorte, una fine da grembo,
lo calano alle onde, un canto a bassa voce.

Il mare avvolge in un rotolo di schiuma
La foglia caduta dall’albero degli uomini.

(…)

Vogliono rimandarci, chiedono dove stavo prima,
quale posto lasciato alle spalle.

Mi giro di schiena, questo è tutto l’indietro che mi resta,
si offendono, per loro non è la seconda faccia.

Noi onoriamo la nuca, da dove si precipita il futuro
che non sta davanti, ma arriva da dietro e scavalca.

Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo.
Nemmeno gli assassini ci rivogliono.

Rimetteteci sopra la barca, scacciateci da uomini,
non siamo bagagli da spedire e tu nord non sei degno di te stesso.

La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.

Potete respingere, non riportare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

(…)

Faremmo i servi, i figli che non fate,
nostre vite saranno i vostri libri d’avventura.

Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino,
l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso.

martedì 26 ottobre 2010

Sakineh e Norma. Tra clamori e silenzi (assassini).

Di Koldo Campos Sagaseta Giornalista di Rebeliòn


(Fossa comune de La Macarena)

L’iraniana Sakineh Ashtiani la conosciamo tutti. Condannata per adulterio alla lapidazione dalla giustizia iraniana, speriamo che quella donna salvi la vita.
La colombiana Norma Irene Pèrez non la conosce nessuno.
Condannata a essere assassinata dallo Stato colombiano, quella donna che ha scoperto e denunciato una fossa comune nel suo paese, nella quale l'esercito aveva sotterrato i cadaveri di duemila contadini assassinati, nessuno ha potuto salvarla.
Qualche giorno fa, mentre rientrava a casa dopo aver preso parte a una assemblea, questa donna che difendeva i diritti umani è stata intercettata da individui armati.
E' riapparsa giorni dopo, uccisa dalle pallottole.
Per Sakineh Ashtiani è ovvio che la pressione di diverse istituzioni come le Nazioni Unite, svariati organismi e i grandi mezzi di comunicazionee hanno notevolmente contribuito a salvare la sua vita.
Anche per Norma Irene Pèrez è evidente che il silenzio complice di istituzioni come le Nazioni Unite, diversi organismi e i grandi mezzi di comunicazione ha contribuito a provocare la sua morte. Contributo che aumenta la sua colpa per il generoso aiuto che queste istituzioni danno a un narcostato terrorista che conta in centinaia di migliaia i desaparecidos, gli assasinati, i deportati.
Se si mette il nome della donna iraniana nel motore di ricerca di El Paìs appaiono 68 articoli, e centinaia d'altri che se ne riferiscono.
Anche nel motore di ricerca del quotidiano El Mundo i riferimenti a Ashtiani sono centinaia.
In nessuno di questi due giornali, i principali della Spagna, appare alcuna notizia, non una, che citi Norma Irene Pèrez, minacciata di morte da quando il suo coraggio e la sua iniziativa ha messo allo scoperto la più grande fossa comune del mondo postbellico, con duemila vittime dei cosiddetti 'falsi positivi'.
Di recente la rivista Time, sull'immagine di una donna afghana mutilata da un genitore, sentenziava in copertina: 'Ecco cosa succede se ci ritiriamo dall'Afghanistan'.
Avrà ora il coraggio, la rivista Time, sull'immagine di Norma assassinata, circondata dalle tre figlie di 14, 6 e 4 anni e dal figlio di 9 anni, a titolare: 'Ecco cosa continuerà a accadere se non invaderemo la Colombia'?
O forse è anni che la Colombia è stata invasa e occupata e non ce ne siamo accorti.

P.S: Mentre andiamo in stampa, apprendiamo che il Presidente dell’Iran Ahmadinejad ha dichiarato che la condanna di Sakineh non è mai stata pronunciata. Sarebbe un’invenzione dei media occidentali.
Se questa smentita corrisponde a verità, la riflessione che abbiamo appena proposto aumenta in modo inquietante il suo peso.


giovedì 14 ottobre 2010

At Tuwani (R)esiste.

Tra il Marzo e l'Aprile del 2010 ho avuto la possibilità di trascorrere del tempo al villaggio di At Tuwani, a pochi chilometri a sud di Hebron, in Cisgiordania.
Ho (con)vissuto in questo piccolo villaggio ai margini del deserto del Negev grazie alla disponibilità datami dall' organizzazione Operazione Colomba.
Ho avuto modo di vivere (seppur per troppo poco tempo)le ingiustizie e gli abusi che il popolo palestinese subisce da decenni.
Ho visto con i miei occhi i bambini del villaggio di Tuba essere attaccati da coloni ebrei, armati a cavallo, mentre si recavano alla scuola di Tuwani.
Ho visto gli ordini di demolizione dell'esercito israeliano pendenti dalle porte delle case palestinesi costruite sul loro territorio ancestrale. Ho visto anche i bulldozer.
Ho visto i campi di grano delle famiglie del villaggio bruciati dai settlers e il bestiame avvelenato dei contadini.
Ho visto il terrorismo quotidiano di cui sono vittime decine di famiglie di agricoltori colpevoli di non volersene andare dalla loro Terra.
Ho sentito i racconti degli anziani e visto le donne della comunità fare da scudo ai bambini di fronte ai militari israeliani che volevano arrestarli; erano colpevoli di avere rubato una manciata di ciliegie dai campi dei coloni.
Ho visto le colonie espendersi ad un ritmo vertiginoso.
E ho visto soprattutto la tenacia e l'orgoglio di un popolo, rappresentato da un piccolo villaggio sulle colline a sud di Hebron, resistere pacificamente alla violenza e ai soprusi dell'esercito israeliano e dei fondamentalisti ebrei.
Ho visto Davide fronteggiare Golia.

Il video qui di seguito è il trailer di un documentario girato a Tuwani e a Gerusalemme da tre ragazzi del collettivo Smk Videofactory (Nicola Zambelli, Andrea 'Paco' Mariani e Francesco Pistilli) accompagnati dai volontari di Operazione Colomba.

Il documentario uscirà nella Primavera del 2011.

venerdì 10 settembre 2010

L. SEPULVEDA: Quei mapuche così poco attuali



I meriti letterari di Isabel Allende sono fuori discussione, ma è necessario fare alcune considerazioni riguardo al premio nazionale di letteratura. In tutti i paesi che lo contemplano, questo genere di premio è conferito come riconoscimento di tutta una vita dedicata alla scrittura e in nessun caso l'eventuale successo di vendite di una scrittrice o di uno scrittore viene confuso con il suo potenziale mercato internazionale - sia esso d'oro o da due soldi, perché questo vuol dire confondere capre e cavoli.

Il premio poi non diventa l'argomento polemica dell'anno; in Cile invece, poiché il presente è - terremoto incluso - piuttosto sporco, viene allora rimpiazzato da un'attualità rozza e banale che riempie le televisioni e quasi tutti gli spazi consentiti. Agli occhi del mondo intero bisogna nascondere un fatto, occultarlo, negare la sua esistenza perché i 32 mapuche che stanno affrontando un lungo sciopero della fame, mettendo in pericolo le loro vite, è cosa che inquina l'attualità, in cui campeggia una sorta di dibattito intellettuale rozzo e banale.

Per la maggior parte dei cileni, siano essi scrittori, scrittrici o gente che si dedica allo sport della «cilenitudine», i mapuche non esistono, e se per caso qualcuno accetta il fatto che i mapuche esistono da prima dell'arrivo degli europei, li considera fastidiosi perché non accettano il loro ruolo di «suppellettili etniche» o perché sono contadini il cui unico destino non è altro che quello di fornire manodopera a basso prezzo.

Quei tappeti vanno bene per i lavori domestici, per quanto le peruviane sono più economiche; quei piccoli mapuche sono esperti di giardinaggio, di idraulica, sono quelli che castrano i gatti e che ne capiscono di piante selvatiche. Per duecento anni si è occultato, ignorato, negato uno dei fatti più sporchi della nostra storia: il saccheggio, il furto, l'usurpazione delle terre appartenenti a quella grande aggregazione umana chiamata il popolo dei mapuche.

Dalla dubbia dichiarazione d'indipendenza, manipolata dai primi figli e nipoti dei colonizzatori - può questo essere motivo di festeggiamenti? - fino al recupero di una democrazia concepita dalla cricca della dittatura di Pinochet, le proteste sacrosante dei mapuche sono state ignorate o relegate ai faldoni dei problemi che si risolvono con il tempo. Ovvero, quando i mapuche spariranno come popolo, come nazione, come etnia, come parte integrante della cultura americana. Persino durante i mille giorni di governo Allende si affrontò a malapena la questione, contando sui benefici di una riforma agraria che non tenne conto affatto del sentire culturale dei mapuche, e che ignorò il loro speciale rapporto con la terra e con l'habitat, imprescindibile per la Gente della Terra.

Sono disgustato quando, dopo un giro di acquavite peruviana, biondicce e biondicci di tutte le età e classi sociali, esprimono orgogliosi la gioia di avere qualche goccia di sangue mapuche nelle vene. Allora: «Dai bisogna portarci questo scrittore», e mi invitano ad andare a visitare i loro terreni o i loro poderi nella regione di Araucania, perché veda i mapuche e le belle cose che fanno al telaio. «Se siamo fortunati - aggiungono - magari vedi qualcuno che suona il corno».

Lo sciopero della fame dopo una settimana causa pericolose alterazioni nell'organismo. E' evidente quindi che uno sciopero della fame che dura da più di un mese causa dei danni irrecuperabili. Le alterazioni del ritmo cardiaco e della pressione, avvicinano alla morte, ma è la morte dei mapuche, di un po' di uomini e donne sopravvissuti alla pace dell'Araucania. «Sono testardi questi mapuche», aggiungono, che si rifiutano di accettare passivamente la fine della vita, così spogliati della loro terra senza la quale non sanno, non possono e non vogliono vivere.

Nel deserto di Atacama ci sono 33 minatori rinchiusi sotto una montagna. Sono uomini coraggiosi che non dovrebbero trovarsi sotto tonnellate di pietra se l'azienda mineraria avesse rispettato le norme internazionali della sicurezza del lavoro. Dovrebbero trovarsi ora insieme alle loro famiglie se in Cile l'esigenza di rispettare le norme non fosse considerata un attentato alla libertà di mercato. Quei minatori e la possibilità effettiva - perché le leggi le fanno i padroni a loro uso e consumo - che l'azienda non gli paghi i giorni trascorsi a lavorare lì sepolti, e i giorni che rimarranno lì sepolti fino a quando non li recupereranno, fa parte dello sporco presente del Cile, un presente immobile dal giorno in cui la dittatura ha consegnato il paese ai capricci del libero mercato. Un mercato che genera ricchezze di origine dubbia, come quella dell'attuale presidente.

E anche questo presente è stato occultato, negato, ignorato da tutti coloro che hanno governato potenziando e glorificando il libero mercato. È disgustosa l'epidemia di patriottismo rozzo e banale che la tragedia delle miniere ha suscitato. E' disgustoso vedere soggetti come Leonardo Farkas, quel milionario dalla perenne abbronzatura made in Miami, di origine e stile come quelli di un Berlusconi o di un Piñera, che regalano cinque milioni di pesos alle famiglie dei minatori rinchiusi, senza alcuna progettualità politica, evidentemente. Quando quei minatori saranno recuperati - e devono essere liberati costi quel che costi - se qualcuno di loro dovesse insistere sull'esigenza di un impegno statale che tuteli la sicurezza del lavoro, costui verrà sanzionato con la legge anti-terrorismo?

I minatori di Atacama, così come il premio nazionale di letteratura, fanno parte di quell'attualità che nasconde, occulta e nega il presente più sporco, e questo è il lungo presente dei mapuche. Trentadue uomini del sud rischiano di morire perché chiedono la libertà di prigionieri politici di una democrazia dettata dagli interessi di mercato. Chiedono il riconoscimento legale di uno Stato di Diritto, chiedono che cessi di essere loro applicata l'odiosa legge anti terrorismo che ha eliminato la presunta innocenza e contempla accuse da parte di testimoni incappucciati, processi a porte chiuse, incubi pseudo legali che li condannano a prendere posizioni radicali: ma questo è quel che vuole lo Stato cileno, per giustificare lo sterminio, la soluzione finale del problema dei mapuche.

In Cile, questo strano paese che si affaccia sul mare e alla mercé dalla sua padrona - l'attualità inventata - si respira un presente carico di lerciume e infamia. Adesso l'attualità contemplerà i fasti del bicentenario, nelle osterie si sbaverà cilenitudine, anche la merda puzzerà di patriottismo, volenti o nolenti, il barbaro lemma nazionale sarà l'inno agglutinante di milioni di analfabeti sociali, e nel sud, nel profondo sud, i Mapuche, la Gente della Terra, persevererà la sua giusta lotta, negata, ignorata, occultata, repressa, falsificata dai paladini della cilenitudine, nelle cui vene - così dicono orgogliosi - scorre sangue mapuche.

Quei 32 mapuche che si giocano la vita nelle carceri del sud, sono coloro a cui si riferiva Ercilla quando scrisse sulla terra australe: «La gente che la abita è così superba, gagliarda e bellicosa/che non è stata mai battuta/vinta da alcun re/né mai sottomessa a dominazione straniera».

(Traduzione di Valentina Manacorda)


.Cosa sta accadendo al popolo Mapuche? dal sito WWW.FDCA.IT

L'insostenibile situazione che le varie comunità del popolo Mapuche hanno dovuto affrontare è giunta nuovamente ad punto di crisi.

I prigionieri politici Mapuche, stanchi e preoccupati per la violazioni dei loro diritti, per le torture e le persecuzioni, persino contro minori, per gli abusi ed i trattamenti arbitrari a cui sono sottoposti dallo Stato cileno e dalla sua magistratura, hanno preso la grave decisione di mettersi in sciopero della fame a partire dal 12 luglio di quest'anno.

Questi prigionieri sono accusati di tentata occupazione di terreni e di danno alla proprietà delle compagnie del legname, settore strategico nel modello di esportazioni cileno, che hanno occupato le terre ancestrali del popolo Mapuche.

Oggi, i 31 prigionieri che sono rinchiusi in diversi carceri di alta sicurezza nel sud del Cile (Concepción, Temuco, Valdivia, ed Angol), si sono ancora una volta erti all'unisono per prendere la difficile decisione di rinunciare a cibo ed acqua, affinché si giunga ad una vera soluzione di questo conflitto politico.

Data la situazione, le sottoscritte organizzazioni libertarie da varie parti del mondo, dichiarano la loro piena solidarietà e denunciano lo Stato cileno e la sua magistratura.

1. Essendo il Cile il paese dove i membri delle comunità indigene costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria, risultano evidenti in questo paese il razzismo, la discriminazione, l'oppressione e l'ideologia tipica di quegli Stati gestiti con politiche di occupazione coloniale, del tutto simili a quelle fasciste.

2. Avendo lo Stato del Cile ha una struttura legale che non consente percorsi giudiziari giusti e trasparenti, ad esempio il cosiddetto "primato della legge" non vale per il popolo Mapuche, per il quale non vi è uguaglianza di condizioni a fronte dei privilegi per gli interessi economici strategici dell'attuale programma di accumulazione neoliberista in corso nel paese, come le compagnie di legname, compagnie minerarie, impianti idroelettrici, latifondisti, etc.

3. essendo di fronte ad una sistematica politica di annichilimento del popolo Mapuche, non solo promossa dallo Stato e dalla magistratura, ma anche dalla Destra politica ed economica, che viene implementata tramite:

a) La legge anti-Terrorismo, fatta durante gli anni del regime autoritario del dittatore ed assassino Augusto Pinochet. Questa legislazione colpisce i crimini contro la vita, tuttavia nessun Mapuche è stato mai accusato di omicidio. Eppure, alcuni prigionieri sono stati di recente condannati a 50 e persino anche 100 anni di carcere.

b) Vista l'applicazione del doppio processo, in altre parole, i Mapuche vengono processati e condannati 2 volte per la stessa imputazione, una volta dalla magistratura civile ed un'altra da quella militare, cosa che succede solo in questo paese e tra quelli più conservatori al mondo.

c) Considerata la militarizzazione del territorio su cui i Mapuche affermano i loro diritti politici e territoriali. Vale a dire una serie di misure per usare mezzi civili e militari, quali elicotteri e lacrimogeni, maltrattamenti sulle donne e sui bambini rimasti senza la protezione degli uomini adulti, in gran parte in carcere.

d) Preso atto che i media cileni, che hanno assicurato l'invisibilità della protesta ignorando lo sciopero della fame e coloro i quali, dall'altra parte, hanno costantemente criminalizzato la storica protesta sociale dei Mapuche e la loro giusta e legittima lotta per ottenere una rapida e diffusa condanna nell'opinione pubblica.

e) Viste le false testimonianze dei testimoni oculari e di quelli col viso coperto, entrambi pagati dall'accusa e da individui, fino a giungere al caso del procuratore di Stato Francisco Ljubetic che collega le organizzazioni del popolo Mapuche alle FARC in Colombia, creando così un falso e sproporzionato parallelo tra conflitti interni ai due paesi.

f) Visto il segreto investigativo imposto per tutto il processo legale al fine di impedire I diritti della difesa.

g) Considerato che la maggior parte dei prigionieri è rimasta detenuta per tutta la durata del processo (oltre un anno), fattispecie che non rispetta la presunzione di innocenza, che si suppone garantita nell'attuale sistema giudiziario cileno.

h) Vista la persecuzione e l'incarcerazione quale conseguenza della campagna mediatica aizzata dal Pubblico Ministero.

i) Ed infine, visto che il governo cileno continua ad ignorare le richieste dei prigionieri in sciopero della fame, nella speranza di piegare il movimento Mapuche e giocando pericolosamente con la salute dei prigionieri.

Noi chiediamo dunque:

GIUSTIZIA E LIBERTA' PER I PRIGIONIERI POLITICI E PER QUELLI DI ALTRE ETNIE CHE SOSTENGONO QUESTA LOTTA
LA FINE DELLE LEGISLAZIONE ANTI-TERORISMO E DELLA GIUSTIZIA MILITARE
LA DEMILITARIZZAZIONE DELL'AREA
TERRA ED AUTONOMIA PER I POPOLI INDIGENI

Organizzazioni firmatarie:

Convergencia Juvenil Clasista "Hijos del Pueblo" (Ecuador)
Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia)
Revista Hombre y Sociedad (Cile)
Organización Revolucionaria Anarquista - Voz Negra (Cile)
Estrategia Libertaria (Cile)
Red Libertaria Popular Mateo Kramer (Colombia)
Grupo Antorcha Libertaria (Colombia)
Workers Solidarity Movement (Irlanda)
Unión Socialista Libertaria (Perù)

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

Per aggiornamenti sulla situazione:

http://www.mapuexpress.net/ http://www.azkintuwe.org

sabato 21 agosto 2010

Uribe nominato membro del comitato che investighera' sull'attacco alla Freedom Flotilla.



L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha designato il presidente uscente della Colombia Alvaro Uribe, il cui governo si è caratterizzato per le denunce di violazioni dei Diritti Umani, come membro di una Commissione internazionale che investigherà sull’attacco dell’esercito israeliano contro la Flotilla che voleva portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il segretario genrale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha considerato come un passo in avanti il fatto che Tel Aviv, dopo due mesi di intensi sforzi diplomatici, ha accettato un’inchiesta sugli avvenimenti. Nell’assalto armato israeliano contro la Flotilla, che partiva dalla Turchia per Gaza, sono morti 9 attivisti umanitari turchi, provocando una condanna internazionale. Da diverse parti del mondo l’azione militare è stata condannata e qualificata come una violazione dei Diritti Umani, soprattutto perché i fatti si sono svolti in acque internazionali. Ban Ki-moon voleva che l’inchiesta contribuisse ad abbassare la tensione nella regione. “La creazione di questo Comitato avrà un effetto positivo sul miglioramento delle relazioni tra Israele e la Turchia e allo stesso tempo porterà un impatto positivo nel processo di pace nel Medio Oriente”, aveva dichiarato.

La commissione che indagherà sui fatti, sarà capitanata dall’ex primo ministro della Nuova Zelanda Geoffrey Palmer, come presidente, e dal rappresentante della Colombia, Alvaro Uribe, come vicepresidente.

Dopo l’annuncio della creazione del comitato, il portavoce Onu, Martin Nesirky, ha spiegato che esso sarà composto anche da un rappresentante della Turchia e uno di Israele, per un totale di soli quattro membri. Per molti analisti, l’autorità del comitato è limitata, per questo il portavoce ha dichiarato che i suoi membri saranno quelli che dovranno decidere se necessitano di chiamare testimoni o di recarsi nella zona per compiere il loro mandato. “Il segretario generale ha chiarito che sarà un’indagine imparziale e affidabile, in linea con gli standard internazionali”, ha assicurato Nesirky.

Rispetto all’elezione di Uribe come vicepresidente del Comitato, Nesirky sostiene che “il segretario generale confida in Geoffrey Palmer e nel presidente uscente della Colombia per assolvere a questo compito in maniera imparziale. Non faranno nulla di più”. Durante gli otto anni di governo Uribe, ci sono state molte denunce di trasgressione ai Diritti Umani in Colombia. Infatti, un rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa, pubblicato nell’aprile di quest’anno, ha dimostrato che solo nel 2009 in questo paese latinoamericano sono state commesse circa 800 violazioni del diritto umanitario.

Le violazioni “più preoccupanti” secondo la Croce Rossa, sono le esecuzioni sommarie, o i cosiddetti “falsi positivi”, i civili che sono presentati dall’esercito colombiano come guerriglieri morti in combattimento, allo scopo di mostrare i risultati ai superiori e ottenere così dei benefici. In più, un relatore speciale delle Nazioni Unite il 27 maggio ha riferito che i casi di esecuzioni extragiudiziali in Colombia ha raggiunto il 98,5 percento delle impunità e che persistono “gravi problemi” di sicurezza nel paese. Durante il governo di Uribe, inoltre, è stato ordinato alle Forze Armate della Colombia la realizzazione di un attacco militare illegale in territorio ecuadoriano, col pretesto di smantellare un campo temporaneo di guerriglieri. Questi eventi hanno portato alla rottura delle relazioni tra Quito e Bogotà che solo di recente hanno iniziato un tavolo di trattativa per ricomporre i rapporti diplomatici.

Israele alleato militare della Colombia

Israele è uno dei principali paesi che fornisce materiale bellico alla Colombia. La Forza Aerea colombiana ha segnalato di aver ricevuto tre aerei comprati da Israele, come parte di un programma di modernizzazione degli armamenti promossa dal governo di Alvaro Uribe. Secondo lo studio, la Colombia nel 2009 ha destinato alla spesa militare il 3,7 percento del suo prodotto interno lordo, collocandosi come primo tra i paesi del continente. Nel 2008 il governo della Colombia ha concluso con Israele un contratto per 165 milioni di dollari per l’acquisto di 13 caccia di tipo Kafir e il potenziamento di altri 11 della flotta.

Fonte:TeleSur

giovedì 8 luglio 2010

Dalle curve a tutta la società.

Qualcuno probabilmente rimarrà stupito nel vedere pubblicare un breve documentario (45 min.) sul mondo Ultras a lato di diversi articoli e post sulle lotte indigene in Latino America e nel mondo.
Ma oggi noi siamo in Italia e non più nel continente delle rivolte popolari e delle speranze.
Siamo (e speriamo di starci il meno possibile) in un paese dove una manifestazione di terremotati come quella svoltasi ieri a Roma viene repressa dai manganelli della guardia di finanza.
La stessa finanza che dovrebbe monitorare il pagamento delle tasse e dei contributi e che invece fa da braccio armato a una classe politica malavitosa che vuole far pagare, dal prossimo Dicembre, i tributi sulla casa a chi la casa oramai non l'ha più.
Siamo in un paese dove si gioca sulla vita delle persone come se si giocasse a Monopoli; si spartiscono gli appalti, militarizzano una città di macerie e non ricostruiscono.
Un paese dove la farsa è scambiata per realtà, dove la merda è nascosta sotto i tappeti ed è spacciata per cioccolato svizzero.
Siamo in un paese dove la comunità quasi non esiste, un paese nel quale si stanno distruggendo chirurgicamente tutti i luoghi di aggregazione decentrata e autonoma.
Un paese nel quale il gioco più popolare e più bello del mondo viene ridotto a un business elitario.
Nemmeno il peggiore uccello del malaugurio avrebbe previsto che la manifestazione aquilana di ieri sarebbe stata soffocata dalle cariche della celere.
Ma l'augurio più grande è che L'Aquila ora diventi Fenice e che la repressione venga combattuta da un fronte comune e unito nella sua diversità.
Pubblichiamo qui di seguito il video di un incontro tenutosi a Bologna mercoledì 3 Marzo nell' Aula C autogestita della Facoltà di Scienze Politiche.
L'incontro ''Dalle curve a tutta la società, leggi speciali per gli Ultras domani in tutte le città'' ha toccato numerosi punti sensibili nella nostra nazione e nel nostro mondo occidentale quali la privatizzazione, la repressione militarizzata, il controllo sociale..tutte modalità in certi ambienti già viste e sperimentate da molti anni ma che solo ora si stanno estendendo a macchia d'olio nei settori più disparati e fino a ieri più al 'sicuro' della società.
Buona visione e buona riflessione.

I video sono registrati su http://www.myspace.com/smashingmrkve




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mercoledì 16 giugno 2010

5 Giugno 2009: Bagua non si dimentica.

A poco più di un anno dalla strage di Bagua (5 Giugno 2009) perpetrata ai danni della popolazione nativa peruviana da parte del governo aprista di Alan Garcìa pubblichiamo di seguito un breve documentario sulla resistenza indigena al neoliberismo selvaggio e al saccheggio dei territori ancestrali indigeni in Amazzonia.



Copiate e incollate il link di seguito per vedere il video:

http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=1789624491349502624

mercoledì 26 maggio 2010

VIVIR BIEN. Proposta di modello governativo in Bolivia.


Bolivia.

In un’intervista, il ministro degli Esteri ed esperto in cosmovisione andina, Davis Choquehuanca, spiega i principali aspetti di questo progetto che ha come fulcro centrale la vita e la natura.

Il Vivir Bien, il modello che cerca di implementare il governo di Evo Morales, può essere brevemente riassunto come il vivere in armonia con la natura riprendendo quei principi ancestrali delle culture della regione secondo cui l’essere umano si colloca al secondo posto rispetto all’habitat ambientale.
Il ministro David Choquehuanca, uno degli studiosi aymaras di questo modello ed esperto in cosmovisione andina, ha spiegato i dettagli di questi princìpi riconosciuti nell’articolo 8 della Costituzione Politica dello Stato (CPE nell’acronimo boliviano, N.d.T.): “Vogliamo tornare a Vivere Bene, il che significa che ricominceremo a valorizzare la nostra storia, la nostra musica, i nostri abiti, la nostra cultura, la nostra lingua, le nostre risorse naturali; successivamente, recupereremo tutto ciò che è nostro e torneremo a essere ciò che siamo stati”.

L’articolo 8 della CPE stabilisce che “Lo stato assume e promuove come princìpi etico-morali della società plurale: ama qhilla, ama llulla, ama suwa (non essere fiacco, non essere bugiardo, non essere ladro), suma qamaña (vivere bene), ñandereko (vita armoniosa), teko kavi (vita buona), ivi maraei (terra senza male) qhapaj ñan (cammino o vita nobile). Il ministro ha sottolineato la sua distanza dal socialismo

e ancor più dal capitalismo in quanto il primo cerca di soddisfare le necessità dell’uomo mentre invece per il secondo ciò che più conta è il denaro ed il plusvalore.
Secondo Choquehuanca il Vivir Bien è un processo appena iniziato e che poco a poco si intensificherà. Per noi che apparteniamo alla cultura della vita ciò che più importa non è il denaro né l’oro e nemmeno l’uomo (che è invece all’ultimo posto). Ciò che invece importa sono i fiumi, l’aria, le montagne, le stelle, le formiche, le farfalle […]. L’uomo per noi è all’ultimo posto; ciò che più importa è la vita.


Nelle culture;

Aymara: Anticamente chi popolava le comunità Aymara in Bolivia, aspirava a diventare quamiris (persone che vivono bene).

Quechuas: Allo stesso modo, le persone appartenenti a questa cultura aspiravano ad essere qhapaj (gente che vive bene). Un benessere che, però, non è quello economico.

Guaraníes: Il guaraní aspira sempre ad essere una persona in armonia con la natura sperando di poter divenire un giorno iyambae.

Il Vivir Bien dà priorità alla natura piuttosto che all’uomo.
Sono queste le caratteristiche che lentamente il nuovo Stato Plurinazionale implementerà.


Priorità alla vita.

Vivir Bien significa vivere in una comunità in cui tutti coloro i quali ne fanno parte si preoccupano per tutti. Ciò che più importa non è l’uomo (come definisce il socialismo) né il denaro (come afferma il capitalismo), ma la vita. Si cerca un’esistenza più semplice. Lo scopo è quello di creare armonia tra natura e vita con l’unico obiettivo di salvare il pianeta e dare priorità all’umanità.


Accordarsi consensualmente.

Vivir Bien è cercare consenso fra tutti il che significa che, a prescindere dalle differenze tra le persone, nel momento in cui ci si confronta è possibile raggiungere un punto neutrale che coinvolga tutti senza provocare conflitti. “Non siamo contro la democrazia ma cercheremo di analizzarla a fondo perché democrazia significa anche sottomissione e sottomettere il prossimo non è vivere bene”, ha spiegato il ministro David Choquehuanca.


Rispettare le differenze.

Vivir Bien significa rispettare l’altro, saper ascoltare senza discriminazione o sottomissione chiunque desideri parlare. Non si parla di tolleranza, ma di rispetto e, benché ogni cultura e ogni regione abbia il suo proprio punto di vista, per vivere bene e in armonia è necessario rispettare tali differenze. Si tratta di una dottrina che coinvolge tutti gli esseri che abitano questo pianeta, comprese le piante e gli animali.


Vivere in complementarietà.

Vivir Bien è dare priorità alla complementarietà, il che significa che tutti gli esseri umani del pianeta devono essere complementari all’altro. Nelle comunità il bambino è complementare all’anziano, l’uomo alla donna, ecc. L’esempio esposto dal ministro è quello dell’uomo che non deve uccidere le piante in quanto complementari alla sua esistenza e di supporto alla sua sopravvivenza.


Equilibrio con la natura.

Vivir Bien è condurre una vita in equilibrio con tutti gli esseri di una comunità. Come per la democrazia, anche la giustizia è un concetto da escludere perché, secondo il ministro David Choquehuanca, tiene in considerazione solo le persone all’interno di una comunità e non ciò che invece è più importante: la vita e l’armonia dell’uomo con la natura. È per questo che il Vivir Bien aspira ad una vita equa e senza esclusioni.


Difendere l’identità.

Vivir Bien è valorizzare e recuperare la propria identità. In questo nuovo modello l’identità delle popolazioni è molto più importante della dignità. L’identità è godere pienamente di una vita basata su quei valori che hanno resistito per oltre 500 anni (dalla conquista spagnola), che sono stati ereditati da quelle famiglie e da quelle comunità che hanno vissuto in armonia con la natura e con l’intero cosmo.


Uno degli obiettivi principali del Vivir Bien è recuperare l’unione tra tutte le popolazioni.
Il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, ha spiegato che anche il saper mangiare, bere, danzare, comunicare e lavorare rappresentano alcuni degli aspetti fondamentali.


Accettare le differenze.

Vivir Bien è rispettare le somiglianze e le differenze tra gli esseri che popolano lo stesso pianeta. Va molto più in là del semplice concetto di diversità. “Non c’è unione nel concetto di diversità ma somiglianza e differenza perché quando si parla di diversità si parla solo di persone”, afferma il ministro. Questo concetto significa che gli esseri somiglianti o differenti non devono mai ferirsi.


Dare priorità ai diritti cosmici.

Vivir Bien è dare priorità ai diritti cosmici piuttosto che ai Diritti Umani. Quando il Governo parla di cambiamento climatico, si riferisce anche ai diritti cosmici (assicura il ministro degli Esteri). “Per questo il Presidente Evo Morales sostiene che sarà più importante parlare di diritti della Madre Terra piuttosto che di Diritti Umani”.


Saper mangiare.

Vivir Bien è saper alimentarsi, saper combinare i cibi adeguati secondo le stagioni dell’anno (alimenti stagionali). Il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, spiega che tale aspetto deve essere affrontato in base alle pratiche degli antenati i quali usavano alimentarsi con un solo determinato prodotto per un’intera stagione. Sottolinea che alimentarsi bene garantisce il nostro stato di salute.


Saper bere.

Vivir Bien è saper bere alcool con moderazione. Nelle comunità indigene ogni festa ha un suo significato e l’alcool è presente nelle cerimonie ma, ciò nonostante, lo si consuma con moderazione senza esagerare o recar danno a qualcuno. “Dobbiamo saper bere; nelle nostre comunità esistevano vere e proprie feste legate alle varie stagioni, ma non significa entrare in un locale, avvelenarsi di birra e uccidere i nostri neuroni”.


Saper danzare.

Vivir Bien è saper danzare, non semplicemente saper ballare. La danza è legata ad alcuni eventi concreti come la raccolta o la semina. Le comunità continuano ad onorare la Pachamama con la danza e con la musica soprattutto nei periodi legati all’agricoltura; nelle città le danze originarie vengono considerate espressioni folkloriche. Nella nuova dottrina si rinnoverà il vero significato della danza.


Saper lavorare.

Vivir Bien è considerare il lavoro una festa. “Il lavoro per noi è felicità”, dice il ministro David Choquehuanca, il quale sottolinea che, a differenza del capitalismo in cui chi lavora viene pagato, nel nuovo modello di stato Plurinazionale si riprende la teoria ancestrale del lavoro inteso come festa. È un modo di crescere e per questo nelle culture indigene si lavora fin da piccoli.


Recuperare il abya laya.

Vivir Bien è promuovere l’idea che i popoli si uniscano in una grande famiglia. Per il ministro questo implica che tutte le regioni del paese si ricostituiscano in quello che, ancestralmente, era considerata una grande comunità. “Questo concetto deve estendersi a tutti i paesi ed è per questo che consideriamo buon segno il fatto che tutti i Capi di Stato stiano cercando di riunire tutte le popolazioni e tornare a essere il Abya Laya di un tempo”.


Reintegrare l’agricoltura.

Vivir Bien è reintegrare l’agricoltura nelle comunità. Parte della dottrina del nuovo Stato Plurinazionale è recuperare le forme di convivenza all’interno della comunità come il lavoro della terra e la coltivazione di quei prodotti che possono coprire le necessità basiche per il sostentamento. Saranno devolute terre alle comunità in modo che si generino le economie locali.


Saper comunicare.

Vivir Bien è saper comunicare. Il nuovo Stato Plurinazionale vuole recuperare la comunicazione che esisteva nelle comunità ancestrali. Il dialogo è il risultato di questa buona comunicazione di cui parla il ministro. “Dobbiamo comunicare come facevano un tempo i nostri padri, risolvendo i problemi senza conflitti. Non possiamo perdere questa capacità”.

Il Vivir Bien non significa “vivere meglio”, come propone il capitalismo
Tra le norme stabilite dal nuovo modello di Stato Plurinazionale figurano: il controllo sociale, la reciprocità ed il rispetto per la donna e per l’anziano.


Controllo sociale.

Vivir Bien è realizzare un controllo obbligatorio tra gli abitanti di una comunità. Il ministro Choquehuanca ha affermato che “si tratta di un controllo diverso da quello proposto dal Movimento de Participación Popular che è stato rifiutato da alcune comunità, in quanto riduceva la reale partecipazione della gente”. In passato “tutti controllavano le funzioni delle autorità principali”.


Lavorare in reciprocità.

Vivir Bien è recuperare nelle comunità il concetto di reciprocità. Tra le popolazioni indigene questa pratica è detta ayni, niente di più che la restituzione, sotto forma di lavoro, dell’aiuto prestato da una famiglia in un'attività agricola come la semina o la raccolta. “Si tratta di uno dei tanti princìpi e dei codici che ci garantiscono equilibrio di fronte alle grandi siccità”, spiega il ministro degli Esteri.


Non rubare e non mentire.

Vivir Bien è basarsi nel “ama sua y ama qhilla” (non rubare e non mentire in lingua quechua). È uno dei precetti inclusi nella nuova Costituzione Politica dello Stato Boliviano che il Presidente ha promesso di rispettare. Allo stesso modo, per il ministro è fondamentale che tra le comunità questi princìpi siano rispettati in modo da raggiungere benessere e fiducia tra i suoi abitanti. “Sono tutti codici da seguire per poter vivere bene in futuro”.


Proteggere i semi.

Vivir Bien è proteggere e conservare i semi perché in futuro si evitino i prodotti transgenici. Il libro “Vivir Bien, come risposta alla crisi globale” della cancelleria boliviana specifica che una delle caratteristiche di questo nuovo modello è preservare l’ancestrale ricchezza agricola attraverso la creazione di banche dei semi che evitino l’uso dei prodotti transgenici che incrementano la produttività; si tratta di una miscela chimica in grado di danneggiare e distruggere i semi millenari.


Rispettare la donna.

Vivir Bien è rispettare la donna perché rappresenta la Pachamama, la Madre Terra, capace di generare la vita e di prendersi cura di tutti i suoi frutti. Per questi motivi, all’interno delle comunità, la donna è valorizzata ed è presente in tutte le attività orientate alla vita, all’educazione e alla rivitalizzazione della cultura. Coloro i quali vivono nelle comunità indigene considerano la donna come base dell’organizzazione sociale poiché è lei che trasmette ai suoi figli la conoscenza della sua cultura.


Vivere bene e non meglio.

Vivir Bien non significa “vivere meglio”, concetto questo generalmente legato al capitalismo. Per la nuova dottrina dello Stato Plurinazionale, vivere meglio si traduce nella parola egoismo, disinteresse per gli altri, individualismo ed interesse unico nel profitto. La nuova dottrina considera quella capitalista fautrice dello sfruttamento delle persone al solo scopo di arricchire i pochi, mente il Vivir Bien guarda a una vita più semplice in grado di sostenere una produzione equilibrata.


Recuperare risorse.

Vivir Bien è recuperare la naturale ricchezza del proprio paese e permettere che tutti beneficino di tale ricchezza in maniera equilibrata ed equa. Lo scopo della dottrina del Vivir Bien è anche quello di nazionalizzare e recuperare le imprese strategiche del territorio nell’ambito dell’equilibrio e della convivenza tra l’uomo e la natura in contrapposizione ad uno sfruttamento irrazionale delle risorse naturali. “Innanzitutto bisogna dare priorità alla natura”, ha aggiunto il ministro.


Esercitare la sovranità.

Vivir Bien è esercitare la sovranità nazionale partendo dalle comunità. Secondo il libro “Vivir Bien come risposta alla crisi globale” questo significa che raggiungeremo la sovranità attraverso un consenso comunale capace di definire e di costruire unità e responsabilità a favore del bene comune e senza esclusione alcuna. In questo stesso contesto si ricostruiranno comunità e nazioni, allo scopo di istituire una società sovrana che governi in armonia con l’individuo, con la natura e con il cosmo.


Fare buon uso dell’acqua.

Vivir Bien è distribuire l’acqua in modo razionale e fare di questo bene un uso corretto. Il ministro degli Esteri sostiene che l’acqua è il latte degli esseri che abitano il pianeta. “Abbiamo tanto: risorse naturali, acqua… La Francia, per esempio, non ha né la quantità di acqua né la quantità di terra che possiede il nostro paese, eppure non esiste nessun Movimento Senza Terra. Dobbiamo valorizzare ciò che abbiamo e preservarlo il più possibile; questo significa Vivere Bene”.


Ascoltare gli anziani.

Vivir Bien è leggere le rughe degli anziani per riprendere il cammino. Il ministro sostiene che gli anziani delle comunità rappresentano una delle principali fonti di conoscenza essendo custodi di storie e tradizioni che si perdono con il passare degli anni. “I nostri anziani sono biblioteche ambulanti e dunque dobbiamo sempre imparare da loro”, afferma. È per questo che nelle comunità indigene del paese gli anziani sono rispettati e consultati.



Traduzione di Silvia Dammacco