mercoledì 26 maggio 2010

VIVIR BIEN. Proposta di modello governativo in Bolivia.


Bolivia.

In un’intervista, il ministro degli Esteri ed esperto in cosmovisione andina, Davis Choquehuanca, spiega i principali aspetti di questo progetto che ha come fulcro centrale la vita e la natura.

Il Vivir Bien, il modello che cerca di implementare il governo di Evo Morales, può essere brevemente riassunto come il vivere in armonia con la natura riprendendo quei principi ancestrali delle culture della regione secondo cui l’essere umano si colloca al secondo posto rispetto all’habitat ambientale.
Il ministro David Choquehuanca, uno degli studiosi aymaras di questo modello ed esperto in cosmovisione andina, ha spiegato i dettagli di questi princìpi riconosciuti nell’articolo 8 della Costituzione Politica dello Stato (CPE nell’acronimo boliviano, N.d.T.): “Vogliamo tornare a Vivere Bene, il che significa che ricominceremo a valorizzare la nostra storia, la nostra musica, i nostri abiti, la nostra cultura, la nostra lingua, le nostre risorse naturali; successivamente, recupereremo tutto ciò che è nostro e torneremo a essere ciò che siamo stati”.

L’articolo 8 della CPE stabilisce che “Lo stato assume e promuove come princìpi etico-morali della società plurale: ama qhilla, ama llulla, ama suwa (non essere fiacco, non essere bugiardo, non essere ladro), suma qamaña (vivere bene), ñandereko (vita armoniosa), teko kavi (vita buona), ivi maraei (terra senza male) qhapaj ñan (cammino o vita nobile). Il ministro ha sottolineato la sua distanza dal socialismo

e ancor più dal capitalismo in quanto il primo cerca di soddisfare le necessità dell’uomo mentre invece per il secondo ciò che più conta è il denaro ed il plusvalore.
Secondo Choquehuanca il Vivir Bien è un processo appena iniziato e che poco a poco si intensificherà. Per noi che apparteniamo alla cultura della vita ciò che più importa non è il denaro né l’oro e nemmeno l’uomo (che è invece all’ultimo posto). Ciò che invece importa sono i fiumi, l’aria, le montagne, le stelle, le formiche, le farfalle […]. L’uomo per noi è all’ultimo posto; ciò che più importa è la vita.


Nelle culture;

Aymara: Anticamente chi popolava le comunità Aymara in Bolivia, aspirava a diventare quamiris (persone che vivono bene).

Quechuas: Allo stesso modo, le persone appartenenti a questa cultura aspiravano ad essere qhapaj (gente che vive bene). Un benessere che, però, non è quello economico.

Guaraníes: Il guaraní aspira sempre ad essere una persona in armonia con la natura sperando di poter divenire un giorno iyambae.

Il Vivir Bien dà priorità alla natura piuttosto che all’uomo.
Sono queste le caratteristiche che lentamente il nuovo Stato Plurinazionale implementerà.


Priorità alla vita.

Vivir Bien significa vivere in una comunità in cui tutti coloro i quali ne fanno parte si preoccupano per tutti. Ciò che più importa non è l’uomo (come definisce il socialismo) né il denaro (come afferma il capitalismo), ma la vita. Si cerca un’esistenza più semplice. Lo scopo è quello di creare armonia tra natura e vita con l’unico obiettivo di salvare il pianeta e dare priorità all’umanità.


Accordarsi consensualmente.

Vivir Bien è cercare consenso fra tutti il che significa che, a prescindere dalle differenze tra le persone, nel momento in cui ci si confronta è possibile raggiungere un punto neutrale che coinvolga tutti senza provocare conflitti. “Non siamo contro la democrazia ma cercheremo di analizzarla a fondo perché democrazia significa anche sottomissione e sottomettere il prossimo non è vivere bene”, ha spiegato il ministro David Choquehuanca.


Rispettare le differenze.

Vivir Bien significa rispettare l’altro, saper ascoltare senza discriminazione o sottomissione chiunque desideri parlare. Non si parla di tolleranza, ma di rispetto e, benché ogni cultura e ogni regione abbia il suo proprio punto di vista, per vivere bene e in armonia è necessario rispettare tali differenze. Si tratta di una dottrina che coinvolge tutti gli esseri che abitano questo pianeta, comprese le piante e gli animali.


Vivere in complementarietà.

Vivir Bien è dare priorità alla complementarietà, il che significa che tutti gli esseri umani del pianeta devono essere complementari all’altro. Nelle comunità il bambino è complementare all’anziano, l’uomo alla donna, ecc. L’esempio esposto dal ministro è quello dell’uomo che non deve uccidere le piante in quanto complementari alla sua esistenza e di supporto alla sua sopravvivenza.


Equilibrio con la natura.

Vivir Bien è condurre una vita in equilibrio con tutti gli esseri di una comunità. Come per la democrazia, anche la giustizia è un concetto da escludere perché, secondo il ministro David Choquehuanca, tiene in considerazione solo le persone all’interno di una comunità e non ciò che invece è più importante: la vita e l’armonia dell’uomo con la natura. È per questo che il Vivir Bien aspira ad una vita equa e senza esclusioni.


Difendere l’identità.

Vivir Bien è valorizzare e recuperare la propria identità. In questo nuovo modello l’identità delle popolazioni è molto più importante della dignità. L’identità è godere pienamente di una vita basata su quei valori che hanno resistito per oltre 500 anni (dalla conquista spagnola), che sono stati ereditati da quelle famiglie e da quelle comunità che hanno vissuto in armonia con la natura e con l’intero cosmo.


Uno degli obiettivi principali del Vivir Bien è recuperare l’unione tra tutte le popolazioni.
Il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, ha spiegato che anche il saper mangiare, bere, danzare, comunicare e lavorare rappresentano alcuni degli aspetti fondamentali.


Accettare le differenze.

Vivir Bien è rispettare le somiglianze e le differenze tra gli esseri che popolano lo stesso pianeta. Va molto più in là del semplice concetto di diversità. “Non c’è unione nel concetto di diversità ma somiglianza e differenza perché quando si parla di diversità si parla solo di persone”, afferma il ministro. Questo concetto significa che gli esseri somiglianti o differenti non devono mai ferirsi.


Dare priorità ai diritti cosmici.

Vivir Bien è dare priorità ai diritti cosmici piuttosto che ai Diritti Umani. Quando il Governo parla di cambiamento climatico, si riferisce anche ai diritti cosmici (assicura il ministro degli Esteri). “Per questo il Presidente Evo Morales sostiene che sarà più importante parlare di diritti della Madre Terra piuttosto che di Diritti Umani”.


Saper mangiare.

Vivir Bien è saper alimentarsi, saper combinare i cibi adeguati secondo le stagioni dell’anno (alimenti stagionali). Il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, spiega che tale aspetto deve essere affrontato in base alle pratiche degli antenati i quali usavano alimentarsi con un solo determinato prodotto per un’intera stagione. Sottolinea che alimentarsi bene garantisce il nostro stato di salute.


Saper bere.

Vivir Bien è saper bere alcool con moderazione. Nelle comunità indigene ogni festa ha un suo significato e l’alcool è presente nelle cerimonie ma, ciò nonostante, lo si consuma con moderazione senza esagerare o recar danno a qualcuno. “Dobbiamo saper bere; nelle nostre comunità esistevano vere e proprie feste legate alle varie stagioni, ma non significa entrare in un locale, avvelenarsi di birra e uccidere i nostri neuroni”.


Saper danzare.

Vivir Bien è saper danzare, non semplicemente saper ballare. La danza è legata ad alcuni eventi concreti come la raccolta o la semina. Le comunità continuano ad onorare la Pachamama con la danza e con la musica soprattutto nei periodi legati all’agricoltura; nelle città le danze originarie vengono considerate espressioni folkloriche. Nella nuova dottrina si rinnoverà il vero significato della danza.


Saper lavorare.

Vivir Bien è considerare il lavoro una festa. “Il lavoro per noi è felicità”, dice il ministro David Choquehuanca, il quale sottolinea che, a differenza del capitalismo in cui chi lavora viene pagato, nel nuovo modello di stato Plurinazionale si riprende la teoria ancestrale del lavoro inteso come festa. È un modo di crescere e per questo nelle culture indigene si lavora fin da piccoli.


Recuperare il abya laya.

Vivir Bien è promuovere l’idea che i popoli si uniscano in una grande famiglia. Per il ministro questo implica che tutte le regioni del paese si ricostituiscano in quello che, ancestralmente, era considerata una grande comunità. “Questo concetto deve estendersi a tutti i paesi ed è per questo che consideriamo buon segno il fatto che tutti i Capi di Stato stiano cercando di riunire tutte le popolazioni e tornare a essere il Abya Laya di un tempo”.


Reintegrare l’agricoltura.

Vivir Bien è reintegrare l’agricoltura nelle comunità. Parte della dottrina del nuovo Stato Plurinazionale è recuperare le forme di convivenza all’interno della comunità come il lavoro della terra e la coltivazione di quei prodotti che possono coprire le necessità basiche per il sostentamento. Saranno devolute terre alle comunità in modo che si generino le economie locali.


Saper comunicare.

Vivir Bien è saper comunicare. Il nuovo Stato Plurinazionale vuole recuperare la comunicazione che esisteva nelle comunità ancestrali. Il dialogo è il risultato di questa buona comunicazione di cui parla il ministro. “Dobbiamo comunicare come facevano un tempo i nostri padri, risolvendo i problemi senza conflitti. Non possiamo perdere questa capacità”.

Il Vivir Bien non significa “vivere meglio”, come propone il capitalismo
Tra le norme stabilite dal nuovo modello di Stato Plurinazionale figurano: il controllo sociale, la reciprocità ed il rispetto per la donna e per l’anziano.


Controllo sociale.

Vivir Bien è realizzare un controllo obbligatorio tra gli abitanti di una comunità. Il ministro Choquehuanca ha affermato che “si tratta di un controllo diverso da quello proposto dal Movimento de Participación Popular che è stato rifiutato da alcune comunità, in quanto riduceva la reale partecipazione della gente”. In passato “tutti controllavano le funzioni delle autorità principali”.


Lavorare in reciprocità.

Vivir Bien è recuperare nelle comunità il concetto di reciprocità. Tra le popolazioni indigene questa pratica è detta ayni, niente di più che la restituzione, sotto forma di lavoro, dell’aiuto prestato da una famiglia in un'attività agricola come la semina o la raccolta. “Si tratta di uno dei tanti princìpi e dei codici che ci garantiscono equilibrio di fronte alle grandi siccità”, spiega il ministro degli Esteri.


Non rubare e non mentire.

Vivir Bien è basarsi nel “ama sua y ama qhilla” (non rubare e non mentire in lingua quechua). È uno dei precetti inclusi nella nuova Costituzione Politica dello Stato Boliviano che il Presidente ha promesso di rispettare. Allo stesso modo, per il ministro è fondamentale che tra le comunità questi princìpi siano rispettati in modo da raggiungere benessere e fiducia tra i suoi abitanti. “Sono tutti codici da seguire per poter vivere bene in futuro”.


Proteggere i semi.

Vivir Bien è proteggere e conservare i semi perché in futuro si evitino i prodotti transgenici. Il libro “Vivir Bien, come risposta alla crisi globale” della cancelleria boliviana specifica che una delle caratteristiche di questo nuovo modello è preservare l’ancestrale ricchezza agricola attraverso la creazione di banche dei semi che evitino l’uso dei prodotti transgenici che incrementano la produttività; si tratta di una miscela chimica in grado di danneggiare e distruggere i semi millenari.


Rispettare la donna.

Vivir Bien è rispettare la donna perché rappresenta la Pachamama, la Madre Terra, capace di generare la vita e di prendersi cura di tutti i suoi frutti. Per questi motivi, all’interno delle comunità, la donna è valorizzata ed è presente in tutte le attività orientate alla vita, all’educazione e alla rivitalizzazione della cultura. Coloro i quali vivono nelle comunità indigene considerano la donna come base dell’organizzazione sociale poiché è lei che trasmette ai suoi figli la conoscenza della sua cultura.


Vivere bene e non meglio.

Vivir Bien non significa “vivere meglio”, concetto questo generalmente legato al capitalismo. Per la nuova dottrina dello Stato Plurinazionale, vivere meglio si traduce nella parola egoismo, disinteresse per gli altri, individualismo ed interesse unico nel profitto. La nuova dottrina considera quella capitalista fautrice dello sfruttamento delle persone al solo scopo di arricchire i pochi, mente il Vivir Bien guarda a una vita più semplice in grado di sostenere una produzione equilibrata.


Recuperare risorse.

Vivir Bien è recuperare la naturale ricchezza del proprio paese e permettere che tutti beneficino di tale ricchezza in maniera equilibrata ed equa. Lo scopo della dottrina del Vivir Bien è anche quello di nazionalizzare e recuperare le imprese strategiche del territorio nell’ambito dell’equilibrio e della convivenza tra l’uomo e la natura in contrapposizione ad uno sfruttamento irrazionale delle risorse naturali. “Innanzitutto bisogna dare priorità alla natura”, ha aggiunto il ministro.


Esercitare la sovranità.

Vivir Bien è esercitare la sovranità nazionale partendo dalle comunità. Secondo il libro “Vivir Bien come risposta alla crisi globale” questo significa che raggiungeremo la sovranità attraverso un consenso comunale capace di definire e di costruire unità e responsabilità a favore del bene comune e senza esclusione alcuna. In questo stesso contesto si ricostruiranno comunità e nazioni, allo scopo di istituire una società sovrana che governi in armonia con l’individuo, con la natura e con il cosmo.


Fare buon uso dell’acqua.

Vivir Bien è distribuire l’acqua in modo razionale e fare di questo bene un uso corretto. Il ministro degli Esteri sostiene che l’acqua è il latte degli esseri che abitano il pianeta. “Abbiamo tanto: risorse naturali, acqua… La Francia, per esempio, non ha né la quantità di acqua né la quantità di terra che possiede il nostro paese, eppure non esiste nessun Movimento Senza Terra. Dobbiamo valorizzare ciò che abbiamo e preservarlo il più possibile; questo significa Vivere Bene”.


Ascoltare gli anziani.

Vivir Bien è leggere le rughe degli anziani per riprendere il cammino. Il ministro sostiene che gli anziani delle comunità rappresentano una delle principali fonti di conoscenza essendo custodi di storie e tradizioni che si perdono con il passare degli anni. “I nostri anziani sono biblioteche ambulanti e dunque dobbiamo sempre imparare da loro”, afferma. È per questo che nelle comunità indigene del paese gli anziani sono rispettati e consultati.



Traduzione di Silvia Dammacco

lunedì 24 maggio 2010

Federico Aldrovandi, ucciso dalla polizia senza una ragione.


Ferrara, via dell’Ippodromo. All’alba del 25 settembre 2005 muore a seguito di un controllo di polizia Federico Aldrovandi, 18 anni. Dopo due anni di coperture e reticenze, durante i quali le versioni ufficiali sposavano la tesi della morte per overdose e dell’innocenza dei tutori dell’ordine, il 20 ottobre 2007 è iniziato il processo a quattro agenti. Omicidio colposo l’ipotesi di reato per i poliziotti che avrebbero “cagionato o comunque concorso a cagionare la morte” di Federico per non aver chiamato il soccorso medico, ingaggiando al contrario “una colluttazione in maniera imprudente pur trovandosi in evidente superiorità numerica”. Mentre il ragazzo implorava aiuto e chiedeva agli agenti di fermarsi “con la significativa parola basta, lo mantenevano ormai agonizzante ammanttato con la faccia in giù”.
Nel nostro speciale i resoconti di tutte le udienze. I consulenti di parte civile attribuiscono il decesso alla concausa di fattori (dovuti al comportamento degli agenti) che avrebbero portato all’asfissia e non agli stupefacenti, per quelli della difesa Federico sarebbe morto anche a casa per le sostanze assunte. A novembre 2008 il “colpo di scena”, agli atti del processo una foto che mostrerebbe inequivocabilmente come causa di morte sia un ematoma cardiaco causato da una pressione sul torace, escludendo ogni altra ipotesi. Su questa immagine è acceso il dibattito, nelle ultime udienze della fase istruttoria, tra i periti chiamati a deporre dai legali dalla famiglia e quelli della difesa. Infine la condanna degli agenti. Il giudice: «Ucciso senza una ragione».


.Tre dei poliziotti condannati per l’omicidio di Aldro querelano la madre.

Patrizia Moretti chiamata a comparire in tribunale per diffamazione. Sul blog
dedicato a Federico le parole piene d’amarezza del marito Lino.


«Questa mattina sono andato a prendere in posta un atto giudiziario indirizzato a Patrizia, mia moglie, la mamma di Federico, la madre di mio figlio ucciso il 25 settembre 2005 da quattro individui in divisa, come da sentenza del 6 luglio 2009. Credevo a una violazione magari al codice della strada…»

E invece Lino Aldrovandi, come racconta sul blog dedicato al figlio, si trova davanti ad una «una fissazione di udienza per il 18 giugno 2010 presso il Tribunale di Mantova» per Patrizia Moretti e per due giornalisti dell’agenzia Ansa e del quotidiano Nuova Ferrara, accusati di diffamazione a mezzo stampa in relazione ad un’intervista nel 2008.

Prosegue il padre di Federico: «Quello che mi fa più male è il fatto che il Pubblico Ministero aveva richiesto l’archiviazione per questo fatto specifico» ma i querelanti, tre dei quattro poliziotti condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo, «hanno pensato bene di non accettarla e di avvalersi del rito dell’opposizione»

Nell’articolo in questione, apparso sul quotidiano La Nuova Ferrara il 5 luglio 2008, Patizia Moretti confrontava il caso Aldrovandi con quello, analogo, di Riccardo Rasman, concludendo: «Noi, io e Giuliana, la sorella di Riccardo, non consideriamo quelle persone come rappresentanti delle istituzioni, ma solo come delinquenti». Per questa frase si troverà tra un mese sul banco degli imputati.

Federico fu fermato da quei tre poliziotti, tutt’ora in servizio, e dal loro collega, all’alba, di ritorno da una serata di divertimento a Bologna, e furono le ultime persone che vide prima di morire, il volto tumefatto e il corpo pieno di lividi. Asfissia posturale, dice la sentenza di primo grado: dopo una colluttazione, violenta al punto che i manganelli dei poliziotti si spezzarono, lo ammanettarono costringendolo a terra prono, di peso. Gli mancò l’ossigeno e morì. Ucciso senza alcuna ragione.

Con quali parole si possono definire persone che inferiscono sui genitori di questo ragazzo trascindandoli in tribunale?

Per saperne di più:
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/

sabato 24 aprile 2010

Conferencia Mundial de los Pueblos sobre el Cambio Climàtico y los Derechos de la Madre Tierra.

Divulghiamo l'articolo di Simona Falasca pubblicato su www.greenme.it:




VIDEO DI PRESENTAZIONE CMPCC

In Bolivia al via la Conferenza alternativa sul clima dei popoli nativi per fermare la "febbre di Pacha Mama".

I nativi delle Ande, la chiamano Pacha Mama e la venerano come se fosse una divinità. Noi non riusciamo a portarle neanche rispetto. E quando con un summit abbiamo provato a salvarla, abbiamo fallito miseramente. Ora tocca a loro, agli indigeni del Sud America, cercare di “fermare la febbre” di Madre Natura. Si apre oggi in Bolivia la prima Conferencia Mundial de los Pueblos sobre el Cambio Climático y los Derechos de la Madre Tierra (Cmpcc) che sta radunando a Cochabamba oltre 15.000 persone tra scienziati, rappresentanti delle Ong e sindacalisti (ma anche qualche eco-vip come la sociologa canadese Naomi Klein).

Una “conferenza dei popoli” sul riscaldamento globale alla quale parteciperanno delegati provenienti da tutto il mondo per trattare argomenti come i rifugiati climatici, il Protocollo di Kyoto, la riduzione delle emissioni di CO2. Un copione già visto? No perché quella di Cochabamba è cosa ben diversa dalla Conferenza di Copenahgen. A partire dal luogo scelto, una cittadina dell'altipiano boliviano a 2.500 metri sul livello del mare che, alla luce della grande affluenza, si trova di fronte al problema di dove ospitare tutti i vari rappresentanti avendo a disposizione solo 1.600 camere, ma che conserva intatte molte delle tradizioni andine.

Anche la scelta del logo del Cmpcc è un chiaro segnale della diversa prospettiva di approccio: molto più colorato della tecnologica quanto fredda palla blu del summit di Copenaghen, il simbolo disegnato dalla Bolivia vuole trasmettere tre messaggi particolari, a cominciare dalla rappresentazione del planisfero opposta a quella tradizionale in cui solitamente il Nord del mondo e in particolare gli Stati Uniti, sono in primo piano. Qui invece è il Sud ad essere in alto in un mondo sorretto da un indigena che si carica sulle spalle tutta la responsabilità di prendersi cura della Terra. Sullo sfondo poi si può distinguere una wiphala che è il simbolo dell'interculturalità dei popoli: una diversità di colori che rappresentano le diverse culture che, condividendo lo stesso spazio devono per forza di cose trovare una nuova direzione comune.

Ed è per questo che i 17 gruppi di lavoro oltre che di climate change discuteranno anche di temi come "Armonia con la natura e benessere", diritti della Madre Tierra, Popoli indigeni. Molto diversa sarà anche la cerimonia di inaugurazione: un rituale ancestrale nel quale i nativi faranno offerte alla Pacha Mama.

Il brainstorming sulle Ande alla quale parteciperanno quasi tutti gli Stati dell'America Latina, ma anche il Gran Consiglio dei Popoli nativi del Canada, degli Usa e dei diversi Paesi africani ed asiatici vuole essere proporsi insomma come una conferenza alternativa in grado però di influenzare l'agenda mondiale sul clima dando voce a “chi non ha voce”, ma è la maggiore vittima del riscaldamento globale.

E' per questo che la Bolivia ha anche proposto l'istituzione di un Tribunale internazionale della giustizia climatica a cui far giudicare quei governi e quelle imprese che attentano alla vita del pianeta. Inoltre ha anche annunciato la volontà di dare vita ad un'organizzazione mondiale alternativa all'Onu nel caso in cui quest'ultimo continuerà ad ignorare le denunce dei popoli nativi.

«Dal 19 al 23 la Bolivia sarà la vetrina del mondo, perché avrà molta stampa internazionale e prima noi dovevamo pregare per avere accesso ai mezzi di comunicazione – ha dichiarato il presidente boliviano Evo Morales all'indomani della Conferenza - Mai prima d'ora si era verificato un evento di questa grandezza, che unisce i movimenti sociali dei cinque continenti. Sono sicuro che con questo faremo la storia e questo non solo per la Bolivia, ma anche per l'America e, chi lo sa, per il mondo. Alla Conferenza mondiale assisteranno popoli indigeni dei cinque continenti per discutere dei problemi ambientali mondiali e conoscere iniziative alternative che affrontano il problema che colpisce l'umanità, dopo il fallimento della Conferenza di Copenhagen».

E questo summit sarà propri l'occasione per chiedere formalmente di includere i delegati indigeni nella prossima Conferenza Onu di Cancun come partecipanti e non più come figuranti o osservatori. Perché è proprio da punti di vista alternativi che può giungere la soluzione. Come ci tiene a precisare Rafael Quispe, indio aymara del principale consiglio indio di Bolivia, "il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale, tecnologico o finanziario, ma di stile di vita, di modello occidentale di cupidigia capitalista".

La Cmpcc, durante la quale è stata proibita la vendita e il consumo di alcool sul territorio nazionale, si concluderà con un grande evento di massa previsto per il 22 aprile, il Día Internacional de la Madre Tierra.

Simona Falasca


mercoledì 14 aprile 2010

Ieri accadde a Bagua. Oggi si ripete a Madre de Dios e ad Arequipa.

Divulghiamo l'articolo di Luis Arce Norja pubblicato su www.bolpress.com e su www.asud.net:



Perù: Alan García Perez, psicopatico o esperto criminale?


[Fonte: BolPress] Alan García Pérez è un caso che dimostra che se un assassino o un delinquente esperto non viene arrestato e punito per i suoi gravi delitti, continuerà ad essere una seria minaccia per la popolazione. Nella politica ciò è molto più grave, soprattutto se ha a che fare con il potere dello stato, le forze armate e le forze di polizia.

García Pérez, durante il suo primo governo (1985-1990), ha applicato una politica di crimini e uccisioni di massa di liberi cittadini. Ha organizzato gruppi paramilitari per assassinare i suoi oppositori e ha pianificato e dato l’ordine per sterminare 300 prigionieri (episodi di Lurigancho, El Frontón, Santa Bárbara). Ha forse pagato per questi crimini? No, al contrario è stato acclamato e premiato con una nuova presidenza alla guida del Perù.

I nuovi massacri di lavoratori che ora commette con il potere dello stato, hanno la sicura impunità sia penale che politica. Questi atti contano con la complicità di un potere giudiziario corrotto, di un parlamento inservibile, e di una “opposizione” politica mediocre, che fa parte dello stesso sistema corrotto e degenerato che ora amministra il governo aprista di García Pérez.

In tutto ciò bisogna divergere da tutti coloro che definiscono il Presidente peruviano un pazzo, un demente o uno psicopatico. García Pérez è peggiore di questa definizione, è un reazionario che per servire le imprese transnazionali è capace di ordinare i peggiori e più abominevoli massacri di cittadini e lavoratori peruviani.

Massacro a Madre de Dios;

All’alba di sabato 3 aprile, le forze di polizia hanno caricato con estrema ferocia una folla di manifestanti a Madre de Dios, una regione selvaggia nel sud-est del Perù. Il bilancio di questa repressione a spese della democrazia peruviana e del il governo di Alan García Pérez è stato molto elevato. Secondo alcuni, i minatori morti per colpi d’arma da fuoco sono stati 43, più di 11 poliziotti sono stati uccisi dai manifestanti, e decine di lavoratori sono stati feriti (informazioni dal corrispondente Martín Herrera).


Per la maggior parte della stampa peruviana, in gran parte abituata a coprire i crimini del governo, i minatori uccisi durante la repressione della polizia sono stati tra le 5 e le 6 persone. Martín Herrera riferisce che lo scontro è avvenuto all’entrata della città di Tambopata (Puerto Maldonado), quando un contingente di poliziotti armati di fucili da guerra e mitragliatrici, hanno provato a impedire l’ingresso di migliaia di minatori.


Secondo la cronaca di questo fatto sanguinoso, Puerto Maldonado si è trasformata in una città in fiamme, spari di mitragliatrice, bombe, e minatori armati di fucili da caccia, coltelli, pietre e altre armi utilizzate per far fronte alle orde criminali di poliziotti e soldati che erano arrivate per uccidere i minatori che protestavano contro il governo. Secondo Martín Herrera, tutto Puerto Maldonado puzzava di polvere da sparo e i corpi dei minatori trivellati giacevano abbandonati nelle strade. L’esercito ha dichiarato lo “stato di emergenza”, e con questo ha esteso la repressione al resto della popolazione.

Massacro ad Arequipa;

Lo stesso giorno anche nella città di Chala (Dipartimento di Arequipa), una città molto distante da Puerto Maldonado, la polizia attaccava violentemente una manifestazione di lavoratori delle miniere informali. Il bilancio, secondo fonti ufficiali, è stato di 6 minatori morti e un centinaio di feriti per colpi d’arma da fuoco. Quel giorno, circa 7 mila minatori si erano dichiarati in sciopero in solidarietà con i compagni di Madre de Dios. Come parte dell’azione di protesta, avevano occupato la strada Panamericana e bloccato la circolazione su questa importante arteria di comunicazione tra Arequipa e il resto del Perù.


Secondo i testimoni, la polizia era arrivata con “ordine di uccidere”, e per questa ragione non hanno avuto nessuno scrupolo a sparare contro i lavoratori che si sono dovuti difendere con frecce rudimentali, pali e pietre. Non avevano nessuna arma da fuoco per far fronte alla polizia. Come successo a Madre de Dios, anche tutto il Dipartimento di Arequipa è stata dichiarato zona d’emergenza e militari e poliziotti hanno assunto il controllo totale della regione.


Di fronte a queste misure repressive e criminali, Alan García Pérez ha risposto con gli stessi argomenti che già aveva usato altre volte per giustificare le sue azioni criminali. Cinico e spietato ha dichiarato che “Lo stato dimostra di portare i pantaloni” e che “il governo non si tira indietro nell’affrontare le miniere informali che schiavizzano bambini e giovani, oltre ad avvelenare fiumi e inquinare l’ambiente”. “Questo mi sembra una vigliaccheria. Lo Stato deve dimostrare di avere dei principi. Che il Perù sia testimone. Noi non ci tiriamo indietro, potremmo lasciare che questa gente continui ad estrarre l’oro, avvelenando ragazzi e bambini e sfruttando molte persone in questa zona”.

Genocidio etnico a Bagua;


I fatti sanguinosi di Madre de Dios e Arequipa sono casi simili a quello che successe nel 2009 a Bagua. Qui, venerdì 5 e sabato 6 giugno del 2009, Alan García Pérez ordinò una violenta repressione contro nativi e abitanti di Bagua (Amazzonia) che chiedevano il rispetto dei loro territori ancestrali, che il governo stava vendendo alle imprese transnazionali.


Il risultato fu di circa 50 indigeni assassinati, una decina di scomparsi e centinaia di feriti da proiettili vaganti. Nello scontro morirono 11 poliziotti, trafitti da lance che i nativi utilizzarono per difendersi. Questo bagno di sangue fu un genocidio etnico e il suo obiettivo fu aprire il cammino per continuare a consegnare l’amazzonia nelle mani delle grande compagnie petrolifere e minerarie internazionali. A questa violenta repressione presero parte 600 poliziotti e più di 200 soldati dell’esercito, appoggiati da elicotteri d’assalto e carri armati. Giorni dopo questa carneficina, Alan García Pérez, con il suo consueto cinismo, parlò pubblicamente per giustificare il massacro e dichiarare minacciosamente che il governo non avrebbe accettato il ricatto di un gruppo di peruviani.


Per questo crimine nessuna persona fu accusata, né sanzionata. Fino ad oggi non si sa nulla dei nativi spariti e nessun rappresentante del governo né della polizia o dell’esercito è stato accusato per l’assassinio dei circa 50 indigeni. Per coprire questo massacro fu applicato il metodo di sempre e i partiti di “opposizione” presentarono una proposta per “formare una commissione d’indagine su questo fatto di repressione”.
Ora sarà la stessa cosa e ancora una volta, “l’opposizione, soprattutto adesso che è in campagna elettorale, esigerà una “commissione d’inchiesta” e l’epilogo sarà quello di sempre. Nessuno nel governo è colpevole e le vittime rimarranno per sempre nel dimenticatoio”.


Luis Arce Norja

Traduzione Gaia Pagano

lunedì 12 aprile 2010

Noi stiamo con Emergency.



Firmare e diffondere l'appello.

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.



Emergency è indipendente e neutrale.
Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

IO STO CON EMERGENCY

Firma l'appello
Tra gli altri hanno aderito
Il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah
Photogallery del Centro
Testimonianze
Entra nel sito di Emergency


On Saturday, April 10, soldiers of the Afghan army and the International Coalition Forces attacked the Emergency Surgical Centre of Lashkar-gah and arrested members of the national and international staff. Three of them are Italian citizens: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

EMERGENCY is an independent and neutral organisation. Since 1999, EMERGENCY in Afghanistan has provided medical assistance free-of-charge to over 2,500,000 Afghan citizens, by establishing three surgical hospitals, a maternity centre and a network of 28 first aid posts.

I SUPPORT EMERGENCY

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lunedì 22 marzo 2010

Caso Andoas. Trailer.

Trailer del film-documentario sulla rivolta indigena dei popoli Achuar e Kichuas a Nueva Andoas.
Dopo anni di morte, di inascolto, di sfruttamento e inquinamento la comunità nativa decise l'occupazione pacifica dell'aereoporto per protestare contro i soprusi della multinazionale petroliera argentina PlusPetrol e contro il Governo.
Intervennero le forze armate e ne seguì una fortissima repressione; negli scontri morì un poliziotto.
La polizia entrò sparando nella comunità indigena, seguirono arresti e torture che documentammo nel Luglio 2009 a Iquitos (Loreto) intervistando John Vega Flores e seguendo il processo che lo vedeva imputato per omicidio.
Era imputato insieme ad altre 53 persone. John è stato assolto ma Andoas continua ad essere violentata.


mercoledì 10 febbraio 2010

TAYRONA. Guerreros del Sol.



.Caracas.

Abbiamo trascorso l'ultimo mese tra il Parco Nazionale Tayrona e la Sierra Nevada di Santa Marta.
Al Tayrona giá eravamo stati tra Ottobre e Novembre dell'anno passato;
allora conoscemmo Cecilia e scrivemmo della sua storia presente e passata segnata dal carcere e della sua ancestrale e degna cultura indigena Arhuaco che si mantiene forte e radicata nella Sierra.
Al Tayrona l'abbiamo reincontrata insieme agli amici Alex e Alfredo.
Alfredo ha 55 anni, Alex 29.
Il primo vive nel parco da ormai 40 anni in una sorta di armonioso eremitaggio; insieme ai due fratelli é proprietario di un terreno che é stato trasformato in campeggio dopo che il parco passó sotto la proprietá dello Stato nel 1969 e fu dichiarato area protetta nel 1964.
Alex vive qui da poco piú di due anni e si mantiene preparando cioccolato organico che vende ai turisti.
Il documentario pubblicato di seguito racconta la loro storia e quella della riserva minacciata da un progetto dello Stato che prevede la costruzione di un teleferico che avrebbe una delle sue quattro stazioni nella localitá di Pueblito, sacra per gli indigeni Arhuaco.
Violare la sacralitá di questo posto significherebbe cancellare la cultura indigena Arhuaco e quella di tutti i popoli indigeni discendenti dai Tayrona, i guerrieri del Sole, sterminati giá ai tempi dei conquistadores.
I superstiti scapparono e si rifugiarono nella Sierra Nevada dove ha sede la Cittá Perduta, meta annuale di migliaia di turisti.
Il Tayrona é stato dato in concessione ad una compagnia francese; solo il cinque per cento del terreno é del Governo ormai.
Il presidente colombiano Uribe si sta impegnando personalmente perché il teleferico sia costruito al piú presto e perché il progetto venga approvato.
La comunitá indigena, gli abitanti e la grandissima maggioranza dei turisti si oppongono a questo programma che sarebbe uno scempio.
Per arrivare ai campeggi ed alle spiagge l'unico modo é camminare nel mezzo della selva e noleggiare un cavallo od un mulo per portare le provviste di cibo.
Questo fa parte dell'armonia del parco;
di quell'armonia della quale siamo stati testimoni, di quell'armonia che Alex e Alfredo ci narrano e che é in pericolo.
L'armonia delle comunitá e della Madre Terra é minacciata in tutto il mondo a causa del profitto e delle selvagge politiche neoliberiste che legano la storia di questo parco e di questa gente a quelle dei popoli della Val di Susa, di Chiaiano, di Messina e Reggio Calabria, di Vicenza, di Venezia e di tutte le terre e soggettivitá minacciate dalle 'grandi opere'.
In Italia polizia e carabinieri sono il braccio destro del Governo per reprimere (sará dura) la resistenza della gente;
un domani in Colombia, se questo progetto sará permesso, la repressione sará gestita dai paramilitari solo teoricamente smobilizzati.
Vi lasciamo alla visione del documentario girato dagli amici Rolando Angarita e Victor Jaramillo.














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