venerdì 10 settembre 2010

L. SEPULVEDA: Quei mapuche così poco attuali



I meriti letterari di Isabel Allende sono fuori discussione, ma è necessario fare alcune considerazioni riguardo al premio nazionale di letteratura. In tutti i paesi che lo contemplano, questo genere di premio è conferito come riconoscimento di tutta una vita dedicata alla scrittura e in nessun caso l'eventuale successo di vendite di una scrittrice o di uno scrittore viene confuso con il suo potenziale mercato internazionale - sia esso d'oro o da due soldi, perché questo vuol dire confondere capre e cavoli.

Il premio poi non diventa l'argomento polemica dell'anno; in Cile invece, poiché il presente è - terremoto incluso - piuttosto sporco, viene allora rimpiazzato da un'attualità rozza e banale che riempie le televisioni e quasi tutti gli spazi consentiti. Agli occhi del mondo intero bisogna nascondere un fatto, occultarlo, negare la sua esistenza perché i 32 mapuche che stanno affrontando un lungo sciopero della fame, mettendo in pericolo le loro vite, è cosa che inquina l'attualità, in cui campeggia una sorta di dibattito intellettuale rozzo e banale.

Per la maggior parte dei cileni, siano essi scrittori, scrittrici o gente che si dedica allo sport della «cilenitudine», i mapuche non esistono, e se per caso qualcuno accetta il fatto che i mapuche esistono da prima dell'arrivo degli europei, li considera fastidiosi perché non accettano il loro ruolo di «suppellettili etniche» o perché sono contadini il cui unico destino non è altro che quello di fornire manodopera a basso prezzo.

Quei tappeti vanno bene per i lavori domestici, per quanto le peruviane sono più economiche; quei piccoli mapuche sono esperti di giardinaggio, di idraulica, sono quelli che castrano i gatti e che ne capiscono di piante selvatiche. Per duecento anni si è occultato, ignorato, negato uno dei fatti più sporchi della nostra storia: il saccheggio, il furto, l'usurpazione delle terre appartenenti a quella grande aggregazione umana chiamata il popolo dei mapuche.

Dalla dubbia dichiarazione d'indipendenza, manipolata dai primi figli e nipoti dei colonizzatori - può questo essere motivo di festeggiamenti? - fino al recupero di una democrazia concepita dalla cricca della dittatura di Pinochet, le proteste sacrosante dei mapuche sono state ignorate o relegate ai faldoni dei problemi che si risolvono con il tempo. Ovvero, quando i mapuche spariranno come popolo, come nazione, come etnia, come parte integrante della cultura americana. Persino durante i mille giorni di governo Allende si affrontò a malapena la questione, contando sui benefici di una riforma agraria che non tenne conto affatto del sentire culturale dei mapuche, e che ignorò il loro speciale rapporto con la terra e con l'habitat, imprescindibile per la Gente della Terra.

Sono disgustato quando, dopo un giro di acquavite peruviana, biondicce e biondicci di tutte le età e classi sociali, esprimono orgogliosi la gioia di avere qualche goccia di sangue mapuche nelle vene. Allora: «Dai bisogna portarci questo scrittore», e mi invitano ad andare a visitare i loro terreni o i loro poderi nella regione di Araucania, perché veda i mapuche e le belle cose che fanno al telaio. «Se siamo fortunati - aggiungono - magari vedi qualcuno che suona il corno».

Lo sciopero della fame dopo una settimana causa pericolose alterazioni nell'organismo. E' evidente quindi che uno sciopero della fame che dura da più di un mese causa dei danni irrecuperabili. Le alterazioni del ritmo cardiaco e della pressione, avvicinano alla morte, ma è la morte dei mapuche, di un po' di uomini e donne sopravvissuti alla pace dell'Araucania. «Sono testardi questi mapuche», aggiungono, che si rifiutano di accettare passivamente la fine della vita, così spogliati della loro terra senza la quale non sanno, non possono e non vogliono vivere.

Nel deserto di Atacama ci sono 33 minatori rinchiusi sotto una montagna. Sono uomini coraggiosi che non dovrebbero trovarsi sotto tonnellate di pietra se l'azienda mineraria avesse rispettato le norme internazionali della sicurezza del lavoro. Dovrebbero trovarsi ora insieme alle loro famiglie se in Cile l'esigenza di rispettare le norme non fosse considerata un attentato alla libertà di mercato. Quei minatori e la possibilità effettiva - perché le leggi le fanno i padroni a loro uso e consumo - che l'azienda non gli paghi i giorni trascorsi a lavorare lì sepolti, e i giorni che rimarranno lì sepolti fino a quando non li recupereranno, fa parte dello sporco presente del Cile, un presente immobile dal giorno in cui la dittatura ha consegnato il paese ai capricci del libero mercato. Un mercato che genera ricchezze di origine dubbia, come quella dell'attuale presidente.

E anche questo presente è stato occultato, negato, ignorato da tutti coloro che hanno governato potenziando e glorificando il libero mercato. È disgustosa l'epidemia di patriottismo rozzo e banale che la tragedia delle miniere ha suscitato. E' disgustoso vedere soggetti come Leonardo Farkas, quel milionario dalla perenne abbronzatura made in Miami, di origine e stile come quelli di un Berlusconi o di un Piñera, che regalano cinque milioni di pesos alle famiglie dei minatori rinchiusi, senza alcuna progettualità politica, evidentemente. Quando quei minatori saranno recuperati - e devono essere liberati costi quel che costi - se qualcuno di loro dovesse insistere sull'esigenza di un impegno statale che tuteli la sicurezza del lavoro, costui verrà sanzionato con la legge anti-terrorismo?

I minatori di Atacama, così come il premio nazionale di letteratura, fanno parte di quell'attualità che nasconde, occulta e nega il presente più sporco, e questo è il lungo presente dei mapuche. Trentadue uomini del sud rischiano di morire perché chiedono la libertà di prigionieri politici di una democrazia dettata dagli interessi di mercato. Chiedono il riconoscimento legale di uno Stato di Diritto, chiedono che cessi di essere loro applicata l'odiosa legge anti terrorismo che ha eliminato la presunta innocenza e contempla accuse da parte di testimoni incappucciati, processi a porte chiuse, incubi pseudo legali che li condannano a prendere posizioni radicali: ma questo è quel che vuole lo Stato cileno, per giustificare lo sterminio, la soluzione finale del problema dei mapuche.

In Cile, questo strano paese che si affaccia sul mare e alla mercé dalla sua padrona - l'attualità inventata - si respira un presente carico di lerciume e infamia. Adesso l'attualità contemplerà i fasti del bicentenario, nelle osterie si sbaverà cilenitudine, anche la merda puzzerà di patriottismo, volenti o nolenti, il barbaro lemma nazionale sarà l'inno agglutinante di milioni di analfabeti sociali, e nel sud, nel profondo sud, i Mapuche, la Gente della Terra, persevererà la sua giusta lotta, negata, ignorata, occultata, repressa, falsificata dai paladini della cilenitudine, nelle cui vene - così dicono orgogliosi - scorre sangue mapuche.

Quei 32 mapuche che si giocano la vita nelle carceri del sud, sono coloro a cui si riferiva Ercilla quando scrisse sulla terra australe: «La gente che la abita è così superba, gagliarda e bellicosa/che non è stata mai battuta/vinta da alcun re/né mai sottomessa a dominazione straniera».

(Traduzione di Valentina Manacorda)


.Cosa sta accadendo al popolo Mapuche? dal sito WWW.FDCA.IT

L'insostenibile situazione che le varie comunità del popolo Mapuche hanno dovuto affrontare è giunta nuovamente ad punto di crisi.

I prigionieri politici Mapuche, stanchi e preoccupati per la violazioni dei loro diritti, per le torture e le persecuzioni, persino contro minori, per gli abusi ed i trattamenti arbitrari a cui sono sottoposti dallo Stato cileno e dalla sua magistratura, hanno preso la grave decisione di mettersi in sciopero della fame a partire dal 12 luglio di quest'anno.

Questi prigionieri sono accusati di tentata occupazione di terreni e di danno alla proprietà delle compagnie del legname, settore strategico nel modello di esportazioni cileno, che hanno occupato le terre ancestrali del popolo Mapuche.

Oggi, i 31 prigionieri che sono rinchiusi in diversi carceri di alta sicurezza nel sud del Cile (Concepción, Temuco, Valdivia, ed Angol), si sono ancora una volta erti all'unisono per prendere la difficile decisione di rinunciare a cibo ed acqua, affinché si giunga ad una vera soluzione di questo conflitto politico.

Data la situazione, le sottoscritte organizzazioni libertarie da varie parti del mondo, dichiarano la loro piena solidarietà e denunciano lo Stato cileno e la sua magistratura.

1. Essendo il Cile il paese dove i membri delle comunità indigene costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria, risultano evidenti in questo paese il razzismo, la discriminazione, l'oppressione e l'ideologia tipica di quegli Stati gestiti con politiche di occupazione coloniale, del tutto simili a quelle fasciste.

2. Avendo lo Stato del Cile ha una struttura legale che non consente percorsi giudiziari giusti e trasparenti, ad esempio il cosiddetto "primato della legge" non vale per il popolo Mapuche, per il quale non vi è uguaglianza di condizioni a fronte dei privilegi per gli interessi economici strategici dell'attuale programma di accumulazione neoliberista in corso nel paese, come le compagnie di legname, compagnie minerarie, impianti idroelettrici, latifondisti, etc.

3. essendo di fronte ad una sistematica politica di annichilimento del popolo Mapuche, non solo promossa dallo Stato e dalla magistratura, ma anche dalla Destra politica ed economica, che viene implementata tramite:

a) La legge anti-Terrorismo, fatta durante gli anni del regime autoritario del dittatore ed assassino Augusto Pinochet. Questa legislazione colpisce i crimini contro la vita, tuttavia nessun Mapuche è stato mai accusato di omicidio. Eppure, alcuni prigionieri sono stati di recente condannati a 50 e persino anche 100 anni di carcere.

b) Vista l'applicazione del doppio processo, in altre parole, i Mapuche vengono processati e condannati 2 volte per la stessa imputazione, una volta dalla magistratura civile ed un'altra da quella militare, cosa che succede solo in questo paese e tra quelli più conservatori al mondo.

c) Considerata la militarizzazione del territorio su cui i Mapuche affermano i loro diritti politici e territoriali. Vale a dire una serie di misure per usare mezzi civili e militari, quali elicotteri e lacrimogeni, maltrattamenti sulle donne e sui bambini rimasti senza la protezione degli uomini adulti, in gran parte in carcere.

d) Preso atto che i media cileni, che hanno assicurato l'invisibilità della protesta ignorando lo sciopero della fame e coloro i quali, dall'altra parte, hanno costantemente criminalizzato la storica protesta sociale dei Mapuche e la loro giusta e legittima lotta per ottenere una rapida e diffusa condanna nell'opinione pubblica.

e) Viste le false testimonianze dei testimoni oculari e di quelli col viso coperto, entrambi pagati dall'accusa e da individui, fino a giungere al caso del procuratore di Stato Francisco Ljubetic che collega le organizzazioni del popolo Mapuche alle FARC in Colombia, creando così un falso e sproporzionato parallelo tra conflitti interni ai due paesi.

f) Visto il segreto investigativo imposto per tutto il processo legale al fine di impedire I diritti della difesa.

g) Considerato che la maggior parte dei prigionieri è rimasta detenuta per tutta la durata del processo (oltre un anno), fattispecie che non rispetta la presunzione di innocenza, che si suppone garantita nell'attuale sistema giudiziario cileno.

h) Vista la persecuzione e l'incarcerazione quale conseguenza della campagna mediatica aizzata dal Pubblico Ministero.

i) Ed infine, visto che il governo cileno continua ad ignorare le richieste dei prigionieri in sciopero della fame, nella speranza di piegare il movimento Mapuche e giocando pericolosamente con la salute dei prigionieri.

Noi chiediamo dunque:

GIUSTIZIA E LIBERTA' PER I PRIGIONIERI POLITICI E PER QUELLI DI ALTRE ETNIE CHE SOSTENGONO QUESTA LOTTA
LA FINE DELLE LEGISLAZIONE ANTI-TERORISMO E DELLA GIUSTIZIA MILITARE
LA DEMILITARIZZAZIONE DELL'AREA
TERRA ED AUTONOMIA PER I POPOLI INDIGENI

Organizzazioni firmatarie:

Convergencia Juvenil Clasista "Hijos del Pueblo" (Ecuador)
Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia)
Revista Hombre y Sociedad (Cile)
Organización Revolucionaria Anarquista - Voz Negra (Cile)
Estrategia Libertaria (Cile)
Red Libertaria Popular Mateo Kramer (Colombia)
Grupo Antorcha Libertaria (Colombia)
Workers Solidarity Movement (Irlanda)
Unión Socialista Libertaria (Perù)

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

Per aggiornamenti sulla situazione:

http://www.mapuexpress.net/ http://www.azkintuwe.org

sabato 21 agosto 2010

Uribe nominato membro del comitato che investighera' sull'attacco alla Freedom Flotilla.



L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha designato il presidente uscente della Colombia Alvaro Uribe, il cui governo si è caratterizzato per le denunce di violazioni dei Diritti Umani, come membro di una Commissione internazionale che investigherà sull’attacco dell’esercito israeliano contro la Flotilla che voleva portare aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il segretario genrale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha considerato come un passo in avanti il fatto che Tel Aviv, dopo due mesi di intensi sforzi diplomatici, ha accettato un’inchiesta sugli avvenimenti. Nell’assalto armato israeliano contro la Flotilla, che partiva dalla Turchia per Gaza, sono morti 9 attivisti umanitari turchi, provocando una condanna internazionale. Da diverse parti del mondo l’azione militare è stata condannata e qualificata come una violazione dei Diritti Umani, soprattutto perché i fatti si sono svolti in acque internazionali. Ban Ki-moon voleva che l’inchiesta contribuisse ad abbassare la tensione nella regione. “La creazione di questo Comitato avrà un effetto positivo sul miglioramento delle relazioni tra Israele e la Turchia e allo stesso tempo porterà un impatto positivo nel processo di pace nel Medio Oriente”, aveva dichiarato.

La commissione che indagherà sui fatti, sarà capitanata dall’ex primo ministro della Nuova Zelanda Geoffrey Palmer, come presidente, e dal rappresentante della Colombia, Alvaro Uribe, come vicepresidente.

Dopo l’annuncio della creazione del comitato, il portavoce Onu, Martin Nesirky, ha spiegato che esso sarà composto anche da un rappresentante della Turchia e uno di Israele, per un totale di soli quattro membri. Per molti analisti, l’autorità del comitato è limitata, per questo il portavoce ha dichiarato che i suoi membri saranno quelli che dovranno decidere se necessitano di chiamare testimoni o di recarsi nella zona per compiere il loro mandato. “Il segretario generale ha chiarito che sarà un’indagine imparziale e affidabile, in linea con gli standard internazionali”, ha assicurato Nesirky.

Rispetto all’elezione di Uribe come vicepresidente del Comitato, Nesirky sostiene che “il segretario generale confida in Geoffrey Palmer e nel presidente uscente della Colombia per assolvere a questo compito in maniera imparziale. Non faranno nulla di più”. Durante gli otto anni di governo Uribe, ci sono state molte denunce di trasgressione ai Diritti Umani in Colombia. Infatti, un rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa, pubblicato nell’aprile di quest’anno, ha dimostrato che solo nel 2009 in questo paese latinoamericano sono state commesse circa 800 violazioni del diritto umanitario.

Le violazioni “più preoccupanti” secondo la Croce Rossa, sono le esecuzioni sommarie, o i cosiddetti “falsi positivi”, i civili che sono presentati dall’esercito colombiano come guerriglieri morti in combattimento, allo scopo di mostrare i risultati ai superiori e ottenere così dei benefici. In più, un relatore speciale delle Nazioni Unite il 27 maggio ha riferito che i casi di esecuzioni extragiudiziali in Colombia ha raggiunto il 98,5 percento delle impunità e che persistono “gravi problemi” di sicurezza nel paese. Durante il governo di Uribe, inoltre, è stato ordinato alle Forze Armate della Colombia la realizzazione di un attacco militare illegale in territorio ecuadoriano, col pretesto di smantellare un campo temporaneo di guerriglieri. Questi eventi hanno portato alla rottura delle relazioni tra Quito e Bogotà che solo di recente hanno iniziato un tavolo di trattativa per ricomporre i rapporti diplomatici.

Israele alleato militare della Colombia

Israele è uno dei principali paesi che fornisce materiale bellico alla Colombia. La Forza Aerea colombiana ha segnalato di aver ricevuto tre aerei comprati da Israele, come parte di un programma di modernizzazione degli armamenti promossa dal governo di Alvaro Uribe. Secondo lo studio, la Colombia nel 2009 ha destinato alla spesa militare il 3,7 percento del suo prodotto interno lordo, collocandosi come primo tra i paesi del continente. Nel 2008 il governo della Colombia ha concluso con Israele un contratto per 165 milioni di dollari per l’acquisto di 13 caccia di tipo Kafir e il potenziamento di altri 11 della flotta.

Fonte:TeleSur

giovedì 8 luglio 2010

Dalle curve a tutta la società.

Qualcuno probabilmente rimarrà stupito nel vedere pubblicare un breve documentario (45 min.) sul mondo Ultras a lato di diversi articoli e post sulle lotte indigene in Latino America e nel mondo.
Ma oggi noi siamo in Italia e non più nel continente delle rivolte popolari e delle speranze.
Siamo (e speriamo di starci il meno possibile) in un paese dove una manifestazione di terremotati come quella svoltasi ieri a Roma viene repressa dai manganelli della guardia di finanza.
La stessa finanza che dovrebbe monitorare il pagamento delle tasse e dei contributi e che invece fa da braccio armato a una classe politica malavitosa che vuole far pagare, dal prossimo Dicembre, i tributi sulla casa a chi la casa oramai non l'ha più.
Siamo in un paese dove si gioca sulla vita delle persone come se si giocasse a Monopoli; si spartiscono gli appalti, militarizzano una città di macerie e non ricostruiscono.
Un paese dove la farsa è scambiata per realtà, dove la merda è nascosta sotto i tappeti ed è spacciata per cioccolato svizzero.
Siamo in un paese dove la comunità quasi non esiste, un paese nel quale si stanno distruggendo chirurgicamente tutti i luoghi di aggregazione decentrata e autonoma.
Un paese nel quale il gioco più popolare e più bello del mondo viene ridotto a un business elitario.
Nemmeno il peggiore uccello del malaugurio avrebbe previsto che la manifestazione aquilana di ieri sarebbe stata soffocata dalle cariche della celere.
Ma l'augurio più grande è che L'Aquila ora diventi Fenice e che la repressione venga combattuta da un fronte comune e unito nella sua diversità.
Pubblichiamo qui di seguito il video di un incontro tenutosi a Bologna mercoledì 3 Marzo nell' Aula C autogestita della Facoltà di Scienze Politiche.
L'incontro ''Dalle curve a tutta la società, leggi speciali per gli Ultras domani in tutte le città'' ha toccato numerosi punti sensibili nella nostra nazione e nel nostro mondo occidentale quali la privatizzazione, la repressione militarizzata, il controllo sociale..tutte modalità in certi ambienti già viste e sperimentate da molti anni ma che solo ora si stanno estendendo a macchia d'olio nei settori più disparati e fino a ieri più al 'sicuro' della società.
Buona visione e buona riflessione.

I video sono registrati su http://www.myspace.com/smashingmrkve




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mercoledì 16 giugno 2010

5 Giugno 2009: Bagua non si dimentica.

A poco più di un anno dalla strage di Bagua (5 Giugno 2009) perpetrata ai danni della popolazione nativa peruviana da parte del governo aprista di Alan Garcìa pubblichiamo di seguito un breve documentario sulla resistenza indigena al neoliberismo selvaggio e al saccheggio dei territori ancestrali indigeni in Amazzonia.



Copiate e incollate il link di seguito per vedere il video:

http://video.google.com/googleplayer.swf?docId=1789624491349502624

mercoledì 26 maggio 2010

VIVIR BIEN. Proposta di modello governativo in Bolivia.


Bolivia.

In un’intervista, il ministro degli Esteri ed esperto in cosmovisione andina, Davis Choquehuanca, spiega i principali aspetti di questo progetto che ha come fulcro centrale la vita e la natura.

Il Vivir Bien, il modello che cerca di implementare il governo di Evo Morales, può essere brevemente riassunto come il vivere in armonia con la natura riprendendo quei principi ancestrali delle culture della regione secondo cui l’essere umano si colloca al secondo posto rispetto all’habitat ambientale.
Il ministro David Choquehuanca, uno degli studiosi aymaras di questo modello ed esperto in cosmovisione andina, ha spiegato i dettagli di questi princìpi riconosciuti nell’articolo 8 della Costituzione Politica dello Stato (CPE nell’acronimo boliviano, N.d.T.): “Vogliamo tornare a Vivere Bene, il che significa che ricominceremo a valorizzare la nostra storia, la nostra musica, i nostri abiti, la nostra cultura, la nostra lingua, le nostre risorse naturali; successivamente, recupereremo tutto ciò che è nostro e torneremo a essere ciò che siamo stati”.

L’articolo 8 della CPE stabilisce che “Lo stato assume e promuove come princìpi etico-morali della società plurale: ama qhilla, ama llulla, ama suwa (non essere fiacco, non essere bugiardo, non essere ladro), suma qamaña (vivere bene), ñandereko (vita armoniosa), teko kavi (vita buona), ivi maraei (terra senza male) qhapaj ñan (cammino o vita nobile). Il ministro ha sottolineato la sua distanza dal socialismo

e ancor più dal capitalismo in quanto il primo cerca di soddisfare le necessità dell’uomo mentre invece per il secondo ciò che più conta è il denaro ed il plusvalore.
Secondo Choquehuanca il Vivir Bien è un processo appena iniziato e che poco a poco si intensificherà. Per noi che apparteniamo alla cultura della vita ciò che più importa non è il denaro né l’oro e nemmeno l’uomo (che è invece all’ultimo posto). Ciò che invece importa sono i fiumi, l’aria, le montagne, le stelle, le formiche, le farfalle […]. L’uomo per noi è all’ultimo posto; ciò che più importa è la vita.


Nelle culture;

Aymara: Anticamente chi popolava le comunità Aymara in Bolivia, aspirava a diventare quamiris (persone che vivono bene).

Quechuas: Allo stesso modo, le persone appartenenti a questa cultura aspiravano ad essere qhapaj (gente che vive bene). Un benessere che, però, non è quello economico.

Guaraníes: Il guaraní aspira sempre ad essere una persona in armonia con la natura sperando di poter divenire un giorno iyambae.

Il Vivir Bien dà priorità alla natura piuttosto che all’uomo.
Sono queste le caratteristiche che lentamente il nuovo Stato Plurinazionale implementerà.


Priorità alla vita.

Vivir Bien significa vivere in una comunità in cui tutti coloro i quali ne fanno parte si preoccupano per tutti. Ciò che più importa non è l’uomo (come definisce il socialismo) né il denaro (come afferma il capitalismo), ma la vita. Si cerca un’esistenza più semplice. Lo scopo è quello di creare armonia tra natura e vita con l’unico obiettivo di salvare il pianeta e dare priorità all’umanità.


Accordarsi consensualmente.

Vivir Bien è cercare consenso fra tutti il che significa che, a prescindere dalle differenze tra le persone, nel momento in cui ci si confronta è possibile raggiungere un punto neutrale che coinvolga tutti senza provocare conflitti. “Non siamo contro la democrazia ma cercheremo di analizzarla a fondo perché democrazia significa anche sottomissione e sottomettere il prossimo non è vivere bene”, ha spiegato il ministro David Choquehuanca.


Rispettare le differenze.

Vivir Bien significa rispettare l’altro, saper ascoltare senza discriminazione o sottomissione chiunque desideri parlare. Non si parla di tolleranza, ma di rispetto e, benché ogni cultura e ogni regione abbia il suo proprio punto di vista, per vivere bene e in armonia è necessario rispettare tali differenze. Si tratta di una dottrina che coinvolge tutti gli esseri che abitano questo pianeta, comprese le piante e gli animali.


Vivere in complementarietà.

Vivir Bien è dare priorità alla complementarietà, il che significa che tutti gli esseri umani del pianeta devono essere complementari all’altro. Nelle comunità il bambino è complementare all’anziano, l’uomo alla donna, ecc. L’esempio esposto dal ministro è quello dell’uomo che non deve uccidere le piante in quanto complementari alla sua esistenza e di supporto alla sua sopravvivenza.


Equilibrio con la natura.

Vivir Bien è condurre una vita in equilibrio con tutti gli esseri di una comunità. Come per la democrazia, anche la giustizia è un concetto da escludere perché, secondo il ministro David Choquehuanca, tiene in considerazione solo le persone all’interno di una comunità e non ciò che invece è più importante: la vita e l’armonia dell’uomo con la natura. È per questo che il Vivir Bien aspira ad una vita equa e senza esclusioni.


Difendere l’identità.

Vivir Bien è valorizzare e recuperare la propria identità. In questo nuovo modello l’identità delle popolazioni è molto più importante della dignità. L’identità è godere pienamente di una vita basata su quei valori che hanno resistito per oltre 500 anni (dalla conquista spagnola), che sono stati ereditati da quelle famiglie e da quelle comunità che hanno vissuto in armonia con la natura e con l’intero cosmo.


Uno degli obiettivi principali del Vivir Bien è recuperare l’unione tra tutte le popolazioni.
Il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, ha spiegato che anche il saper mangiare, bere, danzare, comunicare e lavorare rappresentano alcuni degli aspetti fondamentali.


Accettare le differenze.

Vivir Bien è rispettare le somiglianze e le differenze tra gli esseri che popolano lo stesso pianeta. Va molto più in là del semplice concetto di diversità. “Non c’è unione nel concetto di diversità ma somiglianza e differenza perché quando si parla di diversità si parla solo di persone”, afferma il ministro. Questo concetto significa che gli esseri somiglianti o differenti non devono mai ferirsi.


Dare priorità ai diritti cosmici.

Vivir Bien è dare priorità ai diritti cosmici piuttosto che ai Diritti Umani. Quando il Governo parla di cambiamento climatico, si riferisce anche ai diritti cosmici (assicura il ministro degli Esteri). “Per questo il Presidente Evo Morales sostiene che sarà più importante parlare di diritti della Madre Terra piuttosto che di Diritti Umani”.


Saper mangiare.

Vivir Bien è saper alimentarsi, saper combinare i cibi adeguati secondo le stagioni dell’anno (alimenti stagionali). Il ministro degli Esteri, David Choquehuanca, spiega che tale aspetto deve essere affrontato in base alle pratiche degli antenati i quali usavano alimentarsi con un solo determinato prodotto per un’intera stagione. Sottolinea che alimentarsi bene garantisce il nostro stato di salute.


Saper bere.

Vivir Bien è saper bere alcool con moderazione. Nelle comunità indigene ogni festa ha un suo significato e l’alcool è presente nelle cerimonie ma, ciò nonostante, lo si consuma con moderazione senza esagerare o recar danno a qualcuno. “Dobbiamo saper bere; nelle nostre comunità esistevano vere e proprie feste legate alle varie stagioni, ma non significa entrare in un locale, avvelenarsi di birra e uccidere i nostri neuroni”.


Saper danzare.

Vivir Bien è saper danzare, non semplicemente saper ballare. La danza è legata ad alcuni eventi concreti come la raccolta o la semina. Le comunità continuano ad onorare la Pachamama con la danza e con la musica soprattutto nei periodi legati all’agricoltura; nelle città le danze originarie vengono considerate espressioni folkloriche. Nella nuova dottrina si rinnoverà il vero significato della danza.


Saper lavorare.

Vivir Bien è considerare il lavoro una festa. “Il lavoro per noi è felicità”, dice il ministro David Choquehuanca, il quale sottolinea che, a differenza del capitalismo in cui chi lavora viene pagato, nel nuovo modello di stato Plurinazionale si riprende la teoria ancestrale del lavoro inteso come festa. È un modo di crescere e per questo nelle culture indigene si lavora fin da piccoli.


Recuperare il abya laya.

Vivir Bien è promuovere l’idea che i popoli si uniscano in una grande famiglia. Per il ministro questo implica che tutte le regioni del paese si ricostituiscano in quello che, ancestralmente, era considerata una grande comunità. “Questo concetto deve estendersi a tutti i paesi ed è per questo che consideriamo buon segno il fatto che tutti i Capi di Stato stiano cercando di riunire tutte le popolazioni e tornare a essere il Abya Laya di un tempo”.


Reintegrare l’agricoltura.

Vivir Bien è reintegrare l’agricoltura nelle comunità. Parte della dottrina del nuovo Stato Plurinazionale è recuperare le forme di convivenza all’interno della comunità come il lavoro della terra e la coltivazione di quei prodotti che possono coprire le necessità basiche per il sostentamento. Saranno devolute terre alle comunità in modo che si generino le economie locali.


Saper comunicare.

Vivir Bien è saper comunicare. Il nuovo Stato Plurinazionale vuole recuperare la comunicazione che esisteva nelle comunità ancestrali. Il dialogo è il risultato di questa buona comunicazione di cui parla il ministro. “Dobbiamo comunicare come facevano un tempo i nostri padri, risolvendo i problemi senza conflitti. Non possiamo perdere questa capacità”.

Il Vivir Bien non significa “vivere meglio”, come propone il capitalismo
Tra le norme stabilite dal nuovo modello di Stato Plurinazionale figurano: il controllo sociale, la reciprocità ed il rispetto per la donna e per l’anziano.


Controllo sociale.

Vivir Bien è realizzare un controllo obbligatorio tra gli abitanti di una comunità. Il ministro Choquehuanca ha affermato che “si tratta di un controllo diverso da quello proposto dal Movimento de Participación Popular che è stato rifiutato da alcune comunità, in quanto riduceva la reale partecipazione della gente”. In passato “tutti controllavano le funzioni delle autorità principali”.


Lavorare in reciprocità.

Vivir Bien è recuperare nelle comunità il concetto di reciprocità. Tra le popolazioni indigene questa pratica è detta ayni, niente di più che la restituzione, sotto forma di lavoro, dell’aiuto prestato da una famiglia in un'attività agricola come la semina o la raccolta. “Si tratta di uno dei tanti princìpi e dei codici che ci garantiscono equilibrio di fronte alle grandi siccità”, spiega il ministro degli Esteri.


Non rubare e non mentire.

Vivir Bien è basarsi nel “ama sua y ama qhilla” (non rubare e non mentire in lingua quechua). È uno dei precetti inclusi nella nuova Costituzione Politica dello Stato Boliviano che il Presidente ha promesso di rispettare. Allo stesso modo, per il ministro è fondamentale che tra le comunità questi princìpi siano rispettati in modo da raggiungere benessere e fiducia tra i suoi abitanti. “Sono tutti codici da seguire per poter vivere bene in futuro”.


Proteggere i semi.

Vivir Bien è proteggere e conservare i semi perché in futuro si evitino i prodotti transgenici. Il libro “Vivir Bien, come risposta alla crisi globale” della cancelleria boliviana specifica che una delle caratteristiche di questo nuovo modello è preservare l’ancestrale ricchezza agricola attraverso la creazione di banche dei semi che evitino l’uso dei prodotti transgenici che incrementano la produttività; si tratta di una miscela chimica in grado di danneggiare e distruggere i semi millenari.


Rispettare la donna.

Vivir Bien è rispettare la donna perché rappresenta la Pachamama, la Madre Terra, capace di generare la vita e di prendersi cura di tutti i suoi frutti. Per questi motivi, all’interno delle comunità, la donna è valorizzata ed è presente in tutte le attività orientate alla vita, all’educazione e alla rivitalizzazione della cultura. Coloro i quali vivono nelle comunità indigene considerano la donna come base dell’organizzazione sociale poiché è lei che trasmette ai suoi figli la conoscenza della sua cultura.


Vivere bene e non meglio.

Vivir Bien non significa “vivere meglio”, concetto questo generalmente legato al capitalismo. Per la nuova dottrina dello Stato Plurinazionale, vivere meglio si traduce nella parola egoismo, disinteresse per gli altri, individualismo ed interesse unico nel profitto. La nuova dottrina considera quella capitalista fautrice dello sfruttamento delle persone al solo scopo di arricchire i pochi, mente il Vivir Bien guarda a una vita più semplice in grado di sostenere una produzione equilibrata.


Recuperare risorse.

Vivir Bien è recuperare la naturale ricchezza del proprio paese e permettere che tutti beneficino di tale ricchezza in maniera equilibrata ed equa. Lo scopo della dottrina del Vivir Bien è anche quello di nazionalizzare e recuperare le imprese strategiche del territorio nell’ambito dell’equilibrio e della convivenza tra l’uomo e la natura in contrapposizione ad uno sfruttamento irrazionale delle risorse naturali. “Innanzitutto bisogna dare priorità alla natura”, ha aggiunto il ministro.


Esercitare la sovranità.

Vivir Bien è esercitare la sovranità nazionale partendo dalle comunità. Secondo il libro “Vivir Bien come risposta alla crisi globale” questo significa che raggiungeremo la sovranità attraverso un consenso comunale capace di definire e di costruire unità e responsabilità a favore del bene comune e senza esclusione alcuna. In questo stesso contesto si ricostruiranno comunità e nazioni, allo scopo di istituire una società sovrana che governi in armonia con l’individuo, con la natura e con il cosmo.


Fare buon uso dell’acqua.

Vivir Bien è distribuire l’acqua in modo razionale e fare di questo bene un uso corretto. Il ministro degli Esteri sostiene che l’acqua è il latte degli esseri che abitano il pianeta. “Abbiamo tanto: risorse naturali, acqua… La Francia, per esempio, non ha né la quantità di acqua né la quantità di terra che possiede il nostro paese, eppure non esiste nessun Movimento Senza Terra. Dobbiamo valorizzare ciò che abbiamo e preservarlo il più possibile; questo significa Vivere Bene”.


Ascoltare gli anziani.

Vivir Bien è leggere le rughe degli anziani per riprendere il cammino. Il ministro sostiene che gli anziani delle comunità rappresentano una delle principali fonti di conoscenza essendo custodi di storie e tradizioni che si perdono con il passare degli anni. “I nostri anziani sono biblioteche ambulanti e dunque dobbiamo sempre imparare da loro”, afferma. È per questo che nelle comunità indigene del paese gli anziani sono rispettati e consultati.



Traduzione di Silvia Dammacco

lunedì 24 maggio 2010

Federico Aldrovandi, ucciso dalla polizia senza una ragione.


Ferrara, via dell’Ippodromo. All’alba del 25 settembre 2005 muore a seguito di un controllo di polizia Federico Aldrovandi, 18 anni. Dopo due anni di coperture e reticenze, durante i quali le versioni ufficiali sposavano la tesi della morte per overdose e dell’innocenza dei tutori dell’ordine, il 20 ottobre 2007 è iniziato il processo a quattro agenti. Omicidio colposo l’ipotesi di reato per i poliziotti che avrebbero “cagionato o comunque concorso a cagionare la morte” di Federico per non aver chiamato il soccorso medico, ingaggiando al contrario “una colluttazione in maniera imprudente pur trovandosi in evidente superiorità numerica”. Mentre il ragazzo implorava aiuto e chiedeva agli agenti di fermarsi “con la significativa parola basta, lo mantenevano ormai agonizzante ammanttato con la faccia in giù”.
Nel nostro speciale i resoconti di tutte le udienze. I consulenti di parte civile attribuiscono il decesso alla concausa di fattori (dovuti al comportamento degli agenti) che avrebbero portato all’asfissia e non agli stupefacenti, per quelli della difesa Federico sarebbe morto anche a casa per le sostanze assunte. A novembre 2008 il “colpo di scena”, agli atti del processo una foto che mostrerebbe inequivocabilmente come causa di morte sia un ematoma cardiaco causato da una pressione sul torace, escludendo ogni altra ipotesi. Su questa immagine è acceso il dibattito, nelle ultime udienze della fase istruttoria, tra i periti chiamati a deporre dai legali dalla famiglia e quelli della difesa. Infine la condanna degli agenti. Il giudice: «Ucciso senza una ragione».


.Tre dei poliziotti condannati per l’omicidio di Aldro querelano la madre.

Patrizia Moretti chiamata a comparire in tribunale per diffamazione. Sul blog
dedicato a Federico le parole piene d’amarezza del marito Lino.


«Questa mattina sono andato a prendere in posta un atto giudiziario indirizzato a Patrizia, mia moglie, la mamma di Federico, la madre di mio figlio ucciso il 25 settembre 2005 da quattro individui in divisa, come da sentenza del 6 luglio 2009. Credevo a una violazione magari al codice della strada…»

E invece Lino Aldrovandi, come racconta sul blog dedicato al figlio, si trova davanti ad una «una fissazione di udienza per il 18 giugno 2010 presso il Tribunale di Mantova» per Patrizia Moretti e per due giornalisti dell’agenzia Ansa e del quotidiano Nuova Ferrara, accusati di diffamazione a mezzo stampa in relazione ad un’intervista nel 2008.

Prosegue il padre di Federico: «Quello che mi fa più male è il fatto che il Pubblico Ministero aveva richiesto l’archiviazione per questo fatto specifico» ma i querelanti, tre dei quattro poliziotti condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo, «hanno pensato bene di non accettarla e di avvalersi del rito dell’opposizione»

Nell’articolo in questione, apparso sul quotidiano La Nuova Ferrara il 5 luglio 2008, Patizia Moretti confrontava il caso Aldrovandi con quello, analogo, di Riccardo Rasman, concludendo: «Noi, io e Giuliana, la sorella di Riccardo, non consideriamo quelle persone come rappresentanti delle istituzioni, ma solo come delinquenti». Per questa frase si troverà tra un mese sul banco degli imputati.

Federico fu fermato da quei tre poliziotti, tutt’ora in servizio, e dal loro collega, all’alba, di ritorno da una serata di divertimento a Bologna, e furono le ultime persone che vide prima di morire, il volto tumefatto e il corpo pieno di lividi. Asfissia posturale, dice la sentenza di primo grado: dopo una colluttazione, violenta al punto che i manganelli dei poliziotti si spezzarono, lo ammanettarono costringendolo a terra prono, di peso. Gli mancò l’ossigeno e morì. Ucciso senza alcuna ragione.

Con quali parole si possono definire persone che inferiscono sui genitori di questo ragazzo trascindandoli in tribunale?

Per saperne di più:
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/