giovedì 23 luglio 2009

Il genocidio di Bagua. Le testimonianze e i desaparecidos.



.Bagua Grande.

Arriviamo a Bagua Grande (Distretto El Milagro-Utcubamba) il 21 Luglio.
Il pullman che ci porta fin qui da Pedro Ruiz giunge la sera al crepuscolo.
Il tasso d'umidità è altissimo e incolla i vestiti alla pelle, le strade sono trafficate dai soliti moto-taxi e la città è costruita intorno alla centrale Plaza de Armas.
La fantasia nel dare i nomi alle piazze non è eccelsa.
Ci mettiamo subito in cerca di un ostello economico e, dopo averne visitati una manciata, scegliamo il più conveniente oltre che uno dei più centrali che si trova accanto al commissariato di polizia.
Il giorno successivo, appena svegli, ci precipitiamo ad uno dei tanti posti dove fanno frullati freschi di frutta tropicale.
Ne beviamo uno a testa consistente in un litro di banana, papaya, ananas, carote e pomodori e facciamo due passi sotto il sole per il piccolo centro cercando di digerirli il più in fretta possibile.
Dopo poco ci dirigiamo verso la parrocchia in cerca del prete locale.
A mezzogiorno dà la sua disponibilità per accoglierci; ci presentiamo, ci fa sedere e ci racconta.
Siamo qui per il Baguazo gli diciamo; per raccogliere informazioni sul massacro degli Awajun, sui desaparecidos, per ascoltare le voci di chi quel fatidico 5 Giugno c'era.
Siamo a Bagua.
Questa città e i suoi dintorni il 5 Giugno sono stati teatro di una delle atrocità peggiori che siano avvenute negli ultimi anni in Perù e in Latino America.
A trenta minuti in auto da qui seguendo la strada per Jaen si trova la curva del diablo così chiamata per la sua pericolosità e per il fatto che decine di camionisti vi hanno perso la vita.
La strada è cruciale per il commercio e a vederne l'asfalto sembrerebbe piuttosto recente.
C'è una piccola curva a cui segue un rettilineo di circa 700 metri alla fine del quale segue una violenta svolta a sinistra.
Questa è la curva del diablo.
Il paesaggio sembra quello di un vecchio film western; piante grasse e cactus fanno da padroni tra le case costruite in terra che si incontrano lungo il percorso.
C'è un vento fortissimo che solleva la sabbia del terreno arido e quasi desertico, l'ossigeno al paesaggio è fornito dal rio Huallaga che accompagna la strada sulla destra distante a circa un chilometro.
Il prete, padre Castinaldo (peruviano di Bagua) racconta..
A quanto ne sa i poliziotti morti sono stati 24, 12 dei quali caduti a Bagua Grande negli scontri con i cittadini.
Parla di 8 nativi morti alla curva del diablo, di un numero imprecisato di desaparecidos e di oltre 100 feriti trasportati a Bagua e a Chiclayo.
In quest'ultima sulla costa hanno portato i più gravi.
Non era alla curva l'alba del 5 Giugno; era alla parrocchia ma presto a Bagua sono arrivate le notizie degli scontri.
La gente,non appena saputo ciò che stava accadendo si è radunata per le strade.
Anche qui in città sono arrivati i poliziotti che per disperdere la gente non hanno esitato a sparare; 6 cittadini tra cui due moto-taxisti e una giovane professoressa sono morti sul colpo.
In città e persino alla frapperia si possono vedere alcuni buchi che le pallottole hanno lasciato sui muri e sulle serrande che i negozianti hanno presto abbassato non appena sentiti gli spari.
Molte persone avevano reagito esprimendo la loro rabbia fuori dal commissariato adiacente all'Hotel Montecristo dove ora alloggiamo.
Padre Castinaldo racconta di quanti nativi nelle ore seguenti alla mattanza si siano rifugiati in città perseguitati dalla polizia.
La parrocchia cittadina per cinque giorni ha dato rifugio a 804 nativi Awahjùn, donne e uomini.
Dopo cinque giorni questi hanno fatto ritorno alle loro comunità distanti dalle 4 alle 8 ore in macchina da Bagua, direzione nord.
Hsnno fatto ritorno dopo che la diocesi è riuscita a garantire la loro sicurezza nel tragitto.
In 804 hanno fatto ritorno stipati su 13 camion.
Quel giorno alla curva del diablo gli Awahjùn erano in cinquemila.
In 5000 hanno occupato 700 metri di strada per 54 gioni; l'hanno occupata in maniera pacifica al grido di 'La Selva non se vende,la selva se defiende!' protestando contro i decreti legge di Garcìa e contro il Trattato di libero commercio siglato dal governo con gli Usa di Obama.
Tutto è proseguito pacificamente fino alle sei del mattino del 5 Giugno.
Allora le forze speciali della polizia senza alcun preavviso sono arrivate dalla collina che sovrasta a Sud la curva del diablo.
Sono arrivati armati come in guerra con la copertura di un elicottero dell'esercito e di un altro bianco della polizia.
La Fiscalia ha appena dichiarato che gli Awahjùn non avevano con sè armi da fuoco ma solo le lance che li rappresentano come popolo dalle radici ancestrali.
Gli Awahjun si dividono in 113 comunità, ciascuna rappresentata da un Apu, dislocate a nord di Bagua nella selva quasi fino al confine con l'Equador.
Gli Awahjùn sono stati tra i pochi a non essere stati conquistati dal popolo Inca.
La loro storia è millenaria come le loro tradizioni, la loro terra e la loro conoscenza di essa.
Molti di loro hanno servito l'esercito peruviano; molti di loro sono professori, ingenieri o avvocati.
Ma a Lima e nel mondo c'è chi ancora li dipinge come cannibali, selvaggi ed ignoranti solo per il fatto di vivere in armonia con la natura e di non essere globalizzati.
Parliamo con Castinaldo circa un'ora e, saliti su un piccolo furgone che va verso Jaen, ci siamo fatti lasciare alla Curva del Diablo.
Prima della curva ci sono un cumulo di case costruie in terra e lamiere ; queste case compongono il piccolo (eufemismo) villaggio di Primavera.
Al di là della curva altre case formano invece il vilaggio di Siempre Viva.
Le case di Primavera saranno in totale poco più di una decina; molte di queste sono abitate solo occasionalmente perchè fanno parte di terreni (chakra) che la gente viene a coltivare dalla città solo alcuni giorni della settimana.
Il paesaggio è affascinante e spettrale; il caldo spacca le pietre ed il vento solleva cumuli giganti di sabbia che quasi rendono invisibile il rio Huallaga sulla nostra destra.
L'atmosfera è viva di morte e noi cerchiamo contatti con i locali e ci indirizziamo verso le casette seminate ai lati della strada.
Prima saliamo il cerro,il colle, che sormonta sul lato sinisro la strada e che si distende per centinaia di metri.
Incontriamo cumuli di una specie di segatura; la terra è per molti tratti bruciata e incenerita; c'è una grossa buca con alcuni rifiuti e a tratti ci sono come bruciature con colate di, non capiamo, se plastica nera bruciata o cemento.
Proseguiamo per un altro centinaio di metri; la vista è maestosa, mulinelli di sabbia trasportata dal fortissimo vento rendono l'orizzonte quasi invisibile; il rio si sdraia al di là delle palme. Il rumore circostante è quello dei fischi dell'aria.
In cima al cerro che s'innalza sull'asfalto c'è una croce bianca postavi il 5 Luglio durante una cerimonia a cui hanno partecipato anche alcuni Awahjùn, una cerimonia in memoria dei caduti.
A lato della croce una bandiera bianca è quasi strappata dal palo a cui è issata a causa del vento.
Viene da mettersi in preghiera se si fosse religiosi; ci immaginiamo lì il 5 Giugno ma l'immaginazione non può nemmeno avvicinarsi a comprendere ciò che è stato.
Camminando tra la sabbia e schivando piccoli cactus riscendiamo lungo la strada e ci avviciniamo ad un'abitazione; ci facciamo sentire per avvisare del nostro arrivo.
I cani ci vengono incontro abbaiando e un ragazzino ci guarda curioso aspettandoci al valico di una piccola casa.
Siamo qui per 'investigare' sui desaparecidos, sul Baguazo come lo chiamano qui.
Una signora con un bambino in braccio vorrebbe parlare ma arriva un anziano mulatto dai capelli bianchi cotonati che ci si para innanzi e ci accoglie.
Il fisico nerboluto da contadino lo fa sembrare uno zio Tom di inizio secolo.
Gli facciamo qualche domanda; gli chiediamo se ha visto ammazzare qualcuno, se ha incontrato qualche cadavere, per quanto la polizia dopo il 5 Giugno ha isolato la zona..ma tutto ciò che riusciamo a farci dire è che lui al momento dell' enfrentamiento s'è chiuso in casa con la famiglia: Non ha visto niente.
Ci rivela però che la polizia ha reso inacessibile il passaggio sulla collina ,alla sinistra della strada dove c'è sta la mattanza, per due settimane.
Ce ne andiamo ringraziando la famiglia e indirizzandoci verso le case dislocate a cento metri.
Attraversiamo la strada e, appena ci avviciniamo alla baracca, veniamo accolti dai soliti cani con fare minaccioso.
Procediamo lentamente chiedendo permesso e solo dopo alcuni minuti una signora esce dalla porta e ci accoglie un po' titubante accompagnata dalla piccola figlia.
Ha le mani infarinate ma nonostante stesse cucinando ci ospita.
Le ripetiamo la solita solfa raccontandole del perchè siamo qui.
Non esita a parlare ma ci prega di non riprenderla con la piccola video camera.
All'alba del 5 Giugno era in casa con sua figlia; poco prima delle 6 sente i primi boati..inizialmente pensava fosse una sorta di festa patronale ma parlando con la sorella capisce subito dell'impossibilità della cosa visto che la strada è bloccata da 54 giorni.
In pochi istanti nel cielo vede due elicotteri che sorvolano l'area a bassa altitudine; un elicottero è militare, l'altro è bianco.
Da quello militare parte una bomba lacrimogena che colpisce il terreno al lato dei muri in terra dell'abitazione.
A questo lacrimogeno ne seguono molti altri lungo la strada e per tutto il monte.
L'aria si fa irrespirabile e lei afferra la figlia di otto anni e si rifugia alla casa della sorella distante una ventina di metri lungo il cerro.
La figlia sta male e per proteggersi si barricano in casa; intorno l'aria si fa acre e coltri di fumo rendono opaca la visibilità.
Gli spari degli Ak47 in dotazione alla polizia seguono a raffica; intorno regna il caos.
I nativi dalla strada occupata salgono verso i poliziotti; molti altri fanno il tragitto inverso e qualcuno di loro cade colpito dai francotiratori appostati sugli elicotteri dai quali sono lanciati i lacrimogeni in direzione delle case circostanti.
Scopriamo che sua sorella è la signora col bebè in braccio che abbiamo incontrato pochi minuti prima nella casa a valle; quella nella quale abbiamo parlato con lo zio Tom.
Ci dice che quest'ultimo non vuole parlare e che nutre simpatie per Garcìa e antipatie per i nativi.
Ci dice anche che la sorella ha visto un ragazzino Awahjùn di 16 anni essere ammazzato a sangue freddo mentre dormiva a lato della casa.
Ci racconta che molta gente ha paura a parlare.
Narra che per un mese i poliziotti hanno occupato il monte, il cerro, non facendo entrare nessun civile.
Racconta di come le forze dell'ordine (che per motto hanno Dio, Patria e Ordine) abbiano rastrellato casa per casa dopo le due ore di scontri cercando i nativi fuggitivi.
Racconta di quanto il tutto sia stato atroce e di come lei abbia raccontato ciò che ha vissuto testimoniandolo ad una radio locale.
Ci indica una casa più a valle un po' più distante dalla curva del diablo.
Ci consiglia di andare là per parlare con gli abitanti che hanno a disposizione un'arco di visibilità maggiore del cerro.
La ringraziamo, salutiamo la figlia e andiamo dove ci ha indicato.
Qui troviamo due case adiacenti, anch'esse in terra; fuori un cortile con un mototaxi parcheggiato e dei bambini che giocano aprofittando delle vacanze estive prolungate a causa della febbre suina.
Ci attende una signora che afferma di non essere stata presente il 5 Giugno; era a Jaen a lavorare.
Ci dice però di avere pazienza e di aspettare un po' che entro breve dovrebbe tornare dai campi suo cognato che sarebbe ben disposto a parlare.
Nel frattempo ci parla quasi commossa del popolo Awahjun non capacitandosi della brutalità della polizia e del governo.
Ci racconta che per un mese il colle è stato inacessibile e che il 5 Luglio, giorno nel quale c'è stata la cerimonia per i caduti durante la quale è stata issata la croce, alcuni presenti si sono inoltrati per i terreni trovando ossa grandi circa come una tibia umana.
Sono stati consegnati alla medicina fiscale di Bagua della quale non si fida molto data la vicinanza di questa al governo.
Aspettiamo un po' finchè non arriva il signor Reyes, uomo che ha superato i settantanni e che lavora come contadino per poter vivere.
Accompagnato dalla moglie che ci segue appoggiata al muro parla a ruota libera:
Ha servito l'esercito durante la guerra con l'Equador e vive qui a Primavera da più di ventanni.
Durante il blocco durato 54 giorni lui e sua moglie hanno dato a disposizione metà della loro casa a trenta donne Awahjùn perchè avessero un tetto sotto il quale dormire.
Dice di aver visto l'elicottero bianco abbassarsi sul luogo degli scontri per due volte per circa mezzora pe poi ripartire in direzione orientale.
Secondo lui stavano raccogliendo i cadaveri dei nativi per gettarli non si sa dove.
Ha visto la terra bruciare su quel colle per settimane con la polizia che vietava l'ingresso ai civili e che minacciava di ammazzare chi entrasse.
Lui stesso racconta di essere stato minacciato quando il 6 Giugno ha cercato di ispezionare il colle.
Questo è stato controllato per trenta giorni filati;la polizia ha rastrellato ogni metro quadrato di terra facendo sparire ogni traccia del massacro.
Dice che per ciò che è accaduto i morti potrebbero essere centinaia e non venti come dicono le fonti ufficiali.
Dice che la gente del posto non parla ma che tra loro compaesani parlano eccome; c'è chi racconta di aver visto sparare in bocca a ragazzi di ventanni tra le sterpaglie.
Ê un anziano magro e scolpito dal lavoro della terra, sembra quasi una tartaruga e ciò che che più lo scuote è il fatto che abbiano bruciato i corpi non degnandoli nemmeno di una sepoltura.
E lui il fuoco sul colle dice di averlo visto per giorni dopo quel 5 Giugno del 2009.
Dice che i 5000 nativi accampatisi lungo la strada per quasi due mesi hanno sofferto con una dignità e una forza d'animo indescrivibile il caldo e il vento dormendo per terra e sull'asfalto.
Dice che hanno tutte le ragioni del mondo; il governo non può derubarli, non può sfrattarli, non può ucciderli.
I poliziotti caduti sono morti colpiti dalle loro stesse armi sottratte loro dai nativi.
Mentre lavorava al campo qualche ora prima si è imbattuto in cinque guardie che cercavano il maggiore desaparecido da quel 5 Giugno.
Lui ha detto loro di non cercarlo nei suoi campi ma di chiedere al pilota di quell'elicottero bianco dove sia perchè solo lui può saperlo. Ha detto così persino al padre del maggiore che s'è recato a Primavera per cercare il figlio disperso, padre a sua volta di due figli.

Voci qui a Bagua raccontano che i nativi abbiano ammazzato il maggiore negli scontri per poi denudarlo dell'uniforme e dipingerlo in viso come un Awahjun.
La polizia scambiandolo per un nemico selvaggio l'avrebbe messo insieme agli altri cadaveri e l'avrebbe fatto scomparire.
Solo i piloti possono sapere dov'è.
Viene buio, salutiamo il signor Reyes e famiglia e scendiamo alla curva del diablo.
Chiediamo un passaggio; un pulmino ci carica e ci riporta a Bagua.
Oggi 23 Luglio siamo andati a Bagua Chica o meglio a Bagua capital.
Qui mentre mangiamo ad un ristorante conosciamo una ragazza che lavora commerciando una pianta medicinale curatrice del cancro chiamata unghia di gatto.
Ci dice che il 5/6 sono morti cinque cittadini negli scontri avvenuti con la polizia (stessa dinamica deli scontri di Bagua grande); uno di questi è un alunno minorenne.
Le parliamo del perchè siamo qui a Bagua e ci consiglia di attraversare la strada per recarci all'Hostal Katty solitamente frequentato da gente Awahjun.
Ci andiamo, saliamo al secondo piano.
In televisione c'è la partita di pallavolo femminile Perù-Venezuela e il Perù sta dominando il terzo set.
Conosciamo un signore Awahjun che il 5 Giugno (e pure i 54 giorni precedenti) era alla Curva del Diablo; gli chiediamo se possiamo filmarlo per raccogliere una testimonianza ma risponde di aspettare..
Deve chiamare l'Apu della sua comunità per avere il permesso.
Torna dopo un quarto d'ora invitandoci per domani (24 Luglio) a Yamayakat-Imacita, comunità Awahjun dove si incontreranno gli Apu di tutte 113 le comunità native.
Decideranno come continuare la lotta di fronte all'intransigenza assolutista del governo Garcìa che sta cercando di costruire un Aidisep parallela, comprata, con cui negoziare (tipo gli ebrei che nella seconda guerra mondiale trattavano coi nazisti i loro commerci, vedi Rotschild tuttora a capo della finanza mondiale).
Ma soprattutto cercheranno di fare un censimento generale dei desaparecidos.
C'è chi parla di 120, chi di 200 e chi di un numero maggiore ancora.
Il 5 Giugno 5000 nativi erano in quella curva; molti non hanno mai fatto ritorno a casa e sembrano volatilizzati.
Noi questa notte alle tre andremo a Yamayakat-Imacita in cerca di Verità,
aspettando Giustizia, non miracoli!

.Giovedì 23 Luglio 2009.

martedì 21 luglio 2009

Por la carretera.






.Chachapoyas.

Le giornate a Iquitos si fanno monotone.
In un mese abbiamo seguito lo sviluppo della lotta popolare e indigena, il caso Andoas e il processo che si svolge tuttora nella sala penale del tribunale di piazza 28 de Julio.
Abbiamo appoggiato e documentato le marce, i blocchi, le assemblee popolari e le riunioni cittadine.
Abbiamo parlato con gli avvocati di José Fachìn, Marco Polo Ramires e John Vega Flores.
Nelle nostre potenzialità abbiamo cercato di far da megafono alle loro grida di sdegno e di rabbia.
Dopo un mese però a causa del tavolo di dialogo di Lima (instaurato solo per prendere tempo e per far buon viso a cattivo gioco di fronte all'opinione pubblica e a quella internazionale) la situazione sembra assopita, la lotta addormentata, anestetizzata. In stand-by.
Il malcontento è sempre forte e con esso la delusione nel vedere alcuni rappresentanti prestarsi ai negoziati del governo che cerca di comprare i leader delle varie comunità senza di fatto far marcia indietro in quello che è il Trattato di libero commercio e la privatizzazione dell'Amazzonia e anche delle Ande.
E' una fase di stallo, di immobilismo.
Il clima è umido e a tratti asfissiante e la città ormai la conosciamo molto bene tanto da non saper più dove sbattere la testa. Inoltre il caos tremendo del capoluogo di Loreto è un trapano nel cervello.
Decidiamo quindi di abbandonare la città, approfittando della pausa del processo sul caso Andoas, per fare qualche giro fuori Iquitos e chiudere con qualche giorno nella selva per purificare mente e corpo.
Affittiamo una Honda rossa scarlatto vecchia ma con una ripresa molto prestante; facciamo il pieno e zaino in spalla andiamo ad esplorare i dintorni iquiteñi.
Prendiamo la strada per Nauta e ci inoltriamo lungo il serpente d'asfalto facendo zig zag tra gli innumerevoli moto-taxi e svoltando ad ogni strada sterrata che incontriamo lungo il cammino.
Una di queste è una strada piena di buche che si infila tra palme e fitta vegetazione.
Ai nostri lati capanne e baracche fanno da sfondo.
Ci inoltriamo per qualche chilometro col fondoschiena che risente del terreno incidentato fino a arrivare in qualche piccolo paese dove la vita sembra scorrere fuori dal tempo.
In mezzo alla strada ragazze e bambini fissano reti occasionali per giocare a pallavolo (sport praticatissimo nel paese) e noi ad ogni campo improvvisato rallentiamo e abbassando la testa passiamo sotto le reti per continuare lungo il percorso.
Ai lati campi da calcio in terra con porte costruite con piccoli tronchi si susseguono tra file di case e piccoli negozi di paese che vendono giusto l'indispensabile.
La gente ci osserva incuriosita inoltrarci verso la periferia selvatica.
Arriviamo nei pressi dell'aeroporto dopo aver superato il paese di San Juan, patrono della foresta amazzonica.
Accostiamo l'aeroporto proseguendo verso non sappiamo dove.
La strada incidentata ci conduce ad un piccolo paese che al suo ingresso presenta un cartello con scritto Laguna Azul. Paese di 150 anime sprigionante energia naturale e senso assoluto di quiete ed equilibrio.
Un piccolo fiume fiancheggia il villaggio e uomini e donne qui si lavano, fanno il bucato, pescano e nuotano per avere una tregua dal caldo umido a tratti insopportabile.
All'orizzonte vediamo un ponte alto circa tre metri che svolta a destra per ricollegarsi ad una stradina anch'essa sterrata.
Alcuni signori costruiscono delle canoe tagliando dei tronchi e scavandoli con degli scalpelli.
Il ponte è costruito con assi di legno di circa 20 centimetri le une in successione alle altre; il problema è che ogni tot alcune scompaiono lasciando piccoli vuoti che rendono visibile la laguna sotto i piedi..
Divertiti accendiamo la moto e percorriamo il ponte provando qualche brivido quando le ruote superano i vuoti lasciati dalle assi marce.
Alcuni dei presenti e tra questi i falegnami ci osservano divertiti.
Continuiamo fino ad arrivare dopo un paio di centinaia di metri al paese di Santa Clara che si stende sul fiume Nanay.

Questo paese di pescatori di circa 4000 persone si localizza intorno alla piccola piazza centrale e finisce sul fiume, in questa stagione ancora alto, dove baracche fluttuanti in armonia col rio servono birra fresca, pesce e succhi di frutta.
Qui c'è la famosa spiaggia di Santa Clara dove la gente del posto si riversa nel fine settimana quando il fiume è basso e dà alla luce innumerevoli spiaggette.
Ci fermiamo per goderci il tramonto sorseggiando una Pilsen ( cerveza locale) ma non facciamo in tempo a scendere dalla Honda che due uomini si sbracciano invitandoci al loro tavolo su una delle piccole baracche-bar-ristoranti-discoteche fluttuanti.
Accettiamo l'invito e ci sediamo; sul tavolo rotondo di plastica le bottiglie di birra da 66 cl vuote sono una dozzina.
L'atmosfera è divertente e piacevole ed uno dei ragazzi è visibilmente allegro per via del luppolo, l'altro è più silenzioso.
Nel fiume qualcuno nuota e qualcuno mette a mollo i vestiti.
I colori si fanno pastello e la luce tramontina del sole splende sulle acque scure del Nanay.
Hanno 24 e 28 anni; entrambi sono fidanzati, convivono ed hanno figli.
L'allegro ventottenne dice di avere due donne che ama in ugual maniera.
La madre di suo figlio vive la situazione senza problemi e lui racconta quanto lei sia comprensibile e amabile.
Sono entrambi pescatori e sono amici sin da piccoli; lavorano insieme lungo il fiume da quando avevano dieci anni.
Sono come fratelli.
Il più giovane lentamente si lascia andare e si chiacchiera piacevolmente.
Eric, il ventottenne, ci parla della sua famiglia; ha due fratelli che hanno studiato a Lima, uno avvocato e l'altro ingegnere.
Racconta di quanto sia diverso dai suoi fratelli, di quanto lui preferisca la pratica all'accademia, parla della sua conoscenza dell'Amazzonia.
Ha lasciato la scuola per la pesca.
Gli piace vivere così, in maniera naturale e in armonia col polmone della terra nel quale vive.
A otto anni già pescava ed era di casa lungo il fiume.
Ci parla di curanderismo, di medicina tradizionale e di piante.
E' felice e lo si vede da come ci guarda.
Si stanno riposando al tavolo e stanno bevendo per festeggiare il ritorno a Santa Clara dopo quattro giorni di pesca e di accampamento lungo il rio Nanay nell' Amazzonia.
Hanno catturato una piccola manta che venderanno ai giapponesi.
Si fa quasi buio e delle nuvole minacciose e piene di pioggia si avvicinano; ci salutiamo, ci abbracciamo e torniamo ad Iquitos.
Nei momenti morti di piccole escursioni come questa ne abbiamo fatte molte:
A Quistococha e alla laguna ricca di leggende secolari dove abbiamo abbracciato l'anaconda e dove per ricevere il resto dell'acquisto di due acque e di due tortillas abbiamo dovuto aspettare due ore..
A Belèm, la Venezia dell'Amazzonia, periferia di Iquitos..
Qui il paese è costruito dentro il rio delle Amazzoni; baracche e palafitte si susseguono galleggianti sull'acqua, la scuola,le chiese e parte del grande mercato emergono dal fiume.
Si può visitare in canoa o in piccole barche a motore.
Si passa tra le strade inondate; i pali della luce sono quasi totalmente sommersi, dei campi da calcio si intravede solo la traversa delle porte che emerge.
I cani delle famiglie prendono il sole sdraiati nel cortile galleggiante di casa.
Le barche portano i ragazzi a scuola.
La gente va da una casa all'altra o in barca o nuotando.
E' qualcosa di magico e d'armonioso.
Anche perché Belèm non è piccola.
Il suo mercato è grande come un quartiere.
Parte di esso è costruito sulla strada, parte sul fiume.
Vicoli stretti e caotici colmi di baracche e di merce si incrociano e scendono dalla strada asfaltata al fiume.
Verdura, carne, tabacco, vestiti, scimmiette e galline, pesce, giochi, attrezzi..si vende di tutto al mercato di Belèm.
Il vicolo più caratteristico e affascinante è quello delle erbe e piante medicinali;
infusi per curare il diabete, altri per problemi di circolazione, altri ancora per dolori mestruali o intestinali.
Piante che curano il mal di stomaco, radici per la pelle, cortecce per dolori dovuti all'artrite.
Erbe che curano lo spirito e il corpo, piante secolari usate da sciamani e curandeiros.
Tutto questo in un piccolo vicolo lungo una cinquantina di metri; ai lati le tende sono dislocate una in successione all'altra.
Le signore vengono da San Juan e dalla selva per vendere le loro medicine.
A fine giornata tutti i rifiuti vengono assiepati in una piccola stradina dove prima del tramonto alcune donne e bambini vengono a trafugare in cerca di resti commestibili.
Corvi giganti stanno sopra le loro teste e tra di loro, a trafugare anch'essi.
Il tutto sembra di una normalità incredibile.
Abbiamo scritto con un indelebile nero su un paio di magliette bianche ¡Yo no soy gringo! stufi di essere chiamati gringo dalla gente.
I primi risultati in senso positivo li abbiamo riscontrati allo stadio di Iquitos dove gioca la squadra del CNI ( Collegio Nazionale di Iquitos) che lotta per la salvezza.
E' l'unica squadra loretana presente nel campionato peruviano.
E' un'istituzione per i loretani dato che Loreto è una regione enorme, la più grande del Perù.
Ci mettiamo in coda alla biglietteria in un corridoio limitato dalla presenza dei poliziotti e ci apprestiamo a comprare due biglietti per la Sur, la curva dove stanno gli 'hinchas' del Cni.
Paghiamo otto soles (circa due euro) ed entriamo incuriositi; nel nostro immaginario le curve latino-americane sono tutte come quelle dell'Estudiantes di La Plata di Veron (fresco vincitore della coppa Libertadores), del Boca, del San Paolo, dell'Allianza Lima e così via.
Una volta saliti sugli spalti vediamo che nello zoccolo duro della curva i bambini sono i protagonisti.Siamo sorpresi.
Lo stadio è nuovo, ha circa due anni; contiene fino a 25.000 persone sedute ai quattro lati del campo in sintetico.
Il Cni naviga nelle zone basse della classifica ,viene da dieci sconfitte consecutive e deve assolutamente vincere.
Il suo faro è Carlos Barrena meglio conosciuto come El Chato; 24 anni,trequartista poco più alto di un metro e sessanta.
La partita è tesa e ne risente lo spettacolo ma il Cni si porta in vantaggio e chiude i conti nel secondo tempo concludendo sul 2 a 0.
Sugli spalti nasce una Ola alla quale tutti partecipano facendole fare almeno cinque giri dello stadio.
Gli spettatori applaudono e nell'uscire dagli spalti i bambini e alcuni adulti ci danno pacche sulle spalle e ci rivolgono sorrisi soddisfatti per la vittoria..e per la nostra maglietta.
Lungo il ritorno verso casa ci imbattiamo in due anziani che ci fermano incuriositi dalla presenza di due stranieri.
Ci chiedono da dove veniamo, cosa facciamo e, stupiti dal nostro interesse per la lotta popolare indigena e pensandoci due giornalisti di chissà che calibro, ci abbracciano chiedendoci di denunciare al mondo ciò che sta succedendo nel paese; il genocidio dei nativi che quando non è dovuto ai proiettili dei cecchini come a Bagua deriva dalla politica ultraliberista del Governo; dalla contaminazione e dello sfruttamento dell'Amazzonia da parte di imprese petrolifere e minerarie.
Sanno anche loro che le guerre di domani saranno per l'acqua.
Si sentono in pericolo come popolo e ci chiedono appoggio.
Diciamo loro che faremo tutto il possibile ma che l'apatia e l'ignoranza sono un cancro in Italia, nazione che loro, come molti altri immaginano sviluppata e moderna.
Affamati li salutiamo e andiamo verso casa dopo aver scambiato i numeri di telefono.
Torniamo allo stadio altre due volte lungo la nostra permanenza ad Iquitos e ci scopriamo porta fortuna dato che la squadra vince entrambe le partite grazie alle ottime serpentine del 'Chato'.
Lasciamo il CNI quartultimo( retrocedono le ultime tre) con quattro punti di vantaggio sulla squadra che la segue.
Ce ne andiamo da Iquitos per fare qualche giorno avvolti dal silenzio della Selva.
Quando torneremo dalla foresta lasceremo definitivamente Iquitos per continuare il nostro viaggio verso Tarapoto, Chachapoyas e Bagua grande.
Prima di andarcene salutiamo John Vega Flores, amico nativo Kichwa vittima come tanti del sistema peruviano e mondiale.
Ci informa che a Teddy Guerra Indama (Apu della comunità nativa di Andoas durante i fatti del Marzo del 2008 e incarcerato da oltre un anno senza essere stato ancora giudicato) all'ennesima richiesta degli avvocati è stata concessa la libertà vigilata.
Può rincontrare finalmente la moglie e i figli, uno dei quali nato durante la prigionia.
Resta in carcere Saulo Sanchez Rodrigues.
Intanto il Governo cambia pelle col nuovo Premier della Repubblica; Javier Velàsquez Quesquén ma non nella sostanza.
Non è stato fatto nessun passo indietro; dieci dei dodici decreti legge che saccheggiano il Perù, l'Amazzonia e con essa il mondo continuano a esistere; la radio La Voz di Bagua continua ad essere costretta a a tenere chiusi i battenti a causa del Governo che la vuole imbavagliare ( è in atto una grande campagna di solidarietà portata avanti dall'Associazione nazionale dei giornalisti del Perù-ANP-, dal popolo e da giornalisti provenienti da tutto il Sud America); gli accordi di sfruttamento petrolifero con le compagnie petrolifere straniere continuano imperterrite e peggio di prima (Alan Garcìa ha venduto centinaia di ettari per l'estrazione del greggio alla Perenco); a Bagua continuano a piangere i desaparecidos; il paese è sempre militarizzato e Alberto Pizango, presidente dell'Aidesep continua ad essere in esilio in Nicaragua insieme agli altri rappresentanti.
Il Governo sta cercando di delegittimare i rappresentanti indigeni dando parola e intavolando accordi con pseudo rappresentazioni native ( rappresentative di nessuno e condannate dalle loro stesse comunità che dicono di rappresentare) di fatto comprate.
E anche i contadini sono in lotta in tutto il paese, specie nella regione di Cusco.
Il 5 Luglio manifestazioni popolari a Bagua e a Lima sono state represse nel sangue con centinaia di arresti.
Ma l'informazione internazionale tace e fa il gioco del Governo negando il problema e affermando che la situazione di fatto si è risolta con l'abrogazione del decreto 1020 e il 1064. Vittoria dei popoli della selva e passo indietro del Governo..
Perchè non cita il trattato di libero commercio o gli altri dieci decreti ancora in vigore come il decreto 1081 che crea il sistema nazionale di risorse idriche e apre ad una possibilità rispetto alla gestione privata dell'acqua contro il diritto delle comunità di gestirle autonomamente?
Andiamo nella selva per staccare la spina e ritrovare un po' noi stessi.

. Martedì 21 Luglio 2009 .

venerdì 3 luglio 2009

Prima di Bagua fu Andoas

.Iquitos.


Intervista a John Vega Flores, nativo Quichwa, abitante della comunità di Andoas.
Attualmente sotto processo per i fatti accaduti il 20, 21 e 22 Marzo 2008 a Nueva Andoas.

Video parte 1 Video parte 2 Video parte 3


(Da sinistra verso destra John Vega Flores, Marco Polo Ramires, Josè Fachin)



.Venerdì 3 Luglio 2009.

domenica 21 giugno 2009

11 Junio, Paro Regional!



.Iquitos.

In preparazione del paro generale dell'11Giugno il Comitè de lucha indigena ha lanciato una vigilia culturale dalle 20.00 in Piazza 28 Julio.
L'intento è quello di sensibilizzare la gente, di condividere sprazzi di cultura loretana e di prepararsi per attuare i blocchi stradali dalla mezzanotte.
Noi siamo tra i primi ad arrivare e nell'attesa ci sediamo, scattiamo qualche fotografia e facciamo qualche ripresa .
Lentamente la piazza si riempe e la folla si dispone a mezzaluna di fronte al palco allestito per l'occasione.
Tra il pubblico ci sono tantissime famiglie, bambini, anziani, studenti e nativi.
Prima di dare il via alle esibizioni l'amico/presentatore del partito nazionalista fa un riassunto degli ultimi giorni di lotta; elenca le atrocità commesse dal Governo a Bagua, le violenze fisiche e ambientali di cui sono responsabili le grandi transnazionali del petrolio da quarantanni; inneggia al decentralismo e all'orgoglio del popolo della selva e dei nativi.
L'energia che sprigiona contagia la gente che risponde urlando Venceremos!
Gli artisti intanto fanno le prove dietro alla statua che sta alle spalle del palco.
Cantanti, mimi, poeti, ballerini. Giovani, anziani, donne e uomini.
Il primo gruppo ad esibirsi sono stati gli Shalom amazzonico che hanno diffuso nell'aria melodie tradizionali con chitarre tipiche simili a mandolini, flauti, tamburi e zampoñas, strumenti a fiato ricavati da bambù.
Li ha succeduti un signore di mezza età con barba e occhiali; chitarra al collo ha fatto un'introduzione calorosa testimoniando le lotte epocali dei popoli amazzonici per poi invitare la folla attenta ad accompagnare le sue parole in canto.
Gli accordi sono seguiti da una voce poderosa che intona El pueblo unido jamàs serà vencido!
L'atmosfera è quasi commovente dall'energia che unisce le persone cantanti; pensavamo che certi canti popolari fossero finiti con le morti dei Guevara e degli Allende, solo in quella piazza ci siamo resi conti di quanto tutte le lotte dei secoli passati siano ancora attuali.
Ci guardiamo intorno e osserviamo gli occhi dei presenti, raramente si vedono così brillanti e vivi. Ne siamo contagiati, gli occhi sono lucidi.
La loro lotta empaticamente la sentiamo nostra pur venedo da un altro continente, così diverso e così perso in se stesso.
Al Pueblo unido segue un'altra canzone/novella sulla terra e sul petrolio e per un istante in quell'uomo vediamo De Andrè.
La folla impazzisce quando viene attaccato con ironia il presidente Garcìa.
Intanto alle spalle sull'obelisco centrale della piazza viene issato lo striscione del Comitè de lucha indigena.
Al signore segue un mimo che fa gioire i bambini presenti.
Dopo di lui una coppia di ballerini proveniente dalla scuola d'arte di Chiclayo danza per la gente; eleganti si spostano da un lato all'altro del palco fingendo di baciarsi e facendo ridere maliziosamente il pubblico ad ogni incontro ravvicinato e platonico tra le loro labbra.
Passano un paio d'ore e il presentatore ringrazia i presenti e invita questi ultimi a fare un applauso per i 'giornalisti italiani' presenti. Ci indica.
Un po' alla sprovvista per tanta attenzione rivoltaci ci alziamo e rispondiamo imbarazzati agli applausi dei 400 facendo un inchino impercettibile e toccandoci il petto in segno di riconoscenza e rispetto.
Prende la parola Miller Lopèz del Comitè che di fronte alle telecamere annuncia, come rappresentante, l'inizio del blocco.
Ribadisce l'intento decisamente pacifico della mobilitazione, invita a non cadere nelle provocazioni della polizia e dei militari e a non compiere atti vandalici nella paralizzazione di Iquitos.
Esprime il concetto della lotta per la propria terra dichiarando invincibile l'anima della gente nativa, dicendo che le morti e gli assassinii di Stato non fanno altro che rinforzare la lotta popolare.
Vengono prese pubblicamente le difese del lìder indigeno Alberto Pizango.
La piazza lancia unita un unico grido: Alan (Garcìa) Loreto ti ripudia! La selva non si vende, la selva si difende!
Intanto si organizzano i picchetti per bloccare le strade e dopo breve parte un corteo improvvisato dietro allo striscione del Comitato di lotta.
Ad aprire il corteo, ancor prima dello striscione, c'è un uomo che ha superato i 50 con un'asta spessa di legno lungo circa quattro metri; attaccata all'asta una grande bandiera del Perù e una bandiera nera che manifesta il lutto popolare per i 200 e più tra morti e desaparecidos di Bagua e per i 24 poliziotti la cui morte è dovuta all'irresponsabilità e alla corruzione morale del governo.
Il corteo si muove spedito e si ingrossa strada facendo; la gente applaude dalle finestre, i partecipanti urlano orgogliosi e irati.
E' un grande serpentone illuminato dai ceri portati dalle persone in segno di lutto.
La manifestazione è calda, molto calda.
Arriva la polizia. Due cordoni scortano ai lati ad estrema vicinanza i manifestanti che continuano nel percorso come se non esistessero.
La polizia non è il caso che rischi perchè la presenza della stampa è massiccia e la gente presente è disposta a tutto per rivendicare la propria esistenza.
Tutto scorre tranquillamente.
La mobilitazione continua fino ad arrivare nella centralissima Plaza das Armas per poi tornare in Piazza 28 de Julio.
Qui si dà appuntamento nella stessa piazza per il giorno sucessivo alle 15.00 per la grande manifestazione in programma in favore dei nativi e con i nativi.
Molti tornano a casa verso l'una, le due di notte; alcuni altri occupano le strade giocando a calcio o cucinando pollo e banane alla griglia.
Altri si fermano a chiacchierare condividendo qualche fetta di pane e qualche focaccia.
Ci sediamo sui gradoni ai piedi della statua e conversiamo con una signora; ci racconta gli anni della dittatura di Fujimori, ci parla dei desaparecidos, dei tradimenti nella lotta popolare..dei tradimenti di coloro che alla coerenza delle idee hanno preferito la corruzione politica; ci narra della repressioni, dell'esercito che ha visto sparare sulle folle, ci parla anche di quando per salvare la vita sua e della famiglia ha puntato una pistola alla schiena di un poliziotto che era venuto per saccheggiarle la casa e per intimidirla.
Ci parla dei compagni che continuano a lottare al fianco del popolo e che hanno per questo perso il lavoro, ora dormono per strada. Ci avverte di quanto questi ultimi siano sempre i primi a metterci la faccia.
E cita quelli che una volta erano compagni ed ora sono dall'altra parte della barricata.
Ci avverte anche del rischio che questa lotta per la sopravvivenza possa essere utilizzata da terzi per i loro squallidi giochi politici: La lotta indigena non è politica.
Non trattiene le lacrime, la voce è forte e vibrante allo stesso tempo. Nonostante tutto la sua fiducia è forte come la sua combattività.
Ci contagia.
Ci salutiamo dandoci appuntamento per la mattina quasi alle porte e continuiamo camminando per la città.
Incrociamo un blocco di una decina di persone legate alla Chiesa; la signora con cui parliamo è polacca ed è in mezzo ad un incrocio in Plaza das Armas.
Le chiediamo quale sia la posizione della Chiesa riguardo al blocco.
Ci risponde che i vertici non si schierano, che le scuole cattoliche non chiudono, che i preti di Iquitos (tutti stranieri) non si interessano e al massimo si fanno da intermediari.
Lei è la prima ad accusarli, dice che in Perù è quasi tutto in mano all'Opus Dei.
E' testimone di quanto siano ignavi coloro che la precedono nella piramide, attacca il Vaticano accusandolo di conservatorismo e immobilismo e un tal cardinale spagnolo che pochi giorni prima ha dichiarato che l'aborto è peggio della pedofilia.
Ma ci parla anche di padre Mario Bartolini che a Bagua aveva aperto Radio La Voz; il Governo lo vuole espellere dal paese, lo accusa di aver istigato i nativi alla rivolta, lo accusa addirittura di terrorismo e gli chiude la radio. Lui continua nella sua battaglia al fianco degli abitanti di Bagua.
La salutiamo, andiamo a casa per ricaricare le batterie della macchina fotografica e della videocamera e dopo un'ora torniamo in piazza aspettando l'alba e la giornata di lotta.
Qui alcuni studenti che stanno bloccando un'arteria cittadina ci invitano alla Casa del Maestro per parlare con Apu Marco Polo Ramirez Arahuanaza, rappresentante della Tribù Ashuar di Andoas.
Lo incontriamo e ci presentiamo.
Lineamenti duri, pelle scura, braccia forti e capelli lunghi, lisci e neri. Non può uscire dalla casa del Maestro perchè come rappresentante indigeno ha sulla sua testa un mandato d'arresto. Nonostante questo ci conferma la sua presenza alla manifestazione insieme a nativi Boras, Cocamas, Yahuas, Aguajun, Shawis e Ticunas.
E' sotto processo per i fatti di Andoas: Una comunità di 800 persone, vittime da quarantanni dei soprusi di Pluspetrol (corporation argentina), costrette a pescare e cacciare in territorio equadoregno, dopo avere visto le proprie acque contaminate dall'oro nero e i propri animali morire avvelenati, hanno deciso nel Maggio del 2008 di ribellarsi.
Hanno bloccato l'afflusso del greggio sabotando i gasdotti e occupato l'aereoporto; ne sono seguiti scontri con la polizia che, come a Bagua, non ha esitato ad aprire il fuoco.
Negli scontri è morto un poliziotto.
Marco Polo, come John e Josè Fachin, è accusato d'omicidio pur essendo stato fermato e detenuto (negli uffici di Pluspetrol) 24 ore prima dell'accaduto; rischia 23 anni di carcere ed è iniziato il processo giusto in questi giorni.
La comunità di Andoas, al confine con l'Equador, è stata la prima a ribellarsi ed è stata da esempio per le grandi lotte unitarie di cui sono protagonisti oggi i nativi della selva e delle Ande.
Per questo per loro sono previste pene esemplari. Intanto gli hanno bloccato ogni sorta di finanziamento proveniente dalle organizzazioni native e non.
Chiacchieriamo con Marco Polo e Josè Fachin per un'ora; facciamo la colazione comunitaria a base di te bollente con latte, anice e pane secco nella Casa del Maestro.
Nel frattempo arrivano molte persone e ci si organizza per continuare i blocchi e per fare un piccolo corteo per continuare nella sensibilizzazione.
Miller Lopèz del Comitè apre la piccola marcia.
Sono una trentina di persone, come più o meno ad ogni blocco.
Ci si apposta ad un incrocio per fermare i pochi mototaxi che stanno facendo i krumiri; in men che non si dica arriva un pick-up della polizia.
Si cambia incrocio e si gioca al gatto col topo. Lenti ma non fermi si passa da incrocio ad incrocio.
Passa così la mattinata che nonostante tutto scorre tranquilla; il traffico insostenibile, a cui ormai ci siamo abituati, oggi ha una pausa.
La grandissima maggioranza delle attività commerciali è restata chiusa per solidarietà e moltissimi mototaxi quest'oggi non sono in servizio.
Non c'è quasi bisogno dei blocchi perchè la solidarietà dei cittadini sembra essere totale.
Non ce l'aspettavamo.
Alle 15.00 ci concentriamo in Plaza 28 de Julio; alla spicciolata si riempie fino a partorire persone anche sulle strade laterali.
Decine di striscioni e di cartelli con frasi emblematiche, molti nativi, migliaia di persone e anche molti poliziotti. Nell'andare in piazza ci imbattiamo anche con un plotone dell'esercito che marcia rigidamente.
Si aspetta che l'affluire continuo di gente abbia fine per cominciare il corteo aperto sempre dal Comitè.
Alle 16 si parte.
Ai lati, alla testa e alle spalle è dispiegata la polizia in assetto antisommossa.
Ci si imbocca per Avenida Prospero e al primo incrocio ci fermiamo per misurare la lunghezza del serpentone umano. Bisogna attendere più di dieci minuti perchè finisca.
Dopo aver percorso le principali vie della città e il mercato di Belem torniamo in piazza.
Qui prendono parola tutti i rappresentanti indigeni che prima si rivolgono alla folla in Quechua e altre lingue per poi farlo in castigliano (non tutti).
Si chiede rispetto per la propria cultura e la propria terra, si chiede giustizia e dignità, si chiede l'abrogazione di tutti i decreti sulla selva (non solo del decreto 1090 e 1064) e si annuncia un blocco generale in tutto il Perù per il 7, l'8 e il 9 Luglio.
Ascoltare i nativi è toccante, ascoltare la loro rabbia degna è una scossa di vita.






.Domenica 21 Giugno 2009.


mercoledì 10 giugno 2009

Per la pace e la dignità Amazzonica.




.Iquitos.

Qui a Iquitos, capoluogo della regione amazzonica di Loreto (la più estesa del Perù),
dopo la mattanza del 5 Giugno a Bagua, il Comitato della lotta indigena ha indetto un' assemblea in data 6 Giugno presso la Casa España alla quale hanno partecipato delegati e rappresentanti della popolazione iquiteña, tra questi; sindacati, partiti politici, ong, organizzazioni universitarie, intellettuali, giornalisti (pochissimi) e gente comune.
Tra i presenti la commozione e il desiderio di reagire e di ottenere giustizia era ed è fortissimo.
Al tavolo, come relatori, erano seduti Miller Lopez Santillane e Maritsa Ramires in rappresentanza del Comitato de lucha indigena.
Tema della riunione è stato pianificare un blocco generale nella città per l'11 Giugno.
Dopo un' iniziale introduzione da parte di Miller e Maritsa si è data la parola alla platea che ha interagito esprimendo il proprio sdegno e la propria degna rabbia.
Si è conclusa l'assemblea votando per alzata di mano se paralizzare la città per 24 o 48 ore; l'opzione scelta è stata la prima.
Comunemente si è deciso di indire un'assemblea popolare per l'8 Giugno alle 19.00 presso la casa del maestro, sede del Sindacato unitario dei lavoratori nel settore educativo del Perù (SUTEP), presieduta dal Frente Patriotico de Loreto (FPL).
La partecipazione è stata massiccia e si è registrato un afflusso di centinaia di persone.
Qui sono state affrontate le modalità di lotta e mobilitazione.
La grande maggioranza si è schierata a favore di un blocco concreto della città realizzabile tramite non solo l'assenteismo dal lavoro ma soprattutto dall' azione diretta nelle strade per mezzo di picchetti, iniziative culturali e paralisi delle arterie cittadine.
La decisione è stata proclamare l'11 Giugno come giornata di lutto indigeno; la popolazione è stata invitata ad esporre bandiere nere fuori dalle finestre e dai balconi durante il Paro general.
La paura di possibili repressioni è diffusa tra la gente ma questo non fa che rinforzare la loro determinazione e il loro spirito.
All'assemblea del Frente, iniziata con un toccante minuto di silenzio, erano seduti al tavolo oltre che ai portavoce del Comitato di lotta indigena anche un rappresentante nativo della Comunità Yahua del Marañon, uno del Pueblo Achual ed una ragazza di un pueblo della zona di Bagua.
Quest'ultima ha parlato di ciò che sta accadendo ai suoi figli, alla gente della sua comunità e delle comunità limitrofe; l'esercito rastrella casa per casa, circa duecento persone (il numero è incalcolabile) sono scomparse, dopo giorni corpi avvolti in sacchi neri emergono dalle acque scure del rio Huallaga.
Sono stati criticati molti partiti politici accusati di aver inizialmente strumentalizzato la situazione qualunquisticamente per poi aver lasciato cadere nel nulla proposte concrete di attivismo.
E' stato criticato il Governo regionale di Ivan Vasquéz e il suo partito, Força Loretana, per aver aderito allo sciopero generale ma non al blocco, rischiando di isolare così i manifestanti di fronte a possibili repressioni.
Si accusa la stampa nazionale di star facendo disinformazione concentrando le notizie esclusivamente sui poliziotti caduti durante gli scontri.
Il primo ministro Yehude Simon si assume la responsabilità delle morti dei poliziotti e ha indetto un giorno di lutto nazionale (esclusivamente in memoria dei militari) ma non si dimette insieme al presidente Garcìa.
Intanto al pozzo petrolifero n°6 l'estrazione del greggio è stata fermata finché non si raggiungerà una soluzione al conflitto.
Il 60% del petrolio nazionale proviene dalla regione di Loreto.
Il Governo continua con le provocazioni disponendo forti contingenti di militari nella selva soprattutto a Yurimaguas ( dove al tensione è alle stelle e le comunità hanno bloccato la strada per Tarapoto permettendo la circolazione,tramite corridoi, solo poche ore a settimana) e sul delta del Marañon.
A Lima l' Aidesep e altre organizzazioni si stanno organizzando per lanciare dopo l'11 Giugno una giornata di sciopero generale nazionale.
Per la giornata di domani i dipartimenti di Loreto, Cusco, Tarapoto, Arequipa e San Martìn (che annunciano un blocco a tempo indeterminato fino alle dimissioni del Governo), Madre de Dios (per 48 ore),Yurimaguas e Ucayali aderiscono alla giornata di blocchi:
Praticamente tutti i dipartimenti dell'Amazzonia peruviana.
Alla lotta di Iquitos saranno presenti le comunità native circostanti dei Boras, Yahuas, Cocamas, Aguajun, Shawis e Ticunas.
Il presidente dell'Aidesep, David Pizango, ha un mandato di cattura emesso non dal Potere Giudiziale bensì dall'Esecutivo.
E' un mandato di cattura politico.
Le accuse a lui rivolte non hanno riscontri giudiziali.
Pizango è rifugiato a Lima nell' ambasciata del Nicaragua.
Questa mattina e mentre scriviamo è in atto una vasta operazione di informazione e di volantinaggio per garantire una massiccia partecipazione dal basso.
Luoghi della promulgazione sono i mercati, scuole e l'Università, le piazze, il terminal dei mototaxi (54000 in tutta Iquitos) e i centri popolari.
Per molte persone non lavorare un'intera giornata per aderire allo sciopero in solidarietà alle vittime native del genocidio può voler dire non mangiare; nonostante questo l'appoggio fino ad ora appare incondizionato.
Se la gente domani bloccherà la città concretamente con i propri corpi, affrontando il fantasma della repressione, le comunità native avranno un segnale forte:
La loro lotta è quella del popolo peruviano.
Stasera in Piazza 28 Julio alle 22.00 si terrà una fiaccolata per lanciare le 24 ore di lotta.
Domani alle 15.00 sempre da Piazza 28 Julio avrà inizio la mobilitazione che ingrosserà i blocchi che cominceranno ad essere effettuati già dopo la mezzanotte di oggi.


!Defendemos la Amazonia, patrìmonio nacìonal y de los pueblos amazonicos!





.Mercoledì 10 Giugno 2009.

lunedì 8 giugno 2009

Quando un indigeno muore non muore mai.

.Iquitos.


Dal 27 al 31 Maggio nella città di Puno, sul lago Titicaca, ha avuto luogo la IV Cumbre continentale dei popoli e delle nazioni indigene.
Hanno partecipato anche delegazioni di popoli africani e asiatici.
Le delegazioni di 126 etnie del mondo hanno marciato per le strade della città al confine con la Bolivia.
Le posizioni espresse sono state estremamente dure nei confronti del trattato di libero commercio siglato tra Alan Garcìa e gli Stati Uniti.
Lo si accusa di star vendendo l'Amazzonia alle grandi corporazioni straniere del petrolio e delle miniere.
Si condanna il presidente peruviano Garcìa per aver concesso l'asilo a tre ex funzionari del vecchio governo boliviano di Gonzalo Sanchez de Lozada accusati di genocidio.
La V Cumbre continentale sarà nel 2011 nella Bolivia di Morales, unico capo di stato acclamato.
Da questa riunione di Puno è uscita la Dichiarazione del lago che sollecita la fine dell'embargo statunitense su Cuba e il ritiro di Israele dai territori occupati.
Sollecita inoltre la formazione di un Tribunale di giustizia climatica ed una Assemblea in difesa della Madre Terra alternativa e parallela a quella sul cambio climatico che avrà luogo a Copenaghen in dicembre.
Intanto nel dipartimento di Cuzco, nella zona di Camisea, 50 nativi della Comunità Machiguenga hanno scavato grosse buche rendendo inutilizzabili i condotti gasoliferi della regione bloccando il sistema di trasporto di gas verso la costa e manipolando due valvole che regolano l'afflusso di combustibile.
Da Puno annunciano che la prima settimana di Giugno sarà una settimana di lotta internazionale in solidarietà ai nativi vittime del Governo Aprista di Garcìa e del primo ministro Yehude Simon.

Tarapoto, Cusco, Ayacucho, Yarimaguas e Bagua sono da giorni centri della lotta in espansione.
La lotta dei nativi, soprattutto Awajùn-Wampis, è iniziata 50 giorni fa in maniera pacifica e organizzata.
Il Governo aveva annunciato tregue e trattative che ha poi negato nei fatti.
I nativi si mobilitano controllando la loro terra sacra e bloccando i fiumi, il rio Huallaga e il rio Napo soprattutto.
La politica risponde mandando la marina, decretando lo stato d'emergenza e inviando militari e poliziotti d'assalto.
Il Perù è diviso in zona costiera, zona andina e selva.
Queste due ultime pur essendo piene di risorse sono le più povere.
Il Governo si chiude nei palazzi sontuosi pensando solo alla città e succhiando il sangue al resto del paese.
Decide così di seguire la politica neocolonialista e liberale degli Usa e di vendere,privatizzandolo, il polmone verde di tutto il mondo.
Lo vende alle grandi imprese petrolifere; alla Plus, alla Perenco, alla Talisman e ad altre.
Il 4 Giugno a Bagua,vicino al rio Huallaga, è avvenuto qualcosa di estremamente tragico, degno del peggiore colonialismo.
Le comunità native di Bagua chica e Bagua grande hanno bloccato durante una manifestazione la soprannominata 'Curva del Diablo' che porta all'oleodotto della stazione petrolifera n° 6 di Petroperù.
L'esercito e la polizia hanno risposto con una violenza inaudita.
I nativi non sono stati a guardare e la violenza è stata tremenda, la lotta si è tramutata in guerra.
Le fonti ufficiali, le fonti di Governo che sono quelle che danno le veline ai media internazionali parlano di 30 morti peruviani (22 nativi e 8 poliziotti). All'inizio la televisione parlava di tre nativi uccisi!
Negli scontri sono state sequestrate armi alla polizia.
I nativi, che inizialmente opponevano frecce e lance ai fucili e ai gas lacrimogeni (lanciati da 4 elicotteri che sorvolavano l'area) hanno così risposto al piombo col piombo per difendersi.
Si parla di 22 nativi ammazzati ma la realtà è offuscata ed è un'altra.
Il 5 giugno il Comitato della lotta indigena ha annunciato che i morti sono 34 e che i desaparecidos sono più di 150. Si accusa la polizia di stare occultando i cadaveri bruciandoli e gettandoli nel rio.
I poliziotti uccisi sono 24, dei quali si dice siano stati 10 giustiziati dai nativi dopo essere stati fatti prigionieri alla stazione petrolifera n°6 che rifornisce l'oriente del paese.
In verità le dinamiche non sono ben chiare perchè le teste di cuoio hanno fatto un blitz nel quale hanno subito perdite.
I militari giustiziati (10 sottufficiali) potrebbero essere morti nel tentativo di liberazione e non prima come riportano a tutta pagina i quotidiani nazionali e i media.
Nel Dipartimento di Amazonas il governo ha promulgato il coprifuoco a partire dalle 18.00.
La polizia setaccia la zona di Bagua casa per casa detenendo giovani, donne e anziani.
Il legittimo presidente dell'Audisep ha sulla testa un mandato di cattura emesso dal presidente del Potere Giudiziale Javier Villa Stein e vive adesso nella clandestinità.
Il suo nome è David Pizango. 1200 poliziotti sono intorno alla località di Puno per catturarlo.
Fonti governative ipotizzano infatti una sua fuga in Bolivia.
I dirigenti regionali dell'Audisep sono sotto mandato di arresto e da settimane subiscono minacce.
I dipartimenti di Ucuyali, Madre de Dios e di Amazonas hanno annunciato per il 10 e l'11 Giugno 48 ore di blocco generale.
A Yarimaguas la tensione è alle stelle. Anche nella regione di Loreto la mobilitazione è sempre maggiore.
Le comunità stanno formando un centro comune di lotta verso il delta del Maranon.
Il Rio Napo è bloccato dalle canoe e la marina attende a pochi chilometri l'ordine per sfondare rischiando una nuova Bagua. Sulla strada sono già quattro i camion pieni di militari pronti all'attacco via terra.
A Bagua il dirigente regionale dell'Audisep è stato uno delle prime vittime.
La parola d'ordine tra le comunità è il serrare le fila per l'unità.
Intanto gridano al genocidio. Ma il mondo è sordo.
E' la scimmia che non vede, non sente e non parla.
Per Martedì 9 giugno il Comitato di lotta indigena ha convocato per le 10 del mattino una conferenza stampa a Iquitos.
Lunedì sera alle 19 ci sarà invece un'assemblea per stabilire le modalità di lotta nella città.
Per Giovedì 11 è stato lanciato una giornata di blocco generale della città.
L'urlo che unisce il Perù popolare, da Cusco ad Ayacucho, da Lima a Tarapoto è:

Quando un indigeno muore non muore mai!

La Selva non si vende, la selva si difende!


Scontri tra polizia e manifestanti che vogliono arrivare da Bagua alla Curva del Diablo.

Video Aidesep;dichiarazioni Pizango e scontri alla curva del Diablo.

.Lunedì 8 Giugno 2009.