mercoledì 29 dicembre 2010

La lotta silenziosa dei Mapuche.


Vaccamagra torna a parlare del popolo Mapuche, pubblicando l'appello rivolto da Jorge Huenchullan (portavoce dei prigionieri politici Mapuche) al blog di Beppe Grillo e a tutti gli Italiani.
Lo Stato cileno sta espropriando le terre dei Mapuche e applicando leggi contro il terrorismo a chiunque si opponga in maniera non violenta, anche agli adolescenti, con condanne fino a 50 anni. Chi difende la propria terra in questo mondo globalizzato, schiavo degli interessi economici e dominato dalle multinazionali è un TERRORISTA.
Guardate e riflettete.

giovedì 23 dicembre 2010

Ergastolo a Jorge Rafael Videla.


In data 22 dicembre 2010, con l'accusa di torture aggravate da persecuzione politica la Corte di Cordoba ha condannato Jorge Rafael Videla all'ergastolo (da scontare in un penitenziario civile) e all'interdizione perpetua dei pubblici uffici.
L'ottantacinquenne ex dittatore argentino nel 1976 fece sequestrare,torturare e fucilare 31 detenuti politici del carcere di Cordoba.
Già nel 1985 Videla fu condannato all'ergastolo insieme agli ex generali che si erano succeduti nelle Giunte militari che hanno governato l'Argentina fino al 1983, ma poi beneficiò dell'indulto e venne scarcierato dopo soli cinque anni.
Prima della lettura del verdetto l'imputato ha preso la parola dichiarando di aver agito nell'ambito di una guerra giusta in opposizione ai sovversivi marxisti che, per ordine dell'Unione Sovietica, e di Cuba, la sua succursale latinoamericana, volevano sottoporre il Paese al loro sistema ideologico.
Con Videla è stato condannato all'ergastolo anche l'ex generale Luciano Benjamin Menendez, sebbene per lui è stata chiesta una visita medica per sapere se può essere trasferito in un carcere civile.

La dittatura Videla fu responsabile della scomparsa di circa 30.000 persone, desaparecidos, 3.000 delle quali vennero fatte precipitare nell'oceano Atlantico o nel Río de la Plata utilizzando i famigerati vuelos de la muerte (voli della morte).

lunedì 1 novembre 2010

Dignità e resistenza su una gru a 25 metri d'altezza.


(foto di Nicola Zambelli)

Sabato 30 Ottobre a Brescia si è svolta una manifestazione alla quale hanno partecipato molti migranti e pochi italiani.
Motivo della protesta è stato ed è la mancata risposta/assegnazione dei permessi di soggiorno a tantissimi stranieri che hanno fatto domanda per la sanatoria Maroni del 2009 per colf e badanti.
Nella legge Bossi-Fini l'articolo 14 indica la mancata ottemperanza all'ordine di espulsione come reato del codice che prevede l'arresto obbligatorio.
L'obiettivo della sanatoria era la regolarizzazione dei migranti senza permesso che da anni lavorano in nero sottopagati nelle innumerevoli aziende e imprese di Brescia e provincia e nel resto del paese.
Molte organizzazioni l'anno passato chiesero se i condannati per mancata obbedienza al decreto di espulsione potessero fare domanda.
Tra queste la Confartigianato di Rimini il 23 Settembre del 2009 pose il quesito al Viminale che rispose positivamente.
Ecco quindi che moltissimi immigrati irregolari fecero così domanda per regolarizzare la loro posizione versando i contributi e pagando l'Inps.
Nell'ultimo anno hanno speso fino a più di 3000 euro.
Negli ultimi mesi molti migranti hanno visto respingere la loro domanda e ora vedono pendere su di loro un nuovo ordine di espulsione.
A quanto pare il Viminale ha cambiato idea dopo aver intascato centinaia di migliaia di euro; viene riferito ai migranti che essendo clandestini ed avendo un foglio di via non possono essere sanati.
Tutto questo viene detto loro dopo un anno di pagamenti e di speranze contraddicendo alcune direttive come quelle espresse dal Governo alla Confartigianato di Rimini il 23/09/2009.
Siamo di fronte ad una vera e propria truffa di Stato e ad una trappola preparata e servita con cinismo dal ministro Maroni.
Da fine Settembre a Brescia i migranti sono in lotta e non hanno intenzione di subire queste ingiustizie senza far niente. Anche perchè non hanno più nulla da perdere.
Viene quindi montato un presidio permanente davanti alla Prefettura di Brescia in via Lupi di Toscana con tende e sedie.
Il 29 Settembre alle sei del mattino poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa sgomberano il presidio portandosi via tutto, persino maglioni e coperte.
Successivamente migranti e solidali bresciani bloccano alcune vie della città e lanciano una manifestazione di risposta per Sabato 2 Ottobre in Piazza della Loggia.
Al corteo partecipano circa 5000 persone, alcune delle quali verso sera si insediano nuovamente davanti alla prefettura ri-montando il presidio permanente.
Dopo 28 giorni gli immigrati, l'associazione Diritti per tutti e collettivi di bresciani antirazzisti lanciano una nuova dimostrazione per avere delle risposte; l'appuntamento è per il 30 Ottobre in Piazza della Loggia.
La Giunta comunale (Paroli-Rolfi) nega l'autorizzazione e contatta addirittura i consoli intimidendo i migranti di possibili arresti ed espulsioni.
Gli organizzatori dopo un'assemblea al presidio valutano la situazione e rilanciano l'appuntamento per le 15 di Sabato 30 in Piazza Rovetta.
Sabato al Carmine (quartiere interculturale di Brescia) le persone presenti sono alcune centinaia.
La presenza di carabinieri e poliziotti in assetto antisommossa è massiccia tant'è che per arrivare in Piazza Rovetta i partecipanti sono costretti a passare alla spicciolata per i vicoli del quartiere a poche centinaia di metri dalle vie patinate dello shopping.
Alle 15.30 parte un piccolo corteo per le vie del Carmine che viene bloccato dalla celere di Padova (rinomata per la sua umanità e tolleranza) all'altezza della Chiesa di Via San Faustino.
Intanto arrivano notizie che raccontano dell'arrivo di una ruspa e di poliziotti anche in via Lupi di Toscana: Stanno sgomberando il presidio permanente e distruggendo tutto.
La tensione tra i dimostranti sale; sembra che la giunta stia facendo tutto il possibile per scaldare gli animi.
Alcuni migranti arrivano a manciate in Piazza Cesare Battisti e qui entrano nel cantiere della Metropolitana.
Salgono in nove persone sulla gru di 25 metri ed una volta in cima appendono un enorme striscione sul quale c’è scritto Sanatoria.
Il corteo, bloccato, vuole arrivare dalla chiesa di San Faustino al cantiere (distanza: 150 metri) per portare la propria solidarietà ai 9.
La polizia non lo permette e in pochi secondi volano manganellate e spintoni; vengono feriti due ragazzi egiziani, un sindacalista della Cgil e Sauro Digiovanbattista di Sinistra Critica. Quest'ultimo viene arrestato e successivamente rilasciato su pressione dei manifestanti.
Martedì 2 Novembre avrà un processo per direttissima al Palagiustizia di Brescia.
Molti partecipanti al corteo riescono, nonostante la violenza di Polizia e Carabinieri, a raggiungere il cantiere in Piazza Cesare Battisti passando dai vicoli.
Viene bloccato il traffico.
I migranti sulla gru dicono al megafono di non voler scendere finchè non verrà avviata una trattativa che preveda la concessione di uno spazio per il presidio permanente, la fine della repressione e soprattutto un incontro con il prefetto di Brescia e con il Viminale.
In serata arrivano i Vigili del Fuoco che portano ai resistenti sulla gru tele cerate, alimenti, acqua e vestiti.
Fuori dal cantiere rimangono molte persone a portare la loro solidarietà.
Il parroco della Chiesa di San Faustino, Don Nolli, concede una stanzona ai migranti rimasti così che possano darsi il cambio e riposare a turno restando vicini ai fratelli in cima alla gru.
Oggi, Lunedì 1 Novembre, dopo 48 ore di forte vento i migranti rimasti sulla gru sono cinque; affermano di essere motivati e disposti a lottare fino alla morte pur di rivendicare i loro diritti e la loro esistenza.
Quattro ragazzi sono scesi in questi giorni a causa delle intemperie; la cabina di guida è molto piccola e non permette a tutti i resistenti di starci.
Il vento gelido e l'acqua hanno stremato coloro che dormivano all'aperto in bilico e a strapiombo a 25 metri d'altezza.
Un giovane che soffre di narcolessia è dovuto scendere ed è stato ricoverato al Civile di Brescia assime a due compagni.
Sono ragazzi che vivono in Italia da molti anni, stufi di essere trattati come bestie.
Stanchi di essere invisibili agli occhi di una giunta e di un governo razzisti e beceri.
Stanchi di essere sfruttati e ignorati da quella massa di persone che lo scorso Sabato andava per negozi nelle centralissime vie della città, ignorando cosa accadesse a pochi metri da loro.
Dal Carmine continuano ad arrivare testimonianze di solidarietà; anche oggi, nonostante l'ostruzionismo della polizia, cibo,vestiti e coperte sono stati portati in cima alla gru dai pompieri.

La solidarietà attiva degli italiani mai quanto oggi è importante che arrivi ai migranti.
Far sentir loro che c'è un’altra Brescia e un'altra Italia oltre a quella del razzismo, dell'apatia, della mediocrità e dell'ignoranza, è fondamentale.
Passate da Piazza Cesare Battisti e date un’occhiata al cielo; siate umani.
Fatevi contagiare dalla loro dignità.
Per Sabato 6 Novembre è stata lanciata una nuova manifestazione; il concentramento è per le 15 in Piazza della Loggia.
Chi volesse portare la propria solidarietà è invitato a recarsi al Palagiustizia domattina alle 9.
In alternativa può offrire qualche minuto della sua giornata fermandosi in Piazza Cesare Battisti e parlando direttamente con i migranti in lotta o può rinunciare ad un Sabato pomeriggio di mondanità presentandosi in Piazza della Loggia Sabato 6 Novembre.


http://ctvmail.org/tubo/video/1HMKD81S22AH/30102010-manifestazione-migranti-a-brescia




Racconti di uno (brano) di Erri De Luca

Da giorni prima di vederlo il mare era un odore
Un sudore salato, ognuno immaginava di che forma .

Sarà una mezza luna coricata, sarà come il tappeto di preghiera,
sarà come i capelli di mia madre.

Beviamo sulla spiaggia il tè dei berberi,
cuciniamo le uova rubate a uccelli bianchi.

Pescatori ci offrono pesci luminosi,
succhiamo la polpa da scheletri di spine trasparenti.
L’anziano accanto al fuoco tratta con i mercanti
Il prezzo per salire sul mare di nessuno.
(…)

Notte di pazienza, il mare viaggia verso di noi,
all’alba l’orizzonte affonda nella tasca delle onde.

Nel mucchio nostro con le donne in mezzo
Un bambino muore in braccio alla madre.

Sia la migliore sorte, una fine da grembo,
lo calano alle onde, un canto a bassa voce.

Il mare avvolge in un rotolo di schiuma
La foglia caduta dall’albero degli uomini.

(…)

Vogliono rimandarci, chiedono dove stavo prima,
quale posto lasciato alle spalle.

Mi giro di schiena, questo è tutto l’indietro che mi resta,
si offendono, per loro non è la seconda faccia.

Noi onoriamo la nuca, da dove si precipita il futuro
che non sta davanti, ma arriva da dietro e scavalca.

Devi tornare a casa. Ne avessi una, restavo.
Nemmeno gli assassini ci rivogliono.

Rimetteteci sopra la barca, scacciateci da uomini,
non siamo bagagli da spedire e tu nord non sei degno di te stesso.

La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.

Potete respingere, non riportare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

(…)

Faremmo i servi, i figli che non fate,
nostre vite saranno i vostri libri d’avventura.

Portiamo Omero e Dante, il cieco e il pellegrino,
l’odore che perdeste, l’uguaglianza che avete sottomesso.

martedì 26 ottobre 2010

Sakineh e Norma. Tra clamori e silenzi (assassini).

Di Koldo Campos Sagaseta Giornalista di Rebeliòn


(Fossa comune de La Macarena)

L’iraniana Sakineh Ashtiani la conosciamo tutti. Condannata per adulterio alla lapidazione dalla giustizia iraniana, speriamo che quella donna salvi la vita.
La colombiana Norma Irene Pèrez non la conosce nessuno.
Condannata a essere assassinata dallo Stato colombiano, quella donna che ha scoperto e denunciato una fossa comune nel suo paese, nella quale l'esercito aveva sotterrato i cadaveri di duemila contadini assassinati, nessuno ha potuto salvarla.
Qualche giorno fa, mentre rientrava a casa dopo aver preso parte a una assemblea, questa donna che difendeva i diritti umani è stata intercettata da individui armati.
E' riapparsa giorni dopo, uccisa dalle pallottole.
Per Sakineh Ashtiani è ovvio che la pressione di diverse istituzioni come le Nazioni Unite, svariati organismi e i grandi mezzi di comunicazionee hanno notevolmente contribuito a salvare la sua vita.
Anche per Norma Irene Pèrez è evidente che il silenzio complice di istituzioni come le Nazioni Unite, diversi organismi e i grandi mezzi di comunicazione ha contribuito a provocare la sua morte. Contributo che aumenta la sua colpa per il generoso aiuto che queste istituzioni danno a un narcostato terrorista che conta in centinaia di migliaia i desaparecidos, gli assasinati, i deportati.
Se si mette il nome della donna iraniana nel motore di ricerca di El Paìs appaiono 68 articoli, e centinaia d'altri che se ne riferiscono.
Anche nel motore di ricerca del quotidiano El Mundo i riferimenti a Ashtiani sono centinaia.
In nessuno di questi due giornali, i principali della Spagna, appare alcuna notizia, non una, che citi Norma Irene Pèrez, minacciata di morte da quando il suo coraggio e la sua iniziativa ha messo allo scoperto la più grande fossa comune del mondo postbellico, con duemila vittime dei cosiddetti 'falsi positivi'.
Di recente la rivista Time, sull'immagine di una donna afghana mutilata da un genitore, sentenziava in copertina: 'Ecco cosa succede se ci ritiriamo dall'Afghanistan'.
Avrà ora il coraggio, la rivista Time, sull'immagine di Norma assassinata, circondata dalle tre figlie di 14, 6 e 4 anni e dal figlio di 9 anni, a titolare: 'Ecco cosa continuerà a accadere se non invaderemo la Colombia'?
O forse è anni che la Colombia è stata invasa e occupata e non ce ne siamo accorti.

P.S: Mentre andiamo in stampa, apprendiamo che il Presidente dell’Iran Ahmadinejad ha dichiarato che la condanna di Sakineh non è mai stata pronunciata. Sarebbe un’invenzione dei media occidentali.
Se questa smentita corrisponde a verità, la riflessione che abbiamo appena proposto aumenta in modo inquietante il suo peso.


giovedì 14 ottobre 2010

At Tuwani (R)esiste.

Tra il Marzo e l'Aprile del 2010 ho avuto la possibilità di trascorrere del tempo al villaggio di At Tuwani, a pochi chilometri a sud di Hebron, in Cisgiordania.
Ho (con)vissuto in questo piccolo villaggio ai margini del deserto del Negev grazie alla disponibilità datami dall' organizzazione Operazione Colomba.
Ho avuto modo di vivere (seppur per troppo poco tempo)le ingiustizie e gli abusi che il popolo palestinese subisce da decenni.
Ho visto con i miei occhi i bambini del villaggio di Tuba essere attaccati da coloni ebrei, armati a cavallo, mentre si recavano alla scuola di Tuwani.
Ho visto gli ordini di demolizione dell'esercito israeliano pendenti dalle porte delle case palestinesi costruite sul loro territorio ancestrale. Ho visto anche i bulldozer.
Ho visto i campi di grano delle famiglie del villaggio bruciati dai settlers e il bestiame avvelenato dei contadini.
Ho visto il terrorismo quotidiano di cui sono vittime decine di famiglie di agricoltori colpevoli di non volersene andare dalla loro Terra.
Ho sentito i racconti degli anziani e visto le donne della comunità fare da scudo ai bambini di fronte ai militari israeliani che volevano arrestarli; erano colpevoli di avere rubato una manciata di ciliegie dai campi dei coloni.
Ho visto le colonie espendersi ad un ritmo vertiginoso.
E ho visto soprattutto la tenacia e l'orgoglio di un popolo, rappresentato da un piccolo villaggio sulle colline a sud di Hebron, resistere pacificamente alla violenza e ai soprusi dell'esercito israeliano e dei fondamentalisti ebrei.
Ho visto Davide fronteggiare Golia.

Il video qui di seguito è il trailer di un documentario girato a Tuwani e a Gerusalemme da tre ragazzi del collettivo Smk Videofactory (Nicola Zambelli, Andrea 'Paco' Mariani e Francesco Pistilli) accompagnati dai volontari di Operazione Colomba.

Il documentario uscirà nella Primavera del 2011.

venerdì 10 settembre 2010

L. SEPULVEDA: Quei mapuche così poco attuali



I meriti letterari di Isabel Allende sono fuori discussione, ma è necessario fare alcune considerazioni riguardo al premio nazionale di letteratura. In tutti i paesi che lo contemplano, questo genere di premio è conferito come riconoscimento di tutta una vita dedicata alla scrittura e in nessun caso l'eventuale successo di vendite di una scrittrice o di uno scrittore viene confuso con il suo potenziale mercato internazionale - sia esso d'oro o da due soldi, perché questo vuol dire confondere capre e cavoli.

Il premio poi non diventa l'argomento polemica dell'anno; in Cile invece, poiché il presente è - terremoto incluso - piuttosto sporco, viene allora rimpiazzato da un'attualità rozza e banale che riempie le televisioni e quasi tutti gli spazi consentiti. Agli occhi del mondo intero bisogna nascondere un fatto, occultarlo, negare la sua esistenza perché i 32 mapuche che stanno affrontando un lungo sciopero della fame, mettendo in pericolo le loro vite, è cosa che inquina l'attualità, in cui campeggia una sorta di dibattito intellettuale rozzo e banale.

Per la maggior parte dei cileni, siano essi scrittori, scrittrici o gente che si dedica allo sport della «cilenitudine», i mapuche non esistono, e se per caso qualcuno accetta il fatto che i mapuche esistono da prima dell'arrivo degli europei, li considera fastidiosi perché non accettano il loro ruolo di «suppellettili etniche» o perché sono contadini il cui unico destino non è altro che quello di fornire manodopera a basso prezzo.

Quei tappeti vanno bene per i lavori domestici, per quanto le peruviane sono più economiche; quei piccoli mapuche sono esperti di giardinaggio, di idraulica, sono quelli che castrano i gatti e che ne capiscono di piante selvatiche. Per duecento anni si è occultato, ignorato, negato uno dei fatti più sporchi della nostra storia: il saccheggio, il furto, l'usurpazione delle terre appartenenti a quella grande aggregazione umana chiamata il popolo dei mapuche.

Dalla dubbia dichiarazione d'indipendenza, manipolata dai primi figli e nipoti dei colonizzatori - può questo essere motivo di festeggiamenti? - fino al recupero di una democrazia concepita dalla cricca della dittatura di Pinochet, le proteste sacrosante dei mapuche sono state ignorate o relegate ai faldoni dei problemi che si risolvono con il tempo. Ovvero, quando i mapuche spariranno come popolo, come nazione, come etnia, come parte integrante della cultura americana. Persino durante i mille giorni di governo Allende si affrontò a malapena la questione, contando sui benefici di una riforma agraria che non tenne conto affatto del sentire culturale dei mapuche, e che ignorò il loro speciale rapporto con la terra e con l'habitat, imprescindibile per la Gente della Terra.

Sono disgustato quando, dopo un giro di acquavite peruviana, biondicce e biondicci di tutte le età e classi sociali, esprimono orgogliosi la gioia di avere qualche goccia di sangue mapuche nelle vene. Allora: «Dai bisogna portarci questo scrittore», e mi invitano ad andare a visitare i loro terreni o i loro poderi nella regione di Araucania, perché veda i mapuche e le belle cose che fanno al telaio. «Se siamo fortunati - aggiungono - magari vedi qualcuno che suona il corno».

Lo sciopero della fame dopo una settimana causa pericolose alterazioni nell'organismo. E' evidente quindi che uno sciopero della fame che dura da più di un mese causa dei danni irrecuperabili. Le alterazioni del ritmo cardiaco e della pressione, avvicinano alla morte, ma è la morte dei mapuche, di un po' di uomini e donne sopravvissuti alla pace dell'Araucania. «Sono testardi questi mapuche», aggiungono, che si rifiutano di accettare passivamente la fine della vita, così spogliati della loro terra senza la quale non sanno, non possono e non vogliono vivere.

Nel deserto di Atacama ci sono 33 minatori rinchiusi sotto una montagna. Sono uomini coraggiosi che non dovrebbero trovarsi sotto tonnellate di pietra se l'azienda mineraria avesse rispettato le norme internazionali della sicurezza del lavoro. Dovrebbero trovarsi ora insieme alle loro famiglie se in Cile l'esigenza di rispettare le norme non fosse considerata un attentato alla libertà di mercato. Quei minatori e la possibilità effettiva - perché le leggi le fanno i padroni a loro uso e consumo - che l'azienda non gli paghi i giorni trascorsi a lavorare lì sepolti, e i giorni che rimarranno lì sepolti fino a quando non li recupereranno, fa parte dello sporco presente del Cile, un presente immobile dal giorno in cui la dittatura ha consegnato il paese ai capricci del libero mercato. Un mercato che genera ricchezze di origine dubbia, come quella dell'attuale presidente.

E anche questo presente è stato occultato, negato, ignorato da tutti coloro che hanno governato potenziando e glorificando il libero mercato. È disgustosa l'epidemia di patriottismo rozzo e banale che la tragedia delle miniere ha suscitato. E' disgustoso vedere soggetti come Leonardo Farkas, quel milionario dalla perenne abbronzatura made in Miami, di origine e stile come quelli di un Berlusconi o di un Piñera, che regalano cinque milioni di pesos alle famiglie dei minatori rinchiusi, senza alcuna progettualità politica, evidentemente. Quando quei minatori saranno recuperati - e devono essere liberati costi quel che costi - se qualcuno di loro dovesse insistere sull'esigenza di un impegno statale che tuteli la sicurezza del lavoro, costui verrà sanzionato con la legge anti-terrorismo?

I minatori di Atacama, così come il premio nazionale di letteratura, fanno parte di quell'attualità che nasconde, occulta e nega il presente più sporco, e questo è il lungo presente dei mapuche. Trentadue uomini del sud rischiano di morire perché chiedono la libertà di prigionieri politici di una democrazia dettata dagli interessi di mercato. Chiedono il riconoscimento legale di uno Stato di Diritto, chiedono che cessi di essere loro applicata l'odiosa legge anti terrorismo che ha eliminato la presunta innocenza e contempla accuse da parte di testimoni incappucciati, processi a porte chiuse, incubi pseudo legali che li condannano a prendere posizioni radicali: ma questo è quel che vuole lo Stato cileno, per giustificare lo sterminio, la soluzione finale del problema dei mapuche.

In Cile, questo strano paese che si affaccia sul mare e alla mercé dalla sua padrona - l'attualità inventata - si respira un presente carico di lerciume e infamia. Adesso l'attualità contemplerà i fasti del bicentenario, nelle osterie si sbaverà cilenitudine, anche la merda puzzerà di patriottismo, volenti o nolenti, il barbaro lemma nazionale sarà l'inno agglutinante di milioni di analfabeti sociali, e nel sud, nel profondo sud, i Mapuche, la Gente della Terra, persevererà la sua giusta lotta, negata, ignorata, occultata, repressa, falsificata dai paladini della cilenitudine, nelle cui vene - così dicono orgogliosi - scorre sangue mapuche.

Quei 32 mapuche che si giocano la vita nelle carceri del sud, sono coloro a cui si riferiva Ercilla quando scrisse sulla terra australe: «La gente che la abita è così superba, gagliarda e bellicosa/che non è stata mai battuta/vinta da alcun re/né mai sottomessa a dominazione straniera».

(Traduzione di Valentina Manacorda)


.Cosa sta accadendo al popolo Mapuche? dal sito WWW.FDCA.IT

L'insostenibile situazione che le varie comunità del popolo Mapuche hanno dovuto affrontare è giunta nuovamente ad punto di crisi.

I prigionieri politici Mapuche, stanchi e preoccupati per la violazioni dei loro diritti, per le torture e le persecuzioni, persino contro minori, per gli abusi ed i trattamenti arbitrari a cui sono sottoposti dallo Stato cileno e dalla sua magistratura, hanno preso la grave decisione di mettersi in sciopero della fame a partire dal 12 luglio di quest'anno.

Questi prigionieri sono accusati di tentata occupazione di terreni e di danno alla proprietà delle compagnie del legname, settore strategico nel modello di esportazioni cileno, che hanno occupato le terre ancestrali del popolo Mapuche.

Oggi, i 31 prigionieri che sono rinchiusi in diversi carceri di alta sicurezza nel sud del Cile (Concepción, Temuco, Valdivia, ed Angol), si sono ancora una volta erti all'unisono per prendere la difficile decisione di rinunciare a cibo ed acqua, affinché si giunga ad una vera soluzione di questo conflitto politico.

Data la situazione, le sottoscritte organizzazioni libertarie da varie parti del mondo, dichiarano la loro piena solidarietà e denunciano lo Stato cileno e la sua magistratura.

1. Essendo il Cile il paese dove i membri delle comunità indigene costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria, risultano evidenti in questo paese il razzismo, la discriminazione, l'oppressione e l'ideologia tipica di quegli Stati gestiti con politiche di occupazione coloniale, del tutto simili a quelle fasciste.

2. Avendo lo Stato del Cile ha una struttura legale che non consente percorsi giudiziari giusti e trasparenti, ad esempio il cosiddetto "primato della legge" non vale per il popolo Mapuche, per il quale non vi è uguaglianza di condizioni a fronte dei privilegi per gli interessi economici strategici dell'attuale programma di accumulazione neoliberista in corso nel paese, come le compagnie di legname, compagnie minerarie, impianti idroelettrici, latifondisti, etc.

3. essendo di fronte ad una sistematica politica di annichilimento del popolo Mapuche, non solo promossa dallo Stato e dalla magistratura, ma anche dalla Destra politica ed economica, che viene implementata tramite:

a) La legge anti-Terrorismo, fatta durante gli anni del regime autoritario del dittatore ed assassino Augusto Pinochet. Questa legislazione colpisce i crimini contro la vita, tuttavia nessun Mapuche è stato mai accusato di omicidio. Eppure, alcuni prigionieri sono stati di recente condannati a 50 e persino anche 100 anni di carcere.

b) Vista l'applicazione del doppio processo, in altre parole, i Mapuche vengono processati e condannati 2 volte per la stessa imputazione, una volta dalla magistratura civile ed un'altra da quella militare, cosa che succede solo in questo paese e tra quelli più conservatori al mondo.

c) Considerata la militarizzazione del territorio su cui i Mapuche affermano i loro diritti politici e territoriali. Vale a dire una serie di misure per usare mezzi civili e militari, quali elicotteri e lacrimogeni, maltrattamenti sulle donne e sui bambini rimasti senza la protezione degli uomini adulti, in gran parte in carcere.

d) Preso atto che i media cileni, che hanno assicurato l'invisibilità della protesta ignorando lo sciopero della fame e coloro i quali, dall'altra parte, hanno costantemente criminalizzato la storica protesta sociale dei Mapuche e la loro giusta e legittima lotta per ottenere una rapida e diffusa condanna nell'opinione pubblica.

e) Viste le false testimonianze dei testimoni oculari e di quelli col viso coperto, entrambi pagati dall'accusa e da individui, fino a giungere al caso del procuratore di Stato Francisco Ljubetic che collega le organizzazioni del popolo Mapuche alle FARC in Colombia, creando così un falso e sproporzionato parallelo tra conflitti interni ai due paesi.

f) Visto il segreto investigativo imposto per tutto il processo legale al fine di impedire I diritti della difesa.

g) Considerato che la maggior parte dei prigionieri è rimasta detenuta per tutta la durata del processo (oltre un anno), fattispecie che non rispetta la presunzione di innocenza, che si suppone garantita nell'attuale sistema giudiziario cileno.

h) Vista la persecuzione e l'incarcerazione quale conseguenza della campagna mediatica aizzata dal Pubblico Ministero.

i) Ed infine, visto che il governo cileno continua ad ignorare le richieste dei prigionieri in sciopero della fame, nella speranza di piegare il movimento Mapuche e giocando pericolosamente con la salute dei prigionieri.

Noi chiediamo dunque:

GIUSTIZIA E LIBERTA' PER I PRIGIONIERI POLITICI E PER QUELLI DI ALTRE ETNIE CHE SOSTENGONO QUESTA LOTTA
LA FINE DELLE LEGISLAZIONE ANTI-TERORISMO E DELLA GIUSTIZIA MILITARE
LA DEMILITARIZZAZIONE DELL'AREA
TERRA ED AUTONOMIA PER I POPOLI INDIGENI

Organizzazioni firmatarie:

Convergencia Juvenil Clasista "Hijos del Pueblo" (Ecuador)
Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia)
Revista Hombre y Sociedad (Cile)
Organización Revolucionaria Anarquista - Voz Negra (Cile)
Estrategia Libertaria (Cile)
Red Libertaria Popular Mateo Kramer (Colombia)
Grupo Antorcha Libertaria (Colombia)
Workers Solidarity Movement (Irlanda)
Unión Socialista Libertaria (Perù)

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

Per aggiornamenti sulla situazione:

http://www.mapuexpress.net/ http://www.azkintuwe.org