mercoledì 14 aprile 2010

Ieri accadde a Bagua. Oggi si ripete a Madre de Dios e ad Arequipa.

Divulghiamo l'articolo di Luis Arce Norja pubblicato su www.bolpress.com e su www.asud.net:



Perù: Alan García Perez, psicopatico o esperto criminale?


[Fonte: BolPress] Alan García Pérez è un caso che dimostra che se un assassino o un delinquente esperto non viene arrestato e punito per i suoi gravi delitti, continuerà ad essere una seria minaccia per la popolazione. Nella politica ciò è molto più grave, soprattutto se ha a che fare con il potere dello stato, le forze armate e le forze di polizia.

García Pérez, durante il suo primo governo (1985-1990), ha applicato una politica di crimini e uccisioni di massa di liberi cittadini. Ha organizzato gruppi paramilitari per assassinare i suoi oppositori e ha pianificato e dato l’ordine per sterminare 300 prigionieri (episodi di Lurigancho, El Frontón, Santa Bárbara). Ha forse pagato per questi crimini? No, al contrario è stato acclamato e premiato con una nuova presidenza alla guida del Perù.

I nuovi massacri di lavoratori che ora commette con il potere dello stato, hanno la sicura impunità sia penale che politica. Questi atti contano con la complicità di un potere giudiziario corrotto, di un parlamento inservibile, e di una “opposizione” politica mediocre, che fa parte dello stesso sistema corrotto e degenerato che ora amministra il governo aprista di García Pérez.

In tutto ciò bisogna divergere da tutti coloro che definiscono il Presidente peruviano un pazzo, un demente o uno psicopatico. García Pérez è peggiore di questa definizione, è un reazionario che per servire le imprese transnazionali è capace di ordinare i peggiori e più abominevoli massacri di cittadini e lavoratori peruviani.

Massacro a Madre de Dios;

All’alba di sabato 3 aprile, le forze di polizia hanno caricato con estrema ferocia una folla di manifestanti a Madre de Dios, una regione selvaggia nel sud-est del Perù. Il bilancio di questa repressione a spese della democrazia peruviana e del il governo di Alan García Pérez è stato molto elevato. Secondo alcuni, i minatori morti per colpi d’arma da fuoco sono stati 43, più di 11 poliziotti sono stati uccisi dai manifestanti, e decine di lavoratori sono stati feriti (informazioni dal corrispondente Martín Herrera).


Per la maggior parte della stampa peruviana, in gran parte abituata a coprire i crimini del governo, i minatori uccisi durante la repressione della polizia sono stati tra le 5 e le 6 persone. Martín Herrera riferisce che lo scontro è avvenuto all’entrata della città di Tambopata (Puerto Maldonado), quando un contingente di poliziotti armati di fucili da guerra e mitragliatrici, hanno provato a impedire l’ingresso di migliaia di minatori.


Secondo la cronaca di questo fatto sanguinoso, Puerto Maldonado si è trasformata in una città in fiamme, spari di mitragliatrice, bombe, e minatori armati di fucili da caccia, coltelli, pietre e altre armi utilizzate per far fronte alle orde criminali di poliziotti e soldati che erano arrivate per uccidere i minatori che protestavano contro il governo. Secondo Martín Herrera, tutto Puerto Maldonado puzzava di polvere da sparo e i corpi dei minatori trivellati giacevano abbandonati nelle strade. L’esercito ha dichiarato lo “stato di emergenza”, e con questo ha esteso la repressione al resto della popolazione.

Massacro ad Arequipa;

Lo stesso giorno anche nella città di Chala (Dipartimento di Arequipa), una città molto distante da Puerto Maldonado, la polizia attaccava violentemente una manifestazione di lavoratori delle miniere informali. Il bilancio, secondo fonti ufficiali, è stato di 6 minatori morti e un centinaio di feriti per colpi d’arma da fuoco. Quel giorno, circa 7 mila minatori si erano dichiarati in sciopero in solidarietà con i compagni di Madre de Dios. Come parte dell’azione di protesta, avevano occupato la strada Panamericana e bloccato la circolazione su questa importante arteria di comunicazione tra Arequipa e il resto del Perù.


Secondo i testimoni, la polizia era arrivata con “ordine di uccidere”, e per questa ragione non hanno avuto nessuno scrupolo a sparare contro i lavoratori che si sono dovuti difendere con frecce rudimentali, pali e pietre. Non avevano nessuna arma da fuoco per far fronte alla polizia. Come successo a Madre de Dios, anche tutto il Dipartimento di Arequipa è stata dichiarato zona d’emergenza e militari e poliziotti hanno assunto il controllo totale della regione.


Di fronte a queste misure repressive e criminali, Alan García Pérez ha risposto con gli stessi argomenti che già aveva usato altre volte per giustificare le sue azioni criminali. Cinico e spietato ha dichiarato che “Lo stato dimostra di portare i pantaloni” e che “il governo non si tira indietro nell’affrontare le miniere informali che schiavizzano bambini e giovani, oltre ad avvelenare fiumi e inquinare l’ambiente”. “Questo mi sembra una vigliaccheria. Lo Stato deve dimostrare di avere dei principi. Che il Perù sia testimone. Noi non ci tiriamo indietro, potremmo lasciare che questa gente continui ad estrarre l’oro, avvelenando ragazzi e bambini e sfruttando molte persone in questa zona”.

Genocidio etnico a Bagua;


I fatti sanguinosi di Madre de Dios e Arequipa sono casi simili a quello che successe nel 2009 a Bagua. Qui, venerdì 5 e sabato 6 giugno del 2009, Alan García Pérez ordinò una violenta repressione contro nativi e abitanti di Bagua (Amazzonia) che chiedevano il rispetto dei loro territori ancestrali, che il governo stava vendendo alle imprese transnazionali.


Il risultato fu di circa 50 indigeni assassinati, una decina di scomparsi e centinaia di feriti da proiettili vaganti. Nello scontro morirono 11 poliziotti, trafitti da lance che i nativi utilizzarono per difendersi. Questo bagno di sangue fu un genocidio etnico e il suo obiettivo fu aprire il cammino per continuare a consegnare l’amazzonia nelle mani delle grande compagnie petrolifere e minerarie internazionali. A questa violenta repressione presero parte 600 poliziotti e più di 200 soldati dell’esercito, appoggiati da elicotteri d’assalto e carri armati. Giorni dopo questa carneficina, Alan García Pérez, con il suo consueto cinismo, parlò pubblicamente per giustificare il massacro e dichiarare minacciosamente che il governo non avrebbe accettato il ricatto di un gruppo di peruviani.


Per questo crimine nessuna persona fu accusata, né sanzionata. Fino ad oggi non si sa nulla dei nativi spariti e nessun rappresentante del governo né della polizia o dell’esercito è stato accusato per l’assassinio dei circa 50 indigeni. Per coprire questo massacro fu applicato il metodo di sempre e i partiti di “opposizione” presentarono una proposta per “formare una commissione d’indagine su questo fatto di repressione”.
Ora sarà la stessa cosa e ancora una volta, “l’opposizione, soprattutto adesso che è in campagna elettorale, esigerà una “commissione d’inchiesta” e l’epilogo sarà quello di sempre. Nessuno nel governo è colpevole e le vittime rimarranno per sempre nel dimenticatoio”.


Luis Arce Norja

Traduzione Gaia Pagano

lunedì 12 aprile 2010

Noi stiamo con Emergency.



Firmare e diffondere l'appello.

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.



Emergency è indipendente e neutrale.
Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

IO STO CON EMERGENCY

Firma l'appello
Tra gli altri hanno aderito
Il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah
Photogallery del Centro
Testimonianze
Entra nel sito di Emergency


On Saturday, April 10, soldiers of the Afghan army and the International Coalition Forces attacked the Emergency Surgical Centre of Lashkar-gah and arrested members of the national and international staff. Three of them are Italian citizens: Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

EMERGENCY is an independent and neutral organisation. Since 1999, EMERGENCY in Afghanistan has provided medical assistance free-of-charge to over 2,500,000 Afghan citizens, by establishing three surgical hospitals, a maternity centre and a network of 28 first aid posts.

I SUPPORT EMERGENCY

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Emergency Surgical centre in Lashkar-gah
Surgical centre Photogallery
Emergency website

lunedì 22 marzo 2010

Caso Andoas. Trailer.

Trailer del film-documentario sulla rivolta indigena dei popoli Achuar e Kichuas a Nueva Andoas.
Dopo anni di morte, di inascolto, di sfruttamento e inquinamento la comunità nativa decise l'occupazione pacifica dell'aereoporto per protestare contro i soprusi della multinazionale petroliera argentina PlusPetrol e contro il Governo.
Intervennero le forze armate e ne seguì una fortissima repressione; negli scontri morì un poliziotto.
La polizia entrò sparando nella comunità indigena, seguirono arresti e torture che documentammo nel Luglio 2009 a Iquitos (Loreto) intervistando John Vega Flores e seguendo il processo che lo vedeva imputato per omicidio.
Era imputato insieme ad altre 53 persone. John è stato assolto ma Andoas continua ad essere violentata.


mercoledì 10 febbraio 2010

TAYRONA. Guerreros del Sol.



.Caracas.

Abbiamo trascorso l'ultimo mese tra il Parco Nazionale Tayrona e la Sierra Nevada di Santa Marta.
Al Tayrona giá eravamo stati tra Ottobre e Novembre dell'anno passato;
allora conoscemmo Cecilia e scrivemmo della sua storia presente e passata segnata dal carcere e della sua ancestrale e degna cultura indigena Arhuaco che si mantiene forte e radicata nella Sierra.
Al Tayrona l'abbiamo reincontrata insieme agli amici Alex e Alfredo.
Alfredo ha 55 anni, Alex 29.
Il primo vive nel parco da ormai 40 anni in una sorta di armonioso eremitaggio; insieme ai due fratelli é proprietario di un terreno che é stato trasformato in campeggio dopo che il parco passó sotto la proprietá dello Stato nel 1969 e fu dichiarato area protetta nel 1964.
Alex vive qui da poco piú di due anni e si mantiene preparando cioccolato organico che vende ai turisti.
Il documentario pubblicato di seguito racconta la loro storia e quella della riserva minacciata da un progetto dello Stato che prevede la costruzione di un teleferico che avrebbe una delle sue quattro stazioni nella localitá di Pueblito, sacra per gli indigeni Arhuaco.
Violare la sacralitá di questo posto significherebbe cancellare la cultura indigena Arhuaco e quella di tutti i popoli indigeni discendenti dai Tayrona, i guerrieri del Sole, sterminati giá ai tempi dei conquistadores.
I superstiti scapparono e si rifugiarono nella Sierra Nevada dove ha sede la Cittá Perduta, meta annuale di migliaia di turisti.
Il Tayrona é stato dato in concessione ad una compagnia francese; solo il cinque per cento del terreno é del Governo ormai.
Il presidente colombiano Uribe si sta impegnando personalmente perché il teleferico sia costruito al piú presto e perché il progetto venga approvato.
La comunitá indigena, gli abitanti e la grandissima maggioranza dei turisti si oppongono a questo programma che sarebbe uno scempio.
Per arrivare ai campeggi ed alle spiagge l'unico modo é camminare nel mezzo della selva e noleggiare un cavallo od un mulo per portare le provviste di cibo.
Questo fa parte dell'armonia del parco;
di quell'armonia della quale siamo stati testimoni, di quell'armonia che Alex e Alfredo ci narrano e che é in pericolo.
L'armonia delle comunitá e della Madre Terra é minacciata in tutto il mondo a causa del profitto e delle selvagge politiche neoliberiste che legano la storia di questo parco e di questa gente a quelle dei popoli della Val di Susa, di Chiaiano, di Messina e Reggio Calabria, di Vicenza, di Venezia e di tutte le terre e soggettivitá minacciate dalle 'grandi opere'.
In Italia polizia e carabinieri sono il braccio destro del Governo per reprimere (sará dura) la resistenza della gente;
un domani in Colombia, se questo progetto sará permesso, la repressione sará gestita dai paramilitari solo teoricamente smobilizzati.
Vi lasciamo alla visione del documentario girato dagli amici Rolando Angarita e Victor Jaramillo.














CLIC AQUI'

martedì 5 gennaio 2010

Caso Andoas: tutti assolti!




.Caracas.

Sono passati sei mesi da quando eravamo a Iquitos, nel capoluogo della regione di Loreto in Perú, porta d'accesso alla selva amazzonica.
Per piú di un mese, allora, seguimmo le vicende degli amici indigeni Marco Polo Ramires, José Fachín e di John Vega Flores;
rappresentanti delle comunitá native Achuares e Quichwa di Nueva Andoas ed emblema della lotta ancestrale dei loro popoli in difesa della Terra, della Pachamama, del suo equilibrio e delle sue risorse.
Ad Iquitos intervistammo John Vega Flores che ci raccontó delle torture e della situazione indigena in Amazzonia.
Tutti e tre gli amici, rischiavano 23 anni di carcere per aver difeso la loro gente dalla multinazionale petrolifera argentina Pluspetrol e dal saccheggio di cui questa era protagonista..
Prima che il processo iniziasse furono incarcerati e torturati per un anno.
Veniamo a conoscenza da poche ore della sentenza di pochi giorni fa:



Un abbraccio di libertá.








Saulo Sanchez esulta per l'assoluzione; rischiava l'ergastolo.





Tutti i processati sono stati assolti!

mercoledì 2 dicembre 2009

Dalla Colombia alla Repubblica Bolivariana del Venezuela.

.Santa Ana de Coro.

Arriviamo da Santa Marta(Colombia) a Maracaibo alle dieci del mattino dopo 12 ore di pulmino anziché 7 a causa del bus che prima si ferma con la batteria scarica e che poi buca una ruota.
Alla frontiera di Maicao non abbiamo nessun problema nonostante in precedenza ci avessero detto il contrario a causa delle tensioni Colombia-Venezuela.
La cittá é petroliera e piuttosto brutta; l'unico episodio emozionante é una rapina che si svolge a 15 metri da noi con due tizi senza casco in moto che armati di pistola rapinano con nochalance una signora in mezzo alla folla presente nella zona universitaria.
L'ostello sembra una caserma ed ha la tariffa per 12 ore soltanto ma ci avvisa di questo solo dopo 24 ore.
Truffati paghiamo, prendiamo gli zaini e andiamo al Terminal dei bus sperando di trovare posti per l'ultima corsa per Mérida, quella delle 22.
Da Maracaibo a Mérida viaggiamo in un congelatore, temperatura interna 15 gradi.
Arriviamo dopo 12 ore di viaggio.
Mérida é una cittá universitaria circondata dalle Ande e si trova a 1500 metri d'altezza. Vanta il teleferico piú alto e lungo del mondo (arriva a Picco Bolivar, 4765 metri s.l.m) che peró é chiuso per ristrutturazione.
Qui ci fermiamo tre giorni.
Scopriamo che c'é il quinto anniversario dell'incontro internazionale dei trovatori e dei sognatori necessari; tre giorni di incontri culturali e musicali con concerti in un piccolo bar, in un auditorium universitario, in un centro sociale culturale ed in un parco.
L'ultimo giorno é il piú interessante; si apre con una marcia di suonatori armati di sombrero e di chitarra che partono da piazza Charlie Chaplin e arrivano al vicino parco dell'Isla dove poi terranno un concerto tutto il pomeriggio fino a sera.
Il piccolo corteo é aperto da una famiglia colombiana che gira in bicilcletta il Sud America suonando da otto anni; reggono tra le mani una bandiera Aymara con su scritto 'Fuerza de la Paz'.
Cantano Bella Ciao.
Al concerto suonano cantautori e bande venezuelane(tra questi gli Iven di Merida, in attivitá da 30 anni), cubane (alla loro presentazioni ovazione per Cuba e per José Martí), colombiane ,peruviane e argentine.
Alla conclusione si uniranno tutti per un improvvisato ballo concluso con un inchino.
Per sei ore ascoltiamo musica di lotta e dignitá; musica andina, folk, salsa e poesie.
Sulle scalinate di fronte al piccolo palco ci saranno tra le 200 e le 300 persone che appludono e ridono, stanno in silenzio e si emozionano, che cantano e ballano.
Si sente e si respira la storia. Si sente entusiamo e la certezza che qualcosa di nuovo stia nascendo.
Si parla di uomo nuovo, di nuovo socialismo, di fratellanza e solidarietá, di fine di un Impero.
Di lotte indigene, di Madre Terra, di rivoluzione, di Bolivar, di istruzione, di antimperialismo, di libertá e unitá, di libertá per l'Honduras e di integrazione latinoamericana.
Qualcosa si sta cosruendo.
Si parla molto di popolo, di dignitá, di vita.
Si chiama la gente a stare all'allerta perché l'impero non dorme mai e le sette basi militari degli Stati Uniti guidati dal premio Nobel per la pace Obama installate di recente in Colombia ne sono la prova. Il golpe in Honduras idem..
La Colombia di Uribe, unica in Sudamerica insieme al Perú, ad aver riconosciuto le elezioni golpiste svoltasi Domenica in Honduras.
Tre giorni a Merida valgono la pena solo per questo incontro che ha emozionato e a tratti commosso.
Il Venezuela con Chavez ha visto nascere nuove Universitá pubbliche e gratuite; gli iscritti universitari sono passati da 450.000 pre-Chavez a piú di tre millioni con il comandante, forse l'unico che é riuscito a resistere ad un golpe di stato orchestrato dagli Stati Uniti (11 Aprile 2002).
Il barile del petrolio sul mercato oggi vale circa 100 dollari e con un euro(8 bolivar al cambio nel mercato nero) qui la gente compra piú di cento litri di benzina.
Numerose sono le macchine anni `70 come le Dodge, le 197 Checker marathon, Ford Mustang etc.
Si stima che le risorse venezuelane siano cosí numerose che se ne potrá usufruire per ancora 300 anni. Si stima anche che il prezzo del barile da qui a dieci anni salga a 500 dollari.
Immaginiamo del perché Chavez sia preoccupato delle sette basi militari americane al confine colombiano.
La sanitá e l'istruzione sono accessibili gratuitamente a tutti.
Recentemente sono aumentate le bollette dell'elettricitá per coloro che consumano piú di 500 kw mensili, circa il 15 per cento della popolazione.
In ogni quartiere miserabile, quelli dove nemmeno la polizia entra, sono state costruite cliniche ospedaliere gestite da medici cubani e venezuelani.
I mezzi statali sono efficienti (vedi la metropolitana cittadina) ed economici; una corsa in metropolitana vale 50 centesimi di Bolivar (un quattordicesimo di euro al mercato nero, piú utilizzato di quello ufficiale).
Si sta pensando di nazionalizzare le banche che sono state scoperte fare frodi, tra quete Banco del Caribe. Banco del Caribe che avuto l'ultimo anno di tempo per recuperare i suoi debiti e per mettersi in regola.
Ma che non ne ha aprofittato.
Il Venezuela sembra moderno e relativamente ricco e si nota il fatto che sia una nazione petrolifera dagli inizi del secolo scorso.
Da Merida siamo partiti il 29 Novembre per venire a Caracas.
Siamo partiti alle 9 e le dodici ore teoriche di viaggio risultano essere 19 perché i sospensori del bus si rompono (fermi piú di 4 ore fino all'alba).
Partiamo alle 21 e arriviamo il lunedí alle 15. Il bus non ha il condizionatore bensí il congelatore; lo stesso usato dai camion che trasportano carne.
Ci si ghiacciano le palle. Calzini usati come guanti e imprecazioni a non finire.
Mentre riparano i sospensori conversiamo con due militari graduati che ci danno la mano quando citiamo Simon Bolivar.
Si stupiscono quando gli raccontiamo il salario dei mercenari che vanno in Afghanistan e in Iraq e sembrano esserne schifati.
Il servizio militare non é obbligatorio ma tutti devono essere iscritti.
Alla nostra domanda rispondono affermativo.. In caso di guerra potremmo indossare le loro stesse uniformi come milizia volontaria straniera.
Sono dei bonaccioni; si parla di indigeni,di armi, del nostro viaggio, di Socialismo e di politica.
Alle 15 arriviamo a Caracas, la cittá é costruita in una vallata e si trova a 800 metri di altezza.
Intorno alla cittá fanno da cornice baracche in legno, in mattoni e di lamiera che si arrampicano sui monti. I cosidetti ranchitos. Tutti rigorosamente con l'antenna satelittare.
Sono una quantitá incredibile di baracche costruite l'una sull'altra che di notte illuminano i monti circostanti fecandoli apparire come enormi presepi.
La regola edilizia è quella del ''il mio tetto è il tuo pavimento''.
Da questi quartieri la gente scese in massa i giorni seguenti all'11 Aprile del 2002per rispondere al colpo di stato e per difendere il governo legittimo di Hugo Chavez.
Quelle dei ranchitos sono zone franche dove forse ci porterá Manuel, amico 62enne venezuelano che ci sta ospitando.
Manuel vive con sua moglie e il figlio Mario a 20 km da Caracas in un quartiere semiricco che ricorda i colli bolognesi o la Maddalena.
La zona é quella di Montaña alta.
Manuel e Yanis ci trattano da re; ci viziano con Provolone, prosciutto, vino bianco veneto, grana e parmigiano, rum Santa Teresa e Averna.
Concordano col processo della rivoluzione bolivariana; ci mostrano libri sul fallito golpe contro Chavez ('Puente Llaguno, Hablan las vìctimas' di Nèstor Francia), seguono con noi le notizie che arrivano dall'Honduras (62 per cento d'astensionismo), ci parlano di cucina italiana e di storia e cultura venezuelana.
Ci fanno mangiare e bere come pasciá e ci lasciano la casa a completa disposizione.
Ci consigliano le prossime tappe e offrono la loro disponibilitá per accompagnarci a Palazzo Miraflores e al Capitolio per cercare di avere qualche contatto con qualche deputato che possa fare da tramite per ottenere una breve e impossibile intervista col terribile Comandante.
Per la seconda volta (dopo essere stati testimoni delle lotte indigene in Perú e Bolivia) ci sentiamo in mezzo al cambiamento, dall'altra parte del muro; sentiamo il dolce odore di una rivoluzione pacifica, alla quale comunque manca ancora parecchia strada.
Dopo una notte passata a riassaporare i sapori di casa ci svegliamo e, preso il metrobus, arriviamo in Piazza Venezuela nel centro di Caracas.
Da lì ci incamminiamo verso Piazza Bolivar, sede del Palazzo Miraflores dove risiede il presidente.
Camminando incrociamo mezzi della polizia, un blindato dotato d'idrante, motociclette, jeep della Guardia nazionale bolivariana e membri della polizia militare.
Tutti sono dotati di divisa e di protezione ultramoderna che li fa sembrare tanti piccoli (mica tanto) robocop.
C'é una manifestazione dell'opposizione in favore del governatore di Miranda, regione di cui fa parte Caracas, Capriles Radonski.
Chavez vuole per il prossimo anno lanciare un referendum di medio mandato; un referendum consultorio tale e cuale a quello cui lui è stato soggetto poco tempo fa.
Tale referendum é previsto dalla Costituzione, democraticamente modificata da Chavez nel 2007.
Il referendum in questione sarebbe revocatorio; tutti i cittadini della regione di Miranda saranno chiamati al voto dopo due anni di governo Radonski.
In caso di voto favorevole Radonski continuerebbe il suo lavoro; in caso contrario si andrebbe a nuove elezioni.
Gli antichavisti hanno manifestato contro la possibilità referendaria l'1 Dicembre.
Dall'altra parte, fuori da Palazzo Miraflores e nei pressi di Plaza Bolivar, simpatizzanti chavisti e del Psuve si sono radunati per rispondere agli oppositori e per criticare fermemente la presenza al Palazzo di Enrique Mendoza, governatore di Miranda dal 1998 al 2004 e successivamente leader della Coordinadora Democratica.
Coordinadora Democratica che aveva l'intenzione di sostituire Chavez al Governo in caso di sconfitta di quest'ultimo al Referendum revocatorio del medesimo anno.
Referendum che Chavez superó senza problemi.
Enrique Mendoza é accusato di aver svolto un ruolo fondamentale nel tentato Golpe di Stato del 2002.
Per questa serie di motivi molti membri del popolo hanno di fatto assediato il Palazzo da mezzogiorno alle quattro del pomeriggio; solo a quest'ora Mendoza è riuscito ad abbandonare Miraflores scortato dalla Guardia Nazionale Bolivariana fin dentro all'adiacente stazione della metro, quella del Capitolio.
La gente urlava ''Chavez no se va'', ''Nunca mas el Golpe'' e accusava Mendoza di fascismo e paramilitarismo.
La giornata s'è chiusa senza incidenti se non con qualche divisa delle forze dell'ordine imbrattata dal lancio di uova e monete.
Divise colpevoli d'aver fatto da barriera con i loro scudi tra i manifestanti e l'ex governatore.
Lasciamo la piazza e continuiamo a camminare in direzione ignota finché non c'imbattiamo in un cartello che pubblicizza un incontro culturale all'Università Bolivariana di los Chaguaramos; l'incontro è aperto al pubblico e tratta la questione indigena all'interno della Rivoluzione socialista bolivariana.
All'istante chiediamo informazioni e raggiungiamo l'Università, aperta da cinque anni.
Il complesso è moderno, dotato di campi sportivi, mense e diverse ali.
Molti graffiti-murales fanno da cornice nel campus; disegni di Simon Bolivar, del cantautore venezuelano Alí Primera, Ernesto Guevara, Malcom X, Allende, Martin Luther King, Sandino e altri eroi dell'America Latina e del mondo intero.
Diversi manifesti mostrano la dinamicità dell'Ateneo; incontri sulle basi militari americane in Colombia, sul Socialismo del XXI secolo, su una nuova idea di educazione, sulla tematica indigena..
Giungiamo alla sala dell'incontro:
Una ventina di persone sono sedute in cerchio su alcune sedie; gente di ogni età e per la maggior parte gente di sangue indio.
Arriviamo alla fase conclusiva e non ci resta che sederci in disparte ed osservare la fine di questo incontro durato due giorni.
Gli animi sono allegri ma fermi; si accusa la burocrazia ed il Governo di star continuando con la secolare colonizzazione delle popolazioni indigene.
Si accusa la demarcazione dei territori indigeni fatta dall'Esecutivo senza consultare le popolazioni, linea contraria a quella dettata dalla Costituzione bolivariana.
Si accusano le concessioni minerarie, gassifere fatte alle compagnie straniere; si accusano le installazioni di nuove basi militari nei territori ancestrali al confine con la Colombia; si accusano vecchi terratenenti corrotti che al confine con la Colombia vanno di combutta nei traffici illegali con i paramilitari colombiani ormai da anni.
Si esige la liberazione di Sabino Romero Izarra, líder della comunità Yukpa de Chaktapa,Sierra de Perija (Stato di Zulia), in carcere dal 21 Ottobre, colpevole di aver difeso e di difendere le terre ancestrali del suo popolo.
Alle ore 19 circa del 13 ottobre 2009 due persone sono morte e cinque sono state ferite, fra loro una bambina.
I morti sono Hevert García, figlio di García (Cacique del Río Yaza e sposo di Guillermina Romero, figlia dello stesso Cacique Sabino Romero Izarra della comunità di Chaktapa) e una giovane Yukpa, di nome Mireya Romero.
Sono risultate ferite la bambina di 11 anni Marylis Romero, figlia del cacique Romero; Edinson Romero nipote del Cacique Romero che ha ricevuto una pallottola nella schiena; Juan de Dios Castro, Manuel Romero e lo stesso Cacique Sabino Romero Izarra che si trova gravemente ferito con due pallottole, una in ciascun braccio.
I presenti in rappresentanza di differenti comunità chiedono la ristrutturazione della Commissione Nazionale di Demarcazione territoriale e una Auditoria esaustiva sul Piano Integrale Yupka, entrambe con la presenza delle comunità indigene.
I presenti all'incontro terminano scrivendo una lettera al Comandante Presidente della Repubblica Hugo Chavez Frìas chidendogli di essere ricevuti entro la fine dell'anno 2009.
I punti principali della lettera in questione per l'ennesima volta riguardano:

1.Concretizzare l’acquisto delle migliorie apportate alle aziende recuperate (richiesta ricorrente delle comunità Yupka e ordine presidenziale dell’agosto 2008) come condizione essenziale per creare una condizione di sicurezza e fiducia che possa consentire la demarcazione.

2.Partecipazione effettiva delle autorità ancestrali e tradizionali del popolo Yupka alla assunzione di decisioni su problemi che lo riguardino più direttamente come popolo, in conformità al diritto yupka ed alla legislazione indigenista vigente. Lo Stato deve includere il protagonismo indigeno in tutto il processo di demarcazione e in particolare nel processo della sua pianificazione.

3.Riformulare i procedimenti di consultazione pubblica. Nel caso Yupka, la consultazione deve avvenire comunità per comunità e rispettando il principio dell’informazione previa, libera e fatta in buona fede. I documenti importanti del processo di demarcazione Yupka devono essere tradotti nella lingua Yupka.

4.Garantire che la demarcazione sia conforme ai criteri di “Terre decontaminate, senza fattorie né miniere” come dalla richiesta espressa e permanente delle comunità Yupka.

5.La destituzione di Sergio Rodriguez, Viceministro della Progettazione e Amministrazione Ambientale del Ministero del Potere Popolare per l’Ambiente perché responsabile di avere gestito questa politica errata.

6.La revisione esaustiva della gestione della Ministra Nicia Maldonado, incaricata della definizione delle politiche verso i popoli indigeni.

Ci fermiamo a parlare con i presenti, tra le quali Beatriz Bermuda che lavora al Ministero dell'Educazione venezuelano e che da anni tratta le tematiche indigene, fino a sera.
Preparatissima e sanguigna si definisce libertaria e anarchista.
Parliamo con studenti indigeni, con attori della rivoluzione in corso, con indigeni della Gran Sabana e dell'occidente venezuelano.
Per quanto sia positivo e necessario per l'America Latina il processo rivoluzionario di cui Hugo Chavez è protagonista, non si può parlare di Bolivarismo e di Rivoluzione latinoamericana fintanto che le stesse comunità indigene non siano protagoniste come nella Bolivia del presidente Evo Morales.
Gli accordi commerciali non possono essere superiori alle tematiche ancestrali dei primi abitanti di questo continente; la sanità, l'educazione e il cibo non possono essere esportati in nome del Socialismo in terre dove la cultura è india, Yupka.
Le medicine moderne non possono sostituire le medicine tradizionali e secolari della Pacha Mama.
Molto probabilmente la maggior parte di queste scelte sono state adottate in buona fede ma certamente queste politiche sono contradditorie ad un Socialismo umanitario che parta dal basso.
Così facendo si contraddice lo spirito umanitario di questa rivoluzione e si cade nel Bolscevismo, molto probabilmente non per colpa di Chavez ma per colpa di alcuni terratenenti e di molti burocrati che lo circondano.
Ma Chavez deve rispondere e deve dare una svolta a questo gigante neo del Socialismo del XXI secolo.
Intanto si registra che la Colombia spende nell'ultimo trimeste il sei per cento del prodotto interno lordo in spese militari; Obama, il Nobel per la pace, invia 52.000 marines addizionali in Afghanistan; a Zelaya è negato il ritorno legittimo alla presidenza.
E viene da pensare che tutti questi tasselli non siano parte di un puzzle per una nuova strategia nordamericana in Latino America; una strategia che punti al Golpe silenzioso (come quello in Honduras, permesso dagli Usa e dall'Ue) e che si prepari all'invasione del continente (il Venezuela è circondato da basi militari americane).
Notizia positiva è la vittoria di Josè 'Pepe' Mujica..
Mujica, ex guerrigliero Tupamaro, è stato per 13 anni prigioniero della dittatura; per nove anni è stato isolato e torturato continuamente.
È il nuovo presidente della Repubblica in Uruguay; ha vinto con il 51,9% dei voti, superando il 50,4% con il quale Tabaré Vázquez era stato eletto cinque anni fa.
Il suo rivale, Luís Alberto'Cuqui' Lacalle, del Partito Nazionale, si è fermato al 42,9% dei voti.
L'affluenza alle urne è stata superiore al 90% e non inferiore al 40% come nelle ultime elezioni farsa fasciste svoltasi in Honduras sotto l'ala protettrice di Obama e soci, l'ultimo della lista Silvio Berlusconi.
Ci apprestiamo a lasciare temporaneamente Caracas per dirigerci a Coro e Puntofijo, terra natale del poeta-cantante Alí Primera (morto in uno strano incidente stradale il 16 Febbraio del 1985) e città coloniale a sette ore dalla capitale.
Prima faremo un'ultima tappa al mercato del Cimitero, il più grande ed economico della città, nei pressi di uno dei tanti barri periferici e popolari che circondano il centro.
Continuiamo a camminare sempre sentendoci dall'altra parte del muro, nel mezzo della storia.
Lontani dall'impero.

sabato 7 novembre 2009

Cecilia, la ribelle.



.Santa Marta.

Cecilia ha quarant'anni ed è nata in un paese a poche ore da Nabusimake “donde nace el sol” in arhuaco, capitale della Sierra Nevada nei pressi di Valledupar a otto ore dalla città di Santa Marta in Colombia.
La Sierra è la formazione montagnosa costiera più alta del mondo e la sua vetta maggiore è di 5775 metri.
Dalle sue cime si possono vedere i Caraibi.
Cecilia è un' india che ora vive al parco Tayrona, riserva colombiana di incantevole bellezza caratterizzata dallo spettacolo che offre l'incontro della selva, che arriva ad altezze di 900 metri, con le spiagge caraibiche.
Il Tayrona è parco nazionale di proprietà dello Stato dal 1969.
Precedentemente tutta questa area, consistente in 15000 ettari dei quali 3000 marini, era di proprietà di differenti famiglie.
Il parco era e rimane un luogo sacro per gli indigeni Arhuacos, Kankuamos, Kogi e Wiwa e tuttora, al solstizio d'inverno e a quello estivo, i Mamos, gli sciamani delle comunità, si recano a Pueblito per cerimoniare la Madre Terra, la Pachamama, affinchè sia mantenuto l'equilibrio cosmico ancestrale.
Pueblito oggi è una meta turistica che conta d'alcune terrazze in rovina che in passato fungevano da centri agricoli.
Per arrivarci bisogna inerpicarsi per un sentiero di pietroni ben ripido e lungo due chilometri e mezzo che inizia nei pressi della spiaggia di Capo San Juan.
Da Pueblito in tre giorni di camminata si può arrivare nel cuore della Sierra dove risiedono le comunità. Gli Indios scapparono per questa rotta all'arrivo degli spagnoli e lungo questo cammino costruirono la Città perduta.
Oggi a Pueblito vive solo una famiglia india che riceve i turisti e che bada al luogo.
Qui prima dell'arrivo dei conquistadores vivevano duemila persone.
Allora furono gli spagnoli a far da predoni; da quando il Parco è diventato riserva nazionale, il governo colombiano ha vietato ai nativi di viverci 'spostando' chi vi rimase sulla Sierra.
Qui è nata Cecilia e qui ha vissuto fino ad otto anni fa.
Da allora vive vendendo artigianato precolombiano al Tayrona.
Qui conobbe molti turisti tra i quali antropologi e studiosi che le hanno chiesto di far loro da guida per la Sierra.
In quegli anni il monte era territorio controllato tra gli altri da una formazione guerrigliera alternativa alle Farc Ep.
Questa organizzazione era belligerante nei confronti delle comunità indigene; minacce ed estorsioni erano all'ordine del giorno.
Quando Cecilia accompagnò un'amica svizzera, Micaela, sulla sierra fu inevitabile incrociare uno delle numerose brigate delle Farc che controllavano la zona.
Il comandante accompagnato da psicologi interrogò Cecilia sul perchè fosse venuta accompagnata da una straniera.
Spiegando che il fine era semplicemente culturale passarono senza problemi e continuarono lungo il cammino.
Cecilia conobbe il comandante del frente 59 delle Farc, Higuen Martínez Arias, El Indio, guerrigliero nelle cui vene scorreva sangue indigeno, noto per la sua astuzia militare e per la sua disciplina.
Fu contenta di conoscerlo perchè con le Farc che controllavano l'area finalmente potette tornare alla sua finca senza rischiare di essere vittima di saccheggi e minacce.
Cecilia non era delle Farc ma semplicemente non negava loro aiuto quando queste le domandavano cibo o piccoli favori.
In quei mesi divenne amica del Comandante.
Guerriglia e indigeni erano vicini e vivevano nello stesso territorio.
Nel 2007 el Indio fu tradito dalla guardia del corpo più fidata; gli spararono in fronte mentra stava dormendo e, come prova della sua morte da consegnare all'esercito in cambio della ricompensa, gli tagliarono la mano destra.
Nello stesso periodo i militari sferrarono un'offensiva sulla Sierra.
Cecilia passa da una narrazione all'altra e parla delle Auc, le autodefensas:
..Violentavano, sventravano e svisceravano le madri indigene di fronte agli occhi di figli e mariti che se piangevano venivano ammazzati. Costringevano i familiari a mangiare il cuore cucinato alla piastra dei loro cari.
''Bastardi indigeni non avete fame? mangiate! Abbiamo un sacco di carne per voi''..
Cecilia durante il suo racconto a tratti ride e a tratti piange.
Siamo seduti ad un tavolo di un campeggio di una spiaggia di Arrecife.
Quando ammazzarono l'Indio tra tutto ciò che teneva con sè trovarono un'agenda con distinti numeri di telefono.
Tra questi c'era il numero di Cecilia, lo stesso che tiene tuttora.
Andarono a prenderla al suo piccolo negozio e le dissero di accompagnarli in commissariato per un controllo.
Vi andò incosciente che la stessero arrestando.
Alla stampa i militari dissero che la catturarono tra i monti durante l'operazione Sierra Nevada. Falso.
L'accusarono di ribellione e la imprigionarono per cinque mesi.
Mentre era in carcere non sapeva quanto lunga sarebbe stata la sua prigionia.
Il marito l'abbandonò nel momento in cui lei aveva più necessità.
Sua madre morì mentre lei era in cella, fatto che le portò la solidarietà di tutte le carcerate.
L'accusarono di reclutare stranieri nelle Farc.
In carcere gli indigeni la nominarono lider.
Ha visto assassini, paramilitari, narcos e anche guerriglieri uscire di prigione grazie a bustarelle di qualche millione di pesos.
L'indio, l'unico che avrebbe potuto aiutarla, era morto. Aveva sulla testa una taglia di 800 millioni di pesos.
Ci descrive il carcere nei minimi particolari.
Racconta la storia delle due paramilitari lesbiche che si sono innamorate in cella.
Racconta di com'era vivere nel carcere misto di Valledupar.
Racconta del secondino che si innamorò di lei.
Di come tutti in carcere siano innocenti; di come chi ci resti sia sempre di una classe bassa e marginale.
Di come solo e sempre i poveri paghino.
Ci racconta di una delle brutalità e della perversioni peggiori che l'uomo ha crato; il carcere. Il non poter vedere il cielo.
Racconta anche di quando aiutò un guerrigliero ad abbandonare le Forze armate rivoluzionare colombiane e la Sierra recuperando una macchina e aiutandolo con essa a superare un posto di blocco militare insieme ad altri familiari e amici indigeni incoscienti di tutto.
E ride. Ride Cecilia.
Era un comandante che abbandonò la guerra per amore di un'indigena, da cui ebbe un figlio, che finirà col tradirlo e col farlo ammazzare per diventare poi la donna di un paramilitare.
Storie di sotterfugi e tradimenti.
Ci dice che chiunque abbia un'arma è malato.
Di quanto il governo sia corrotto e di quanto il tradimento regni in Colombia, ad ogni lato.
Narra di come da giovane si oppose all'autorità indigena che era colpevole di discriminare i nativi evangelici da quelli tradizionali.
Leader dei tradizionali era suo fratello maggiore Vicente.
Anche allora fu imprigionata in un carcere della comunità indigena per ribellione.
Per tutto questo ancora adesso la chiamano Cecilia la revolucionaria.
Non è più cristiana ma crede solo nella Madre Terra.
Ora è agli arresti domiciliari che sta evadendo.
C'è un nuovo processo in ballo e potrebbe tornare in cella.
Tornerà sulla Sierra solo quando i Mamos, gli sciamani che puntualmente consulta, le diranno che non rischierà nulla e che sarà sicuro.
Gli stessi sciamani che le dissero di avvisare l'Indio, il comandante, che presto avrebbe subito un tradimento.
L'Indio non l'ascoltò e disse che se fosse morto sarebbe morto lì sui monti da comandante.
Intanto Cecilia sta là a vendere artigianato, borse precolombiane e bracciali, a lato della spiaggia con la selva che le fa da aurea protettiva.
Non ha più un marito, i due figli sono entrambi lontani e uno di essi è diventato un ladrone e s'è affiliato ad una banda di strada mentre lei era in cella.
Ha tanta indignazione e tanta sete di giustizia. Lo si legge nei suoi occhi.
E sta scrivendo un libro grazie alle pagine del diario che riempì durante le disperate e interminabili giornate di prigionia.
Sulla Sierra Nevada non ci sono più le Farc se non laboratori di cocaina e paramilitari.
Quelli che Alvaro Uribe dice di aver smantellato.